

In questi giorni una serie di articoli e notizie ha plasticamente reso l’idea di un cambio di rotta non solo a livello politico, ma soprattutto culturale sulla questione “Green”.
Dapprima un articolo sul Corriere di Milena Gabanelli, passato stranamente in sordina nel flusso mainstream (come raramente capita ai suoi articoli), ha analizzato la crescita della Cina nel campo delle tecnologie verdi negli ultimi 20 anni. Nulla che non fosse noto sia chiaro, ma per la prima volta un’esponente di rilievo di una determinata area culturale ha sottolineato come la crescita impetuosa del dragone sia stata dovuta ad ingenti sovvenzioni statali volte a coprire ogni sorta di perdita e ad una enorme compressione di norme ambientali e civili; e come conseguenze di tutto ciò siano state il massacro dell’industria Europea e un quasi monopolio delle tecnologie “green”.
Sia chiaro, la Cina ha fatto il suo interesse e non certo per coscienza ecologista, sono altri che non hanno vigilato. Nel frattempo, il compagno Xi proprio in questi giorni ha sfornato il nuovo piano quinquennale…. Avete presente quella cosa che faceva molto Unione Sovietica ed economia pianificata? Però, come tanti altri lati della sua politica, la Cina ammanta di ideologia rossa un pragmatismo molto capitalista e traccia una direzione chiara poi seguita dalle proprie aziende.
Ma cosa dice di interessante questo documento? In sintesi, il nuovo piano (2026–2030) punta su autosufficienza tecnologica, innovazione scientifica e riforme strutturali per affrontare le sfide economiche e geopolitiche. L’intelligenza artificiale, la tecnologia quantistica, la bio-produzione, l’energia da idrogeno e la fusione nucleare saranno i nuovi motori di crescita del “paese di mezzo”.
Si prevede l’esclusione dei veicoli elettrici dal piano: considerati ormai maturi, non riceveranno più i finora corposi sussidi statali. Questo comporterà quello che molti predicono da tempo (ne scrissi un annetto fa), ovvero la riduzione della sovraccapacità produttiva e la conseguente selezione naturale dei produttori (come già sta avvenendo per i produttori di pannelli solari).
Ma se queste due notizie sono passate in sordina (ma attenzione, la Cina che si concentra sul nucleare è potenzialmente dirompente), enorme risonanza hanno avuto le recenti dichiarazioni di Bill Gates sul cambiamento climatico. Queste ultime segnano un cambio di rotta, per non dire una inversione quasi a U, assai rilevante. Gates non nega (e ci mancherebbe), la gravità del problema del cambiamento climatico, ma lo ridimensiona: non è la fine del mondo, dice, e l’umanità sarà in grado adattarsi. Un messaggio che invita decisamente (finalmente!) al realismo.
Gates in questa sua nuova presa di posizione sposta l’attenzione su ciò che, secondo lui, ora salverà più vite: vaccini, sanità, lotta alla povertà.
Insomma, Bill Gates giunge, con qualche anno di ritardo, a posizioni razionali. Resta il problema, ma si abbandona la “prospettiva apocalittica”: l’umanità potrà continuare a vivere e prosperare in gran parte del pianeta anche con un clima più caldo. Migliaia di video, conferenze, libri, appelli si sono così auto-inceneriti. Sicuramente, bontà sua, un certo adattamento sarà inevitabile specialmente nei Paesi poveri, che saranno i più colpiti soprattutto in termini di vite umane. Un duro colpo per l’ambientalismo militante, quello per cui andando in bicicletta o mettendo pannelli solari in Europa avremmo salvato il mondo.
A mio avviso, la parte più dolorosa per questi estremisti sarà che la fondazione Gates dirotterà parte dei fondi dalla lotta al cambiamento climatico verso progetti sanitari e di sviluppo umano. Le dichiarazioni arrivano poco prima della COP30 in Brasile, a cui Gates non parteciperà. Un duro colpo per una certa narrazione che “perde” uno dei suoi campioni e sostenitori, tra l’altro non l’ultimo a fare una mossa del genere.
Questo nuovo approccio è pragmatico ma, mi sia permesso dirlo, giunge fortemente in ritardo. Lui e la Gabanelli solo oggi paiono rendersi conto di come le politiche attuate fino ad oggi non abbiano dato grandi risultati, e su che basi si siano sviluppate e a vantaggio di chi. Bastano 3 grafici a rendere l’idea di questo colossale fallimento.
Nel primo si vede come nonostante i trilioni investiti principalmente in solare ed eolico, il contributo delle stesse al fabbisogno di energia sia ancora molto marginale. Siamo sempre pienamente nell’era dei fossili, perché, giova ricordarlo, energia non è solo elettricità.

Nel secondo grafico si vede come, alla faccia di COP annuali e grandi proclami, le emissioni abbiano continuato a galoppare. Spoiler: cresceranno ancora moltissimo perché India, Africa ed altri Paesi molto popolosi dell’Asia in rampa di lancio hanno enorme fame di energia; per non parlare di Data Center, AI e tutte le varie piattaforme social.

Infine, il terzo grafico: la CO2 cumulata. Si vede come la Cina, da quando ha iniziato la sua ripresa, ha ormai raggiunto un’Europa che per 20 anni ha “fantozzianamente” inseguito le chimere dell’ambientalismo ideologico, e che oggi si trova in mezzo ad un guado (per non usare altri termini forse più appropriati e non certo verdi) politico, sociale, economico e tecnologico.

Verrebbe allora da dire “Ben svegliati!” a Gates e Gabanelli vari, ma temo sia tardi e forse inutile ormai anche per quello.
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concordo nel mio piccolo parola per parola. Per l’Italia mi permetto aggiungere: una economia di trasformazione come quella italiana se non mette mano urgentemente (dico come priorità assoluta!) al nucleare, in mancanza di energia a prezzo sostenibile, E’ FINITA. Ricordo le parole di Draghi al primo choc del gas russo: “ma come abbiamo fatto a finire così?”
Per il nucleare bisognava muoversi prima. Puoi farlo ancora ma ci vorrebbero comunque anni se non decenni nel Paese delle lungaggini burocratiche e dell’ambientalismo militante ad ostacolare certe opere. Inoltre ci vogliono miliardi di investimenti e costi che al momento non sembrano esserci, se non tagliando servizi e spese essenziali.
Ci si chiede come abbiamo fatto a finire così. Allo stesso modo di quando la Russia invase prima la Georgia e poi la Crimea e il Donbass in Ucraina e cioè abbiamo fatto finta di niente perché tanto il gas arrivava a basso prezzo e tutti contenti. E chi avvertiva delle conseguenze di tutto ciò veniva tacciato come gufo, portasfiga e nemico della società.
Per non parlare del suicidio economico di un’Europa minimamente rilevante a livello di emissioni di gas serra che con il green deal voleva farsi portavoce di un nuovo cambiamento epocale a detta di costoro inevitabile, mentre altri se ne fregano e sfruttano questo per smantellare il sistema industriale europeo.
I tre grafici sono eguali: tutti e tre global primary energy consumption.
Grazie per la segnalazione abbiamo provveduto