

L’ambition ne vieillit pas…, diceva Luigi XVIII. E non aveva torto, almeno a ripercorrere le tappe del caso Venezi.
Ma, innanzitutto, esiste davvero un “caso” Beatrice Venezi? Sì, purtroppo, a testimoniare i guizzi tragicomici cui indulge la fantascienza politica italiana quando affronta la gestione pubblica di una cultura resa claudicante dopo decenni di incuria. Ché, nel migliore dei mondi possibili, un “caso” non si sarebbe mai posto o potuto porre, non essendovi la materia del contendere: un direttore dal mestiere sicuro come Fabio Luisi non ha fatto uso di troppi giri di parole per dire quello che in molti, se non tutti, pensano, e cioè che Beatrice Venezi non fa per la Fenice di Venezia, cui le sue ambizioni un tantino esagerate e la comprensione del Ministro e del Sottosegretario alla Cultura, Giuli & Mazzi, la volevano destinare, avvalendosi della benevola disposizione del sindaco Luigi Brugnaro e del sovrintendente Nicola Colabianchi.
Ha avuto facile gioco la sinistra, o chi per essa, a buttarla in cagnara politica, approfittando dell’inconsistenza dei protagonisti di un “affaire” che pare scritto da Feydeau. Perché se la Venezi ha avuto un residuato d’astuzia e, evitando di farsi ridurre come San Sebastiano, s’è ritirata nel silenzio e nelle minacce di querele (che in Italia hanno ormai sostituito la salsa di pomodoro), aiutata dalla geografia che la vede al momento impegnata assieme a Renato Palumbo nelle repliche della Traviata al Colón di Buenos Aires (e persino in quelle lontane plaghe sono affiorati chiacchiericci non proprio commendevoli), da Mazzi a Brugnaro si sono levati commenti che parevano presi di peso dalle tradizioni meno nobili della commedia all’italiana.
La vicenda è più o meno nota. Il 22 settembre Beatrice Venezi viene nominata nuova direttrice musicale della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia, con decisione “approvata all’unanimità dal presidente della Fondazione, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e da tutti i consiglieri di indirizzo”, per quanto non fosse stato indetto un – peraltro non richiesto – Consiglio di indirizzo con all’ordine del giorno una discussione sulla nomina: excusatio non petita, insomma.
Venezi dovrebbe assumere ufficialmente l’incarico a partire dall’ottobre 2026, con un mandato fino a marzo 2030. Il comunicato stampa della Fondazione ricorda come la nomina “rappresenti un significativo valore aggiunto per l’attività del Teatro in termini di professionalità, visibilità internazionale, energia e rinnovamento”. Con una certa imprudenza, lo stesso comunicato – oltre ad annunciare un prossimo incontro fra Venezi, il sovrintendente e i lavoratori del Teatro – mette in risalto una designazione “che vede una delle poche figure femminili assumere un ruolo apicale nel panorama dei grandi teatri lirici internazionali, confermando la vocazione globale e innovatrice della Fenice”.
Che nel panorama direttoriale odierno vi siano poche figure femminili è affermazione azzardata: da “veterane” come Marin Alsop, JoAnn Falletta, Dalia Atlas, Sian Edwards, Jane Glover, Simone Young a, tanto per citare, Xian Zhang, Elim Chan, Laurence Equilbey, Alondra de la Parra, Mirga Gražinyt?-Tyla, Joana Carneiro, Susanna Mälkki, Karina Canellakis, Eva Ollikainen, Keri-Lynn Wilson, Oksana Lyniv (direttrice musicale del Teatro Comunale di Bologna), Gemma New, Dalia Stasevska, Nathalie Stutzmann, Joana Mallwitz, Speranza Scappucci. Le interpreti femminili di valore abbondano e ricoprono ruoli di rilievo in istituzioni concertistiche e operistiche internazionali.
Il comunicato della Fondazione rimpolpa il curriculum non proprio imponente della direttrice (che ama farsi chiamare “direttore”): diplomata a pieni voti in composizione e direzione d’orchestra al Conservatorio di Milano, direttrice ospite o principale di “vari teatri del mondo”, consigliera per la musica del ministro per la Cultura (2022-2024), premi e riconoscimenti, corsi universitari, un disco con Warner Music Italy, il concerto di Natale in Senato nel 2022. Tralasciando i “vari teatri del mondo”, l’elenco è francamente anemico: la maggior parte di chi conosceva la Venezi la ricordava soprattutto per le pubblicità di Bioscalin e Pasta Garofalo. Ma poco male: il talento dovrebbe essere l’ago della bussola.
Solo che non è andata proprio così.
