


Nel suo ultimo intervento Tony Blair offre un’analisi strategicamente lucida ma profondamente scollegata dal Regno Unito di oggi. Il problema non è la tecnologia o l’innovazione, ma la fiducia: quella spezzata dopo il 2008, quando il patto sociale del New Labour si incrinò tra i salvataggi finanziari di Gordon Brown e l’austerità successiva imposta dai Conservatori. Ignorare quella frattura significa non comprendere le radici del populismo, della Brexit e delle difficoltà che ancora attraversano la politica britannica.
Tanto strepito per nulla
Ho atteso alcuni giorni prima di intervenire sul polverone sollevato da Tony Blair con il suo ultimo saggio in cui critica la direzione intrapresa dal governo britannico sia in campo economico che in politica estera, per verificare se – come c’era da aspettarsi – si sarebbe rivelato null’altro che una nuvola di fumo. E così è stato. Non resta allora che chiederci quali fossero i suoi obiettivi, al di là, forse, di ricompattare l’intero partito contro di lui. D’altra parte non poteva essere altrimenti, perché per struttura, modalità e contenuto del messaggio difficilmente quello scritto avrebbe ricevuto applausi da chiunque alla sinistra di Kemi Badenoch e Nigel Farage.
L’analisi giusta, il contesto sbagliato
Intendiamoci, l’analisi di Blair appare, a un primo sguardo, tecnicamente impeccabile, intrisa di quella visione strategica che ha caratterizzato i suoi anni migliori: un richiamo alla modernizzazione, all’abbraccio della tecnologia e dell’intelligenza artificiale come motori del futuro. Il problema è che questa lettura sembra profondamente sconnessa dal contesto britannico contemporaneo. Più che l’intervento di un ex leader immerso nelle tensioni del Paese reale, appare quello di una figura che osserva la politica dall’alto delle reti globali di consulenza, fondazioni e think tank che hanno caratterizzato la sua attività dopo Downing Street.
È una dinamica frequente negli ex statisti. Con il passare degli anni, il baricentro della loro attenzione tende a spostarsi dai problemi quotidiani dei cittadini verso le grandi trasformazioni sistemiche, gli interessi dei decisori internazionali e le priorità di chi finanzia istituti, progetti e iniziative di influenza politica. Il risultato è una prospettiva spesso lucida sul piano strategico, ma progressivamente più distante dalle preoccupazioni concrete dell’elettorato.
Per questo il saggio di Blair colpisce per ciò che non vede: un Paese in cui la sfiducia verso le istituzioni non nasce da una resistenza alla modernizzazione, ma dalla convinzione che i benefici promessi dalle grandi strategie non arrivino mai a tradursi in miglioramenti tangibili della vita quotidiana.
Colpisce anche per l’incapacità di ammettere che proprio la direzione impressa al Paese durante li suoi governi ha posto, seppure indirettamente, le basi per l’ascesa del populismo. E scrivo questo da persona che si è sempre sentita più vicina alla visione blairiana piuttosto che corbinyana ma consapevole del fatto che se non si riesce a fare un minimo di autocritica, non si riuscirà mai a capire come e perché si arrivò a Jeremy Corbyn. E il problema nella ricezione del suo saggio è lì, nelle cause stesse che condussero al corbynismo, in quel patto sociale tradito della terza via blairiana.
Il compromesso della terza via
Uno dei pilastri del New Labour, era l’accordo con il cittadino, basato su un equilibrio tra crescita economica e redistribuzione del benessere. Il progetto blairiano si presentava come una versione “addolcita” del thatcherismo. L’idea era che la liberalizzazione dei mercati, la centralità della finanza e la crescita trainata dal settore privato avrebbero prodotto, secondo la teoria dello “sgocciolamento” della ricchezza, benefici sufficienti a sostenere e persino rafforzare i servizi pubblici. E funzionava, tanto da consentire a Blair ben tre mandati.
