
Questo contributo nasce dalla visione della serie Portobello di Marco Bellocchio, dedicata alla vicenda di Enzo Tortora, le cui prime puntate sono state diffuse su Prime Video. Non è una recensione, né una ricostruzione giudiziaria. È una riflessione civile ed etica, che prende le mosse da un’opera artistica per interrogare qualcosa di più profondo e universale.
La serie di Bellocchio non si limita a raccontare una storia del passato. È un atto civile. Non riapre un “caso”, ma una domanda morale. E la rivolge direttamente al presente.
Perché ci sono incubi che non arrivano di notte. Arrivano di giorno, con il linguaggio della legge e la solennità delle procedure. Possono colpire anche quando si è innocenti. E quando arrivano, spesso, nessuno ti crede.
Da ragazzo, come milioni di italiani, seguivo Enzo Tortora in televisione. Portobello non era soltanto una trasmissione: era un rito civile, un esercizio di fiducia collettiva. Per questo la notizia del suo arresto fu uno shock che incrinò qualcosa di profondo, non solo nell’opinione pubblica, ma nella coscienza del Paese.
La serie restituisce con crudezza una verità essenziale: l’ingiustizia non ha bisogno della colpa. Le basta il meccanismo. Un impianto accusatorio fragile, testimonianze inconsistenti, un clima culturale che scambiava il dubbio per complicità. Quando il sistema si mette in moto senza coscienza, la verità diventa irrilevante.
In questo senso la vicenda di Tortora richiama inevitabilmente Il Processo di Franz Kafka: un uomo innocente trascinato in un procedimento opaco e impersonale, dove la colpa è presupposta e la difesa diventa un atto quasi sovversivo. Quando la giustizia perde il volto umano, si trasforma in un labirinto e in una via crucis.

Il caso Tortora fu uno scandalo rimasto, di fatto, impunito. Eppure non tutti tacquero. Alcuni giornalisti e alcune figure politiche ebbero il coraggio del dubbio, difendendo la presunzione d’innocenza come valore costituzionale. Si distinsero dalla folla di chi, ieri come oggi, preferisce il rassicurante coro del “crocifiggilo”.
Resta in me vivido il ricordo del 16 settembre 2015, a Torino, alla cerimonia di intitolazione del porticato di Piazza Solferino a Enzo Tortora. Piero Angela lo definì con parole semplici e definitive: «Un uomo libero e giusto».
Conservo ancora i suoi libri: Lettere dal carcere, Lettere a Francesca, Se questa è Italia. Pagine che non invocano vendetta, ma verità. E dignità.
Qui il pensiero si fa più profondo. Il Vangelo afferma: «Beati i perseguitati a causa della giustizia». Non è una consolazione, ma un atto d’accusa contro ogni sistema che, nel nome della legge, produce ingiustizia. Non sono beati perché perseguitati, ma perché non hanno piegato la verità. Questa beatitudine smaschera la distanza tra procedura e coscienza.
In questa luce Enzo Tortora non è soltanto la vittima di un errore giudiziario. È diventato uno specchio morale. La sua sofferenza non redime il sistema, ma lo costringe a interrogarsi sul senso stesso della parola “Giustizia”.
Ed è qui che risuona l’arringa finale del memorabile film Il Verdetto di Sidney Lumet. L’avvocato interpretato da Paul Newman non parla da tecnico del diritto, ma da uomo. Non promette una giustizia infallibile, ma chiede di non rinunciare all’idea stessa di giusto. Perché la giustizia, prima di essere norma, è un anelito umano. Lo stesso che anima la nostra Costituzione.
Tornando a Tortora, continua a colpire il suo saluto al ritorno in televisione. Quel silenzio, e poi quella domanda destinata a restare scolpita nella coscienza civile:
«Dove eravamo rimasti?»
Forse proprio qui. Nel punto in cui dobbiamo chiederci se la giustizia sia ancora un ideale condiviso, e non soltanto una procedura. Perché senza giustizia non c’è fiducia. E senza questo anelito al giusto, l’uomo smette di essere pienamente umano.
Se vogliamo credere nella giustizia, dobbiamo prima credere in noi stessi e scegliere la rettitudine, l’onestà intellettuale, il coraggio del dubbio. Perché — come conclude l’avvocato de Il Verdetto — «la giustizia vive nei nostri cuori».
Rileggendo la vicenda di Enzo Tortora alla luce dell’opera di Bellocchio, e delle grandi narrazioni morali che attraversano la nostra storia — dal Vangelo a Thomas More, da Kafka ai molti innocenti travolti dall’errore — torniamo inevitabilmente al punto di partenza: la giustizia è fondamento irrinunciabile della dignità umana.
Non è un concetto astratto, né una mera architettura normativa. È un bisogno essenziale che abita le coscienze. È ciò che ci fa soffrire davanti all’ingiustizia, che ci impedisce di accettare il torto come destino, che ci spinge a continuare a porre domande quando il sistema sembra chiuso su se stesso.
Enzo Tortora non è stato solo la vittima di un errore giudiziario. È diventato, suo malgrado, una coscienza civile. La voce — come disse lui stesso — di chi non poteva parlare. La sua storia ci ricorda che la giustizia non è mai definitivamente acquisita: va custodita, difesa, nutrita, perseguita.
Ecco perché il suo sacrificio non è stato inutile.
Finché continueremo a interrogarci, a dubitare, a non voltare lo sguardo, la sete di giustizia che abita l’uomo non sarà tradita.
Nel nome di Enzo Tortora.

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Ricordo come nell’aprile1983, ci fu la notizia del ritrovamento dei (falsi) diari di Hitler. Interpretai quindi quanto segue sullo sfondo della recente tregenda d’odio antiebraico in Italia. A Portobello, Tortora grido`: “Salutate il nostro amico!” mentre entravas in scenas un uomo alto, coi connotati di Hitler, in uniforme nazista. Il pubblico esitava ad applaudire. Tortora ripete’: “Salutate il nostro amico!” Ed il pubblico applaudi’ educatamente e con qualche esitazione.
E quello sarebbe un santo? Io lasciai l’Italia due mesi dopo. Fu molto difficile,ma di sicuro non me ne pento. Avevo 27 anni, e adesso ne ho 70. Almeno non sono nelle grinfie di odiatori in un Paese che fu dell’Asse.(Non e` che manchino gli odiatori nei Paesi Alleati: anzi, mi pare che credano di espiare per esserlo stati.)
Capisco che altri se ne siano dimenticati. Per me Tortora e` quell’episodio, e solo quello.