


L’antisemitismo non si presenta più soltanto con il volto riconoscibile dell’estrema destra. Secondo Bill Maher, oggi passa anche per una parte dell’attivismo progressista, dell’accademia e della cultura pop, dove l’odio verso Israele rischia di diventare linguaggio accettabile.
Bill Maher è un comico, autore e commentatore politico americano, noto soprattutto per Real Time with Bill Maher, il talk show politico-satirico che conduce su HBO dal 2003, e per il podcast Club Random.
La sua cifra è una satira liberal ma spesso insofferente verso il conformismo progressista, soprattutto quando, a suo giudizio, la sinistra smette di distinguere tra critica politica e fanatismo ideologico.
Nel monologo che pubblichiamo, Maher parte da una ricorrenza simbolica: il compleanno dello Stato di Israele. Ma il suo non è un discorso celebrativo. È, piuttosto, un atto d’accusa contro il modo in cui una parte del dibattito occidentale ha trasformato l’ostilità verso Israele in un linguaggio socialmente accettabile, anzi, oramai una vera e propria moda.
Una moda che toccherete con mano guardando il video e focalizzando la vostra attenzione sulla reazione del pubblico in studio. Silenzio. Quasi nessuna risata, nessun applauso. Maher a un certo punto si volta verso la platea e dice, sarcastico: “Ah ah.” È uno dei momenti televisivi più imbarazzanti e rivelatori.
D’altra parte la tesi di Maher oggi è indicibile: criticare Israele, il suo governo o Benjamin Netanyahu è legittimo; usare Israele come schermo per riproporre categorie e ossessioni antiebraiche, no.
Secondo il comico americano, il punto non è l’esistenza della critica politica, ma la sproporzione. Se Israele viene presentato come il “mostro” assoluto dei diritti umani, mentre regimi come Cina, Russia, Iran, Corea del Nord, Sudan, Myanmar o Congo ricevono una frazione dell’attenzione morale, allora il problema non è più soltanto politico.
È un’incoerenza che, per Maher, rivela qualcosa di più profondo.
La sua tesi è semplice: destra e sinistra, per ragioni diverse e con linguaggi diversi, si sono ritrovate sullo stesso terreno. Non nello stesso punto ideologico, ma nello stesso esito retorico: trasformare Israele e gli ebrei nel bersaglio su cui scaricare ossessioni, rancori e fantasie di purificazione politica.
Maher mette in fila esempi lontani tra loro, proprio per mostrare quanto il fenomeno sia trasversale. Da un lato, i negazionisti dell’Olocausto ospitati nell’orbita mediatica di Tucker Carlson; dall’altro, Hasan, definito dal New York Times una “mente progressista”, che equipara i sionisti ai nazisti.
Da una parte la manosfera, con il suo antisemitismo muscolare e rancoroso; dall’altra i Queers for Palestine, che secondo Maher finiscono per convergere nello stesso immaginario ostile. Le torce di Charlottesville e il palco dei Kneecap a Coachella, con il cartello “Israele” e il pallone che rimbalza tra la folla, diventano così due scene diverse dello stesso spettacolo.
Il bersaglio del monologo, dunque, non è solo la destra estrema. Anzi, Maher insiste sul fatto che l’antisemitismo contemporaneo si muove ormai lungo assi diversi, spesso convergenti.
Da un lato cita ambienti della destra radicale americana, podcast, influencer e figure della cosiddetta manosfera; dall’altro prende di mira pezzi della sinistra progressista, dell’accademia e dell’attivismo filo-palestinese, accusati di avere normalizzato un linguaggio disumanizzante verso gli ebrei e verso Israele.
La vecchia distinzione tra antisemitismo “di destra” e antisionismo “di sinistra”, nel suo ragionamento, non regge più quando il risultato retorico finisce per somigliarsi troppo.
Maher cita casi e frasi estreme: commentatori che parlano di Israele come di una setta da annientare, influencer che invocano lo sterminio, professori che descrivono i sionisti come animali o gli israeliani con categorie collettive degradanti.
Il punto non è solo la volgarità delle formule. È il fatto che, secondo lui, espressioni che in altri contesti provocherebbero condanne immediate vengono tollerate, relativizzate o perfino applaudite quando il bersaglio sono gli ebrei o Israele.
Qui la satira di Maher diventa meno battuta e più diagnosi: l’odio antiebraico non sarebbe più un residuo marginale, ma una postura culturale spendibile, soprattutto tra giovani, celebrità e ambienti militanti.