Il 2008 e la frattura
La crisi del 2008 rompe però questo equilibrio. Non solo perché interrompe la crescita, ma perché rivela la natura selettiva della protezione pubblica. Il ragionamento proposto ai cittadini era, in fondo, semplice: se le banche e le grandi imprese fossero state lasciate fallire, l’economia avrebbe subito un collasso, gli investimenti si sarebbero fermati e milioni di persone avrebbero perso il lavoro. Per evitare questo scenario, lo Stato doveva intervenire a sostegno del sistema economico, anche a costo di ridurre la spesa pubblica altrove.
Il problema non era tanto la logica dell’emergenza quanto ciò che essa implicava sul piano politico e morale. Ai cittadini veniva chiesto di accettare tagli ai servizi, salari stagnanti e una riduzione del proprio tenore di vita per salvaguardare un modello economico che continuava a premiare in modo sproporzionato chi si trovava al vertice. Mentre il welfare veniva compresso in nome della sostenibilità finanziaria, restavano intatti i principi della retribuzione legata alla performance, i bonus multimilionari nel settore finanziario e una crescente concentrazione della ricchezza.
Insomma, i rischi erano collettivi, ma i benefici restavano privati. Le perdite venivano socializzate, mentre i guadagni continuavano a essere distribuiti in modo sempre più diseguale. In queste condizioni, il sacrificio richiesto non appariva più come un contributo temporaneo al bene comune, bensì come la prova che il patto sociale era diventato profondamente sbilanciato.
Alla fine l’intero messaggio si ribalta: non basta più accettare il modello neoliberista come generatore di benessere, occorre sostenerlo attivamente attraverso sacrifici sociali. Gordon Brown comprese il rischio politico di quella scelta. Dopo essere intervenuto per evitare il collasso del sistema bancario, tentò infatti di accompagnare il salvataggio con una risposta più orientata alla protezione sociale, intuendo che scaricare interamente il costo della crisi sui cittadini avrebbe aperto una frattura profonda tra istituzioni e società.
Quella frattura si materializzò con l’arrivo di David Cameron, quando il Regno Unito imboccò la strada dell’austerità: tagli alla spesa pubblica, compressione dei servizi e stagnazione del potere d’acquisto divennero il prezzo da pagare per ristabilire gli equilibri dei conti. Così non bastava più accettare il modello neoliberista nella promessa di una prosperità condivisa; ora si chiedeva ai cittadini di sostenerlo attraverso sacrifici solo per restare a galla.
“There’s No Such Thing as Society” e la coesione minima
Se Thatcher aveva negato l’esistenza della società, riducendola a una somma di individui, nel New Labour la società era ricomparsa come un’infrastruttura di servizi essenziali pensata per garantire una coesione minima e impedire la frammentazione sociale. Il risultato era un compromesso: il mercato restava il principio ordinatore, mentre lo Stato interveniva come garante della tenuta. La società, nel modello blairiano, esisteva quindi solo nella misura in cui riusciva a mantenere un livello operativo di integrazione tra individui lasciati alle dinamiche del mercato. È qui che il patto si rompe con il crollo finanziario del 2008. Ed è proprio la crisi di fiducia nel sistema ad alimentare lo slittamento verso il populismo di Jeremy Corbyn, Boris Johnson, Nigel Farage, dritti fino alla Brexit.
Il conto al cittadino
Quando il banco salta e il conto viene presentato al cittadino, la sensazione di tradimento si diffonde: le élite appaiono protette, mentre i costi vengono socializzati verso il basso. Il legame tra i cittadini e il sistema politico si allenta fino a spezzarsi. In questo contesto, la risposta odierna di Blair appare incapace di riconoscere la natura della frattura: invece di mettere in discussione l’impianto originario, propone una prosecuzione correttiva – una forma rimaneggiata dello “sgocciolamento” – come se la crisi fosse un incidente di percorso e non la conseguenza del modello stesso. E allora, quando guarda ai grandi schemi e spiega che saranno fondamentali per il benessere collettivo futuro, ha indubbiamente ragione nell’analisi, ma lascia fuori un passaggio fondamentale: prima di proporre tali dinamiche occorre ricostruire la fiducia. Senza quel passaggio si parla al vento, perché la connessione per il cittadino è rotta. La percezione collettiva attuale è che ciò che è in alto resta lì, e che lo “sgocciolamento” è una chimera.