Le polemiche non si fanno attendere, e sono ovviamente di marca politica. Venezi non ha mai fatto mistero delle sue simpatie per Giorgia Meloni, e qualcuno ricorda che il padre, un immobiliarista oggi direttore editoriale del Lucca Times, ha un passato da dirigente nazionale di Forza Nuova. Giuseppe Saccà, capogruppo del Pd in Consiglio comunale, tuona che “la Fenice meritava scelte trasparenti, non calate dall’alto”. Marco Trentin, rappresentante Fials del Teatro, aggiunge: “Da mesi circolava la voce, ma il sovrintendente ci aveva rassicurato che il percorso era lungo, con vari nomi, e che ci sarebbe stato un passaggio con orchestra e lavoratori. Passaggio che non c’è stato. È un blitz scandaloso.”

Il sovrintendente Colabianchi, di cui alcuni ricordano le simpatie per la destra, dichiara di avere “approfondito con cura tutti i profili” e di aver scelto Venezi “per le sue qualità musicali e umane”. Il post sul web con cui La Fenice annuncia la nomina viene subissato di repliche e insulti: il vaso di Pandora è scoperchiato, scendono in campo orchestrali e maestranze, arrivano disdette persino da abbonati storici.
Colabianchi invita a dare fiducia alla Venezi con toni da specie in via d’estinzione: “È brava, è giovane, è donna.” Ma i musicisti replicano: “Non ha mai diretto né un titolo d’opera né un concerto sinfonico in cartellone alla Fenice. Il suo curriculum non è paragonabile a quello delle grandi bacchette del passato.”
Fin qui il dramma, che ricorda – per chi ne ha memoria – l’ascesa e caduta di Francesca Colombo, sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino per volontà di Matteo Renzi. Allora era la destra a gridare allo scandalo.
In una vicenda in cui il talento, vero o presunto, di Venezi era l’unico argomento su cui discutere, esso è rimasto in disparte. Luca Zaia ne fa un simbolo: “Esempio per i giovani, l’impegno paga sempre.” Ma l’unico festival che l’avesse voluta era quello di Sanremo, non proprio i Proms di Londra.
C’è chi ricorda anche l’incarico di consulente per la musica al Ministero, ben retribuito. Maria Rosaria Boccia, memore di vecchie ruggini con Sangiuliano, la accusa di essersi fatta pagare due volte: come funzionaria e come direttrice ospite nel concerto del 2022 al Senato, concluso con un Omaggio a Mogol applaudito dai senatori canterini.
Seguono altri episodi poco edificanti, come le tensioni con l’Orchestra Sinfonica Siciliana. Venezi, ormai oggetto d’imitazioni di Virginia Raffaele, rischia di sembrare Cimabue nel vecchio Carosello: “fai una cosa e ne sbagli due”.
La difesa scritta del sovrintendente, di fronte alla protesta dell’orchestra, è quasi grottesca: “[Il contratto con Venezi] prevede la direzione di un grande evento, tre concerti e due opere a stagione. Significa che la maggior parte della nostra attività vedrà comunque direttori di fama internazionale.” Tradotto: la toppa è peggio del buco.
Dall’Argentina arrivano poi i commenti sul suo nuovo incarico al Teatro Colón. La Nación (10 ottobre 2025) scrive: “A instancias de la Embajada de Italia y con una importante carta de presentación de mano de la política como es su amistad con Meloni y el cargo de asesora del ministro de Cultura…”.
Mazzi intanto critica la lunghezza delle opere “pre-elettriche”, Brugnaro invita ad andare all’opera “solo se si è riposati”, e la petizione per rimuovere Venezi supera le 15.000 firme. Fabio Luisi, Uto Ughi e Vittorio Parisi si uniscono alle critiche.
Cosa resta? Un senso di farsa, e la certezza che la cultura in Italia è ormai un’appendice avariata dello spoils system. La destra mostra il suo pressapochismo, la sinistra finge di dimenticare i propri Veronesi.
Del talento di Beatrice Venezi resta poco. La politica può fare miracoli, ma non creare il talento dal nulla. Beatrice Venezi è una direttrice discutibile, mediocre, forse insignificante. Qualcuno la dice vittima di un sistema, ma la verità è che ha accettato un ruolo sproporzionato alle sue capacità, diventando simbolo – suo malgrado – di un’ambizione fuori scala. Être dans le vent : une ambition de feuille morte, scriveva Gustave Thibon.
E poiché tutti i salmi finiscono in Gloria, anche questo si chiude alla Fenice: “Alla luce di quanto accaduto, appare evidente che il rapporto di fiducia fra l’orchestra e il sovrintendente sia ormai irrimediabilmente compromesso. Con senso di responsabilità verso il pubblico e la tradizione, chiediamo la revoca della nomina del direttore Beatrice Venezi.”
Da Colabianchi alla stessa Venezi, le dimissioni, ancorché tardive, sarebbero state auspicabili. Ma ormai, si tratta solo di politica. Ecco.
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(Daniela Martino)
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