


Il caso dei ragazzi italiani richiamati sulla metropolitana di Bangkok non racconta soltanto un episodio di maleducazione. Rivela una cultura che confonde la libertà con il rifiuto delle regole e trasforma ogni gesto di insofferenza verso l’autorità in una forma di ribellione.
Anche stavolta ci siamo fatti riconoscere. È più o meno questo il commento più scontato all’episodio dei ragazzi italiani che, in gita a Bangkok, si sono lasciati andare a schiamazzi e gestacci sulla metropolitana, fino a essere richiamati da una scandalizzata signora.
Intendiamoci, benché il video sia diventato virale e la vicenda abbia finito per coinvolgere l’ambasciata, come si dice, non è morto nessuno. Sulla base di questa considerazione, l’episodio si può derubricare alla categoria dell’“in fondo sono solo ragazzi” o del “noi italiani siamo caciaroni, si sa”.
Qualcuno ha fatto ricorso ai più classici “non c’è più religione” e “povera Italia”, altri si sono cimentati nel tentativo di un’analisi più approfondita, cosa non così scontata.
Quell’episodio rappresenta la fotografia di una situazione culturale generale? Non si tratta certo di una fotografia esaustiva, ma un tratto, secondo me, lo coglie piuttosto nitidamente: la retorica del ribelle.
Io soprattutto questo ci leggo. Nella mancanza di rispetto nei confronti di una signora, di una persona meno giovane, del “padrone di casa”, non c’è solo ineducazione. Non è solo questione di non conoscere le regole della buona creanza: quelle regole non sono ignorate, sono disprezzate.
Perché? Da dove nasce questo disprezzo? Nasce proprio da quella che chiamo, appunto, retorica del ribelle.
In generale, mettere in discussione l’autorità costituita e non piegarsi alle sue regole è considerato un gesto di libertà, una rottura degli schemi, l’anticamera della rivolta contro il potere malvagio.
In tanti ambienti, certamente nel mondo universitario, ma talora anche in quello aziendale, il rispetto dell’autorità è considerato al pari di una forma di piaggeria, di pusillanimità, di ottusità. Chi peggio dei cosiddetti yes-man?
Già, perché secondo la retorica del ribelle, l’umanità avanzerebbe grazie ai gesti eclatanti dell’avanguardia dei disubbidienti e non grazie ai piccoli gesti silenziosi dei tanti eroi della normalità.
Questa retorica ha permeato larga parte della società italiana, coinvolgendo in modi diversi più generazioni, facendo sedimentare un diffuso atteggiamento adolescenziale, elevato al rango di anticonformismo – a volte si declina in complottismo – rispetto al quale si osserva un’accondiscendenza piuttosto diffusa.
Così si pensa che i problemi si risolvano “scendendo in piazza”, urlando slogan, indicando nemici, fino a schierarsi pregiudizialmente col ladro e non con la guardia, a scatenare la guerriglia per un treno ad alta velocità, a imbrattare un quadro perché fa troppo caldo, ad abbattere una statua perché non rappresenta il proprio modo di pensare e anche a sfottere una signora tailandese che ti richiama a un comportamento rispettoso, perché in fondo anche questo rappresenta una rottura degli schemi.
So bene che per molti i due piani non sono paragonabili: in un caso si tratterebbe di giovani impegnati che contestano il sistema, nel secondo di giovani disimpegnati e semplicemente maleducati.
Penso invece che i due atteggiamenti abbiano una radice esistenziale comune, l’idea secondo cui il rifiuto delle regole e dell’autorità testimonia di per sé una forma di affermazione.
Diversi personaggi sono stati presi a prestito come icone di questa retorica. Il più gettonato è probabilmente Che Guevara, guerrigliero e aspirante dittatore argentino, figura prima o poi comparsa su almeno un gadget di quasi qualunque giovane per almeno tre generazioni.
Per le anime più delicate si propongono anche altre icone, arrivando a spericolati tentativi di indicare Gesù come il primo e più grande dei ribelli.
Non ci vuole molto a capire che ciò non corrisponde al vero: basta il passaggio evangelico nel quale si rivolge così ai rivoltosi che contestano le imposte decretate da Roma: date a Cesare quel che è di Cesare.