Uno dei passaggi più duri riguarda il confronto con l’islamofobia. Maher riconosce che contro i musulmani vengono pronunciate frasi vergognose e da condannare. Ma respinge l’idea che le due forme d’odio possano essere trattate come perfettamente equivalenti nel clima attuale.
A suo giudizio, oggi l’antisemitismo ha una specificità: non si limita al pregiudizio o all’insulto, ma arriva sempre più spesso alla legittimazione simbolica della violenza contro un gruppo identificato collettivamente.
L’affondo più duro è però riservato ai democratici americani. Maher li accusa di debolezza e opportunismo: vedendo crescere tra una parte del proprio elettorato, soprattutto giovane e formata da TikTok, un’ostilità radicale verso Israele, preferirebbero assecondarla invece di correggerla.
La formula è feroce: “Se si parlasse così di qualsiasi altra minoranza, tirereste fuori il tessuto kente e organizzereste dieci concerti di beneficenza. Ma siccome i vostri elettori rimbambiti da TikTok hanno un’opinione negativa di Israele, li asseconate quando dovreste correggerli.”
In particolare, Maher contesta l’uso automatico di parole come “colonialismo”, “apartheid” e “genocidio”, sostenendo che siano diventate etichette politiche più che strumenti di analisi. Anche qui la sua accusa è semplice, e proprio per questo brutale: su qualunque altra minoranza, dice, la sinistra americana reagirebbe immediatamente; sugli ebrei, invece, tentenna.
La chiusura è una stoccata contro i candidati democratici che si vantano di non prendere soldi dall’AIPAC, la lobby filo-israeliana americana. Per Maher, quel gesto non è solo una presa di distanza politica: rischia di offrire una legittimazione indiretta a chi considera Israele un Paese contaminante, impresentabile, “sporco”.
Il paradosso, nota, è che la politica americana accetta denaro da mondi ben più opachi: crypto, allevamenti intensivi, big tech, Diddy, Weinstein ed Epstein. Ma l’AIPAC, improvvisamente, sarebbe il confine morale invalicabile.
Da qui la frase finale, rivolta alla sinistra americana: “Finché non risolverete questa questione, smettetela di chiedermi perché sono più duro con voi di quanto non fossi prima.”
Il risultato è un intervento volutamente divisivo, nello stile di Maher: sarcastico, ruvido, a tratti iperbolico. Ma il centro del ragionamento è chiaro.
Per lui l’antisemitismo non è tornato travestito da qualcosa di nuovo; è tornato usando linguaggi diversi, più presentabili, più compatibili con il lessico dell’attivismo contemporaneo.
E proprio per questo, sostiene, è più difficile da riconoscere e più facile da normalizzare.
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Qualcuno si chiedeva come fossero stati possibile la persecuzione e l’annientamento su larga scala della popolazione ebraica nel secolo scorso.
Ecco, direi che questo articolo ne dà una risposta: le persone hanno iniziato a credere che certe bugie fossero vere, che fosse conveniente fare finta di niente di fronte ai rastrellamenti e alle uccisioni di massa e che in fondo fossero giustificati.
La stessa cosa è che quello che sta facendo una buona parte della politica e della classe intellettuale odierna in generale nel mondo occidentale, assecondando le falsità trasmesse da regimi criminali e sminuendo le conseguenze delle loro scelte non facendo chiarezza di fronte ad elettori e popolo.
Questo è il preludio per un tragico disastro, con l’aggravante per i tempi odierni che un secolo erano soprattutto regimi dittatoriali oppressivi a portare avanti certe azioni e propaganda.
Mentre oggi avvengono anche da Paesi democratici liberali che dovrebbero fare della correttezza e della verifica delle informazioni una loro priorità per impedire conseguenze nefaste evitabili a soggetti e categorie precisi, anche all’interno del proprio territorio.
Totalmente d’accordo. Aggiungo che la tesi è perfettamente coerente con la mia ipotesi che il pianeta è dominato da una stragrande maggioranza di umani nati con cervello con logica mentale conservatrice e solo una minoranza con logica mentale progressista. Certamente non i cosiddetti progressisti americani, che altro non sono che cervelli conservatori di sinistra. I conservatori hanno bisogno di aderire ad una o più ideologie, perché queste li rassicurano e gli semplificano la visione del mondo, inoltre hanno un debole per i governi forti, stabili e che danno sicurezza, anche rinunciando ad alcuni diritti.