Chi va ripetendo che la democrazia americana è morta dovrebbe fare pace con sé stesso. Gli USA si dimostrano il paese dove, davvero, tutto è possibile. Negli ultimi dieci giorni un ex presidente è scampato ad un attentato (l’ultimo fu Reagan, 1981) ed ha vinto la nomination per la terza volta (l’ultimo fu Nixon nel 1972), un presidente in carica si è ritirato dalle elezioni (l’ultimo fu Johnson nel 1968) e, per la prima volta, una donna di origini afro-indiane si appresta a correre per la Casa Bianca.
Molti commentatori parlano della decisione di Biden come di un evento improvviso, presa d’impulso dopo le pressioni del partito. Impossibile. La decisione è maturata in molte settimane, ed il fatto che il capo della campagna democratica Cedric Richmond abbia ribadito domenica mattina che il presidente era deciso a non mollare è un segno chiaro che l’ordine era quello di mentire fino all’ultimo, mentre sotto banco si studiava il momento migliore per la ritirata.
Ora, altrettanti commentatori parlano del caos di una campagna presidenziale democratica stretta in soli tre mesi, in cui il nuovo candidato sarà costretto ad arrancare. Errato anche questo. Gli strateghi democratici sono troppo abili per aver commesso l’errore di azzoppare il nuovo candidato, infatti, con un colpo da maestri, hanno deciso sparigliare le carte nel momento di massima popolarità di Trump. In questo modo, i repubblicani saranno costretti a ridisegnare la campagna elettorale da capo, restando in un fastidioso stallo per settimane, mentre tutta l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sarà concentrata sulla convention democratica del 19-22 agosto, dove il nuovo candidato si farà portatore di quella freschezza che tutti invocavano da tempo. Se tre mesi sono pochi per una campagna elettorale “classica”, sono il tempo perfetto per impedire al nuovo candidato di non usurarsi, e per sfruttare al massimo l’ondata di entusiasmo dell’opinione pubblica.
Dal pomeriggio di domenica, il New York Times ha fatto trapelare che fonti all’interno del partito Democratico stessero spingendo Gavin Newsom, governatore della California, a candidarsi alla convention. Poche ore dopo, lo stesso Newsom ha dichiarato il suo endorsment a Kamala Harris. Pur governando uno stato contraddittorio come la California, Newsom ha tutte le caratteristiche emotive e fisiche (un’ottima dialettica e l’aspetto da divo di Hollywood) che lo rendono un futuro buon candidato democratico, ma solo un pazzo, o chi non può sottrarsi al destino, accetterebbe oggi la nomination democratica.
Perché dall’altra parte non c’è un candidato qualunque. Piaccia o non piaccia, che lo si ami o lo si detesti, Trump è un fenomeno unico, la cui forza va al di là della politica. Se la vita di Trump fosse un film (se ne faranno molti in futuro) sarebbe troppo esagerato per essere realistico. Invece è tutto vero. Una vita turbolenta da uomo d’affari, grandi successi e rovinosi fallimenti da cui si è sempre rialzato, poi la campagna elettorale del 2016, dove i migliori sondaggisti lo davano per perdente alla prima tornata di primarie, fino alla vittoria su Hillary Clinton contro la quasi totalità dei media e del suo stesso partito; l’assalto al Campidoglio dove anche i suoi fiancheggiatori lo davano per finito, la rimonta e l’attentato scampato per meno di un centimetro. Dalla sua torre di Manhattan è riuscito ad intercettare il rancore di una grande parte della popolazione statunitense, che ora vede in Trump l’incarnazione stessa dell’America.
Ma se ora l’entusiasmo sta montando intorno alla vicepresidente, la più grande criticità di Kamala Harris è proprio il modo in cui sta avvenendo la sua nomina. Se il colpo di teatro dei democratici è stato abile e ben calcolato, è vero anche che la nomina di Harris va contro tutte le regole del fair play politico. Le difficoltà di Biden erano note da tempo, ed il percorso delle primarie appare oggi come una farsa a danno degli elettori democratici che si vedranno appioppare un candidato non nominato attraverso un processo trasparente (al contrario di Trump) e che, se le primarie ci fossero state davvero, avrebbe probabilmente perso (Kamala Harris, alle primarie del 2020, aveva avuto scarsissimo successo). E questo fatto rafforza l’immagine, comune a molti americani, di un partito democratico cinico e ipocrita, una macchina di potere che usa i princìpi di cui si fa portavoce per mera opportunità politica.
Il programma economico e la politica estera di Harris sono ancora da scoprire, e ci sarà tempo per analizzarli, ma è certo che queste elezioni si giocheranno, da una parte, su argomenti molto concreti calibrati sui bisogni degli elettori dei cinque stati in bilico, dall’altra, sui sentimenti che i due candidati sapranno incanalare. La rabbia, la speranza, il desiderio di rivalsa contro una cultura considerata nemica saranno spinte fondamentali per la scelta di un presidente in entrambi casi illegittimo agli occhi degli avversari. Al di là degli interessi economici di questa o quella corporazione, l’odio ed il rancore saranno la moneta sonante con cui si giocherà la partita, il cui esito è ora imprevedibile.
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