
Ottava puntata del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. Qui i precedenti articoli:
La liquefazione del pensiero: anatomia di una civiltà smarrita di Alessandro Tedesco
Menti in corto circuito di Enrico Marani
Il regno del simulacro. Dallo schermo al cortocircuito collettivo di Alessandro Tedesco
La libertà, una dimensione sublime tra desiderio, caos, paura e disprezzo di Enrico Marani
La Pre-Crimine algoritmica: viviamo già nel “Minority Report”? di Alessandro Tedesco
Niente è per sempre, dalla libertà al deserto è un attimo di Enrico Marani
L’inconsistente peso della Cultura di Alessandro Tedesco
“La colpa è sempre fuori discussione.”
“Non c’è nessuna norma, nessuna grande norma, che si possa applicare al suo caso.”
“La legge è così vasta che noi, i funzionari più umili, ne conosciamo soltanto piccole parti.“
Franz Kafka – Il Processo
“Le leggi devono essere poche, chiare e semplici; chiunque deve poter prevedere le conseguenze delle proprie azioni.”
Cesare Beccaria
Proseguo il dialogo sulla libertà con l’amico Alessandro, sperando possa interessare e non diventare un esercizio fine a se stesso. Scrive in alcuni passaggi del suo ultimo articolo Alessandro Tedesco: “Il nostro “intendimento di libertà” è diventato sinonimo di “permeabilità” assoluta. (…) Noi abbiamo fatto esattamente questo: abbiamo disarmato la nostra tolleranza, trasformandola in un suicidio assistito. (…) (…) Ed è in questo vuoto culturale che abbiamo creato che si inseriscono altre culture.”.
La sua efficace e tagliente analisi affronta le minacce provenienti dall’esterno, virus e batteri, che possono ammalorare (e stanno ammalorando) la libertà e la democrazia in Occidente. Qui però vorrei mettere a fuoco uno dei meccanismi che dall’interno e a partire da quello stesso “vuoto culturale” minano la libertà. Un medico parlerebbe di malattie autoimmuni. Voglio sollevare qualche spunto per porre delle domande, più che arrivare a delle conclusioni. In questi anni trasformazioni radicali e profonde dell’assetto sociale di ordine demografico, culturale, psicologico su un piano individuale, collettivo e politico, si agitano in una tempesta che senza esagerare possiamo definire “perfetta”. Tra le malattie autoimmuni delle democrazie occidentali mi sembra opportuno soffermarmi su una tendenza a definire nuove ipotesi di reato in maniera sempre più specialistica, abbandonando quell’impronta universalistica cara agli illuministi. L’orizzonte distopico in cui stiamo scivolando è caratterizzato anche da un legiferare spesso monco di qualsiasi ratio.
Nelle democrazie occidentali si osserva da anni una crescente tendenza nelle norme penali a definire tipologie sempre più puntuali di reato in una corsa al dettaglio. A titolo d’esempio l’introduzione di reati quali il femminicidio, l’omicidio stradale, revenge porn o specifiche figure di crimini d’odio e violenza, rispondono spesso alla pressione dell’opinione pubblica, a fatti di cronaca o a mobilitazioni politiche settoriali. È un meccanismo sano? Questa espansione normativa, apparentemente orientata alla tutela e a colpire crimini odiosi, rischia però di sovvertire alcuni principi cardine della tradizione giuridica liberale. C’è sicuramente in questo modus operandi un’azione strumentale finalizzata alla costruzione del consenso “a furor di popolo”, come se legiferare sia sempre una risposta risolutiva e lo siano soprattutto le pene, che in questi interventi, non a caso, son rese sempre più severe. Eppure da decenni l’esperienza dice della scarsa efficacia di pene sempre più aspre nel prevenire comportamenti criminosi.
Già Cesare Beccaria sottolineava con estrema chiarezza che la legge deve essere generale, astratta e comprensibile, perché solo così può garantire uguaglianza di trattamento e certezza del diritto. Secondo Beccaria, una legge deve essere pubblica e prevedibile, affinché ciascun cittadino possa sapere in anticipo quali comportamenti siano leciti e quali punibili. In questo senso, la funzione primaria del diritto non è punire ad hoc, ma fornire un quadro stabile all’interno del quale le libertà individuali possano essere esercitate senza paura di sorprese normative in un quadro condiviso.
Quando al contrario assistiamo a una proliferazione di norme e di eccezioni, Beccaria individua in questo fenomeno non soltanto un indebolimento del patto sociale, ma anche l’apertura a una forma concreta di arbitrio del potere e conseguentemente di compressione della libertà. La legge, frammentata e settoriale, smette di essere uno strumento neutrale di regolazione della convivenza e diventa invece un mezzo per modulare il comportamento dei cittadini o di categorie di cittadini, secondo giudizi discrezionali o pressioni politiche contingenti.
L’idea di Beccaria è chiara: più le norme si moltiplicano e si specializzano, più il cittadino perde la capacità di orientarsi nel sistema, e più cresce il potere interpretativo di giudici, tecnici e legislatori, che diventano gli unici in grado di navigare la complessità normativa. In questo senso, la frammentazione contemporanea del diritto – che trasforma l’omicidio in una serie di sotto-reati specifici come femminicidio, omicidio stradale, o che crea fattispecie dettagliate per ogni fenomeno criminale – rappresenterebbe per Beccaria una vera e propria inversione del principio illuminista di semplicità e certezza del diritto.