Intendiamoci, non voglio certo gettare la croce addosso a quei ragazzini in gita, né attribuire loro questa o quella volontà. Si sono anche scusati e questo basta e avanza.
Desidero invece mettere in evidenza come anch’essi, anzi soprattutto loro, siano vittime perlopiù inconsapevoli della cultura malata nella quale sono nati e cresciuti.
Come scardinare questa cultura? Si tratta di una sfida molto impegnativa, volta a rimettere insieme due parole che da tempo viaggiano separate: libertà e responsabilità.
Forse si deve ripartire dagli asili.
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Io darei una lettura un po’ diversa: partendo dalla considerazione che le gite al liceo, ai miei tempi, erano per esempio a Bergamo (da Padova), mi viene da pensare che questi ragazzotti buzzurri e cafoni siano semplicemente troppo ricchi e troppo viziati. Anche le contestazioni, al liceo fine anni ’60 e all’università primi anni ’70, scioperi occupazioni manifestazioni ecc., erano prerogativa esclusiva o quasi dei figli di papà: noi figli di operai e di contadini avevano troppo da fare a finire gli studi per smettere di pesare sulle famiglie, per poterci permettere simili lussi. E, da quei ragazzotti ricchi e viziati che sono, sono mancati tutti quei salutari “no” che servono a imparare, tanto per cominciare, l’educazione e il rispetto.
mah, cultura woke non saprei….nel 1990 ero a Pechino per studio, all’istituto di lingue. la scuola aveva preparato una serata all’Opera di Pechino, parte del programma didattico e anche momento di svago in una città che all’epoca offriva pochissimo divertimento.
accadde che i pullman preparati per il viaggio fino all’opera non fossero sufficienti a trasportare tutti i partecipanti, e allora gli italiani (quell’anno molto numerosi, e quasi tutti provenienti da Roma Napoli e Venezia) “scesero in piazza” a protestare, chiedendo che l’istituto preparasse altri mezzi, e a chi era già a bordo di scendere per “solidarietà” con chi non aveva trovato posto, a Pechino, un anno dopo Tian An Men (e intanto pensavo uh, cheppalle, ma anche qui mi devo sucare i comitati studenteschi di lotta e resistenza?!?!)…..
risultato? trasferta annullata, scuse del rettore e promessa di preparare il numero corretto di pullman per la settimana successiva. quando però ci fu il secondo tentativo, di italiani sui bus ce n’erano forse una decina, e molti mezzi rimasero vuoti….
per dire che l’atteggiamento infantile delle piazze, dei giovani e anche di parecchi adulti italiani non è cosa nuova, e che la generale sciatteria, maleducazione e arroganza di parecchia gente, non limitata né rimproverata da nessuno negli ultimi decenni, non solo ha guastato diverse generazioni di italiani, che finiscono per comportarsi male anche all’estero perché lo trovano naturale e perché a casa nessuno glie lo impedisce, ma fanno sì che anche gli stranieri, vinta un’iniziale resistenza culturale, si lascino andare a comportamenti che al loro paese mai si sognerebbero di mettere in scena.
le orribili e stupide scritte sui muri sono il pessimo e più pacchiano segno di generale inciviltà e maleducazione, travestita da antagonismo da due soldi.
una volta almeno se ne leggevano di gustose, adesso sono proprio soltanto scarabocchi o slogan del tutto sconnessi con la vita normale degli italiani. e nessuno pensa a costringerli a cancellarle, che sarebbe il minimo per davvero.
salvo poi multare i turisti che scrivono sui monumenti, in un tripudio di ipocrisia istituzionale e amministrativa
Certamente si dovrebbe ripartire dagli asili. Però si dovrebbe garantire agli asili (e su su fino all\’università) personale didattico all\’altezza. Purtroppo questo personale è figlio delle stesse famiglie che hanno cresciuto i figli nella maleducazione. Come se ne esce? Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Articolo interessante ma non coraggioso. Manca l’affondo alla cultura woke che la sinistra sta inculcando nelle giovani generazioni che rappresentano il bacino del suo elettorato futuro.