La fiducia perduta e il populismo
Blair ignora, o finge di ignorare, che il problema di Keir Starmer (e di gran parte dei leader occidentali) per arginare il populismo è proprio quello di ricreare nella percezione collettiva una connessione tra visione e benefici tangibili, lavorando tanto sui modelli che sulla ridistribuzione, in un contesto di instabilità geopolitica e di crisi energetiche ed economiche. Un’operazione tutt’altro che facile, perché si tratta di remare controcorrente, sapendo che l’alternativa è essere trascinati via. Nel contesto attuale, non basta più dire: “un giorno ne beneficeremo tutti se…” oppure “se oggi ci sacrifichiamo, domani…” La fiducia è persa e va ricostruita. E, senza quella connessione, senza che vi sia alcun frutto tangibile, il populismo – che si nutre di false promesse – dilaga.
L’ombra dell’Iraq
C’è poi la questione della guerra in Iraq. Blair parla di leadership strategica, omettendo quanto quell’intervento abbia danneggiato in modo permanente la credibilità della politica agli occhi del pubblico britannico. Impossibile, al giorno d’oggi, nel Regno Unito, far passare una qualsiasi idea di “guerra preventiva giusta”. E la cosa va ben oltre ogni valutazione strategica o di allineamento geopolitico, e va anche oltre lo specifico dell’amministrazione Trump (comunque largamente invisa), è una questione di perdita di fiducia, di disallineamento tra establishment e cittadino.
Se un tempo fu possibile far passare l’idea di attacco preventivo, oggi per un qualsiasi governo britannico (di qualsiasi colore e a maggior ragione se di sinistra) sarebbe impossibile far accettare anche solo la concessione di basi militari per un tale attacco. Così, quando Blair impartisce lezioni di rigore analitico, milioni di elettori ricordano le certezze sulle armi di distruzione di massa che non furono mai trovate. Questa incapacità di fare i conti con i propri errori e con il risentimento che ne è derivato rende la sua proposta inascoltabile per una parte significativa del Paese.
Starmer, i dati e la narrazione
D’altra parte, l’attacco di Blair arriva in un momento in cui la realtà dell’azione di governo di Starmer sembra contraddire la narrazione. Mentre i media e i critici interni dipingono un quadro di fallimento, i dati mostrano che nel primo trimestre del 2026 l’economia britannica ha registrato la crescita più forte del G7, pari allo 0,6% del Pil. L’inflazione è in calo e l’immigrazione netta è stata drasticamente ridotta. Quanto alle questioni internazionali, l’attacco di Blair appare ancora meno convincente: è proprio in politica estera che Starmer registra i risultati migliori in termini di consenso e credibilità.
Starmer, con la sua sobrietà amministrativa spesso accusata di mancanza di carisma, sta ottenendo risultati tangibili che Blair sembra voler ignorare per imporre un ritorno al suo modello. Va da sé che la risposta di Starmer è stata puntuale: “Non è che io non abbia una visione, è solo che non è la sua.”
Il paradosso dello spettacolo
In una recente intervista al podcast The News Agents, Blair si è lamentato dell’uso strumentale del caos mediatico. Ineccepibile, certo, non fosse che – come il giornalista gli ha fatto notare – Blair, con il suo saggio, ha contribuito esattamente a generare quel caos che dice di disprezzare. Questa dinamica solleva il dubbio che il suo intervento fosse meno una guida strategica e più una manovra mediatica.
Il paradosso è anche questo: mentre si denuncia la politica ridotta a spettacolo, fatta di clamore mediatico, personalismi, promesse vuote, è proprio Starmer – che incarna il rifiuto di quel modello – a essere colpito. La sua sobrietà, la rinuncia al linguaggio performativo, il primato dei fatti sulla retorica vengono letti come assenza di carisma, debolezza di leadership. Si produce così uno scarto. La stessa opinione pubblica che dichiara di voler uscire dalla politica dello spettacolo finisce per misurare la legittimità del leader con gli strumenti dello spettacolo stesso. E contro questa figura “anti-spettacolare” si concentra un accanimento che non riguarda tanto le sue scelte, quanto il suo stile: come se la politica, per essere riconosciuta, dovesse continuare a fare unicamente rumore.
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