In altre parole, la proliferazione di norme specialistiche rischia di sostituire la legge universale con un sistema “a mosaico”, un puzzle in cui la prevedibilità viene sostituita dall’incertezza, e la libertà dei cittadini è limitata non tanto dalla gravità dei reati, ma dalla difficoltà di comprendere quale condotta possa risultare punibile. Questo fenomeno, che oggi vediamo accentuato anche nelle nostre democrazie, può essere letto come una sorta di tradimento dei principi del grande pensatore illuminista: la legge non educa più il cittadino alla virtù e alla responsabilità, ma lo sottopone a un labirinto normativo in cui la sicurezza giuridica viene continuamente compromessa. Una realtà kafkiana incombe e storie come quella di Beniamino Zuncheddu sembrano uscite da un libro del grande scrittore.
Non mi inoltro ulteriormente in questa evidente tendenza ad una elefantiasi degli apparati legislativi, ma essendo il diritto penale al centro di questo processo siamo ovviamente nell’argomento a noi caro in questo dialogo a due voci, la libertà. Premettendo che nell’attualità italiana si sta legiferando su materie sensibilissime e di cui non mi azzardo a contestare la gravità indiscutibile, mi preme però sottolineare come con un codice penale con troppe fattispecie di reato — spesso sovrapposte o vaghe o in contraddizione — sia sempre più probabile la possibilità che categorie diverse di cittadini abbiano trattamenti diversi di fronte alla legge pur colpevoli di reati assimilabili. In queste condizioni si compromette uno dei pilastri del diritto moderno: l’eguaglianza di fronte alla legge.
A ciò si aggiunge un ulteriore rischio: quando i reati contestabili aumentano in modo disordinato, il sistema smette di essere uno strumento di garanzia e diventa un terreno scivoloso, nel quale l’esito di un processo non dipende più solo dalla condotta oggettiva degli imputati, ma dalla scelta — spesso complessa, talvolta opinabile — della “categoria normativa” in cui far ricadere quella condotta. Due comportamenti quasi identici possono essere incasellati in reati differenti, magari introdotti in tempi diversi e sotto pressioni sociali diverse, con esiti punitivi non omogenei. L’eguaglianza formale, in questo quadro, lascia spazio a una disparità di trattamento sostanziale. È una deriva che non nasce da un intento punitivo smodato, ma da una stratificazione normativa che rende il sistema sempre meno governabile.
Siamo sicuri che reati gravissimi verso la persona, atti violenti o peggio omicidi, penso alla violenza sessuale e al femminicidio, per citarne due di estrema attualità, si possano affrontare efficacemente con atti legislativi ad hoc e semplicemente con un inasprimento delle pene? Non sarebbe più proficuo un lavoro culturale e pedagogico diffuso? Far leggi e decreti costa decisamente meno e produce più consenso? Tutte queste fattispecie di reato, aggravanti, leggi e reati speciali, non aumentano la discrezionalità di chi giudica in maniera inevitabilmente discutibile? Con il panpenalismo siamo di fronte ad una regressione e compressione delle libertà dei cittadini? Siamo condannati a leggi speciali e alla continua creazione di sempre nuovi crimini? Pene sempre più severe, come accade puntualmente in questi passaggi, rispondono al criterio costituzionale di rieducare i colpevoli? Lo spettro di un sistema giudiziario kafkiano che trita l’esistenza di innocenti è una figura letteraria, un’esagerazione o un dato statistico? La risposta la conosciamo. La politica cerca in questi frangenti una soluzione a problemi sociali seri e drammatici o cerca facile consenso? Sono obiettivi radicalmente diversi.
La legislazione sulle sostanze stupefacenti varata dall’attuale esecutivo e la conseguente crisi dell’industria della canapa in Italia, usi industriali compresi, sta lì ad interrogarci su una arbitraria compressione delle libertà, come la libertà d’impresa. Legiferare per affrontare reati gravissimi, ci pone il problema se l’azione esclusiva su un piano penale possa sostituirsi a quella educativa, sociale e culturale. C’è da chiedersi se il famoso piano culturale su cui ha scritto Alessandro Tedesco, non sia la strada maestra per educare e regolare le relazioni individuali e dar vita ad una consapevolezza collettiva più efficace contro crimini come quelli legati alla violenza sulle donne. Se questo non accade, se tutto il peso di contenere i comportamenti illeciti viene demandato alle forze dell’ordine prima e al codice penale poi, indubbiamente uno dei fondamenti del nostro vivere civile è in crisi profonda. Franz Kafka nei suoi due capolavori “Il Castello” e “Il Processo” prefigura una realtà in cui un potere invisibile opprime l’uomo comune arrivando a cancellarne arbitrariamente la libertà. Duole dirlo ma quei due libri suonano oggi sinistramente profetici là dove il legislatore entra sempre più su piani intimi, che ben prima di essere oggetto delle attenzioni del codice di procedura penale sono da affrontare su un piano educativo, psicologico e culturale.
Siamo di fronte ad una malattia autoimmune delle società occidentali?
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lo scenario descritto sibcinfigura né più né meno come una giungla normativa in cui vale la legge del più forte. e lascio indovinare a cosa e chi mi riferisco altro che tutti uguali dinanzi alla legge. condivisione piena dei concetti espressi