
Storicamente crocevia di popoli, imperi e religioni, l’area balcanica è da secoli segnata da fratture etniche e nazionali che hanno più volte fatto tremare l’Europa: dall’attentato di Sarajevo che innescò la Prima guerra mondiale fino alla dissoluzione della Jugoslavia e ai conflitti sanguinosi degli anni Novanta. Guerre che hanno lasciato in eredità istituzioni deboli, modelli di democrazia fragili, confini contestati e divisioni etniche. Oggi le stesse linee di frattura continuano a rendere la regione strutturalmente instabile.
A questo si aggiunge la disillusione di un’intera generazione cresciuta con l’aspirazione di entrare nell’Unione europea, vista come sinonimo di libertà, democrazia, stabilità e benessere, e che ora percepisce quell’orizzonte come sempre più distante, tra rinvii, lentezze burocratiche e promesse rimaste sulla carta. In molti prevale la sensazione di essere stati lasciati ai margini da un’Europa girata sempre dall’altra parte. Un vuoto che è diventato terreno fertile per la disinformazione russa, mentre gli investimenti cinesi, spesso accompagnati da condizioni onerose, hanno aumentato le dipendenze economiche e, di riflesso, la fragilità politica dei Paesi dell’area.
In questo contesto è nato l’Osservatorio Sud Est Europa (SEE), su iniziativa del senatore Marco Lombardo e promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi insieme alla Open Society Western Balkans. La presentazione si è tenuta giovedì 26 febbraio alle ore 11.00, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato, nell’ambito della conferenza stampa “Dialoghi liberali per lo sviluppo e la pace dell’area”, introdotta da Andrea Cangini, segretario nazionale della Fondazione Luigi Einaudi.
L’obiettivo è creare un luogo stabile di analisi e confronto sul Sud-Est europeo e promuovere, nelle società balcaniche, la cultura liberale e l’ideale europeista.
Il quadro
Il quadro nei Balcani è segnato da tensioni di diversa intensità, ma con un filo comune: fragilità istituzionali, leadership polarizzanti e un equilibrio sempre più esposto a pressioni esterne.
In Bosnia ed Erzegovina, il leader Milorad Dodik contesta apertamente le istituzioni centrali, ignora i provvedimenti giudiziari e porta avanti una strategia di ridefinizione del potere in senso sempre più autoritario. Parallelamente rafforza i rapporti con Mosca. Lo stesso avviene in Serbia, dove il presidente Aleksandar Vucic si muove verso una deriva altrettanto autoritaria mentre crescono i suoi rapporti con Russia e Cina. Le tensioni con il Kosovo restano irrisolte.
In Montenegro, le coalizioni sono fragili e includono forze filo-serbe, con tensioni etniche che incidono sul percorso europeo del Paese. A questo si aggiungono gli investimenti cinesi nelle infrastrutture, in particolare nel settore autostradale, che hanno suscitato dubbi per le clausole contrattuali onerose e per l’impatto ambientale. Tuttavia, rispetto agli altri due contesti, il Montenegro conserva margini di stabilità più ampi e una prospettiva europea che, pur rallentata, appare meno compromessa.
Un contesto regionale sempre più esposto
Nell’ambito di questo quadro possiamo identificare alcuni punti chiave con cui l’Europa si deve confrontare:
- Disinformazione e influenza russa, che sfruttano fragilità istituzionali e divisioni etniche.
- Investimenti cinesi con condizioni capestro.
- Riarmo e militarizzazione, con la Serbia che acquista armamenti da Russia e Cina e ospita campi di addestramento.
- Crescente disillusione verso l’Unione europea, percepita come lenta nel processo di allargamento.
- La sensazione che, se l’Unione non riuscirà a rafforzare la propria presenza nell’area, altri attori lo faranno.
L’Osservatorio Sud Est Europa
La risposta a questo scenario è insieme culturale e politica. L’Osservatorio SEE nasce con l’obiettivo di offrire uno spazio stabile di analisi, proposta e dialogo, capace di riportare il Sud Est Europa al centro dell’attenzione italiana ed europea.
La sottosegretaria al Ministero degli Affari Esteri Maria Tripodi ha ricordato che i Balcani occidentali sono parte integrante della sicurezza italiana ed europea. Le priorità indicate sono: stabilità istituzionale, integrazione economica, cooperazione allo sviluppo, lotta alla corruzione. In altre parole, rafforzare lo Stato di diritto e costruire una visione strategica che renda l’Europa più coesa e sicura.
L’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente dell’Osservatorio SEE, ha richiamato l’attenzione sull’aumento di attori internazionali presenti nell’area che non condividono i valori europei. Per questo, il rilancio dell’allargamento dell’Unione ai Balcani è considerato uno strumento essenziale per arginare spinte e interessi predatori di autocrazie esterne. Il punto, ha osservato, è semplice: se l’Europa non avanza, arretra. Ma l’allargamento dovrà procedere insieme a una revisione dei meccanismi decisionali e a un percorso graduale, con tutele crescenti.
Secondo Eva Ciuk, Coordinatrice del Comitato Scientifico Osservatorio SEE, uno dei nodi centrali resta la lentezza del processo di integrazione. In Bosnia e in Serbia cresce la percezione di un’Europa distante, di una promessa tradita, e in questo clima trovano spazio nazionalismi e derive autoritarie. È anche da questa consapevolezza che prende forma l’Osservatorio: creare un luogo di confronto stabile prima che le tensioni tornino a superare il punto di equilibrio.
Una polveriera che inizia a scaldarsi
I Balcani non sono ancora in fiamme. Ma il calore sta salendo. Secessionismi, blocchi istituzionali, influenze esterne e stanchezza democratica stanno creando un terreno instabile. La storia insegna che ignorare questi segnali può avere costi elevati e che, nei Balcani, si giocherà una parte decisiva del futuro europeo.

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Giusta attenzione, corrette le preoccupazione verso l’Europa che scandisce tempi tutti suoi, ma è anche vero che sinché non si risolvono i nodi Ungheria e Slovacchia, in modo ancor più repido e netto, altre aperture ad Est sono inappropiate
Certo. Devono esistere le condizioni. E la Russia fa di tutto perché non si creino. È un tira e molla, ma in quel tira e molla l’Europa perde. Deve lavorare di più.
Considerando quello che l’Unione Europea sta sperimentando con governi filo-russi o perlomeno non troppo ostili alle politiche di Mosca come si sta verificando in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca principalmente e anche in altri che presentano minori problemi, direi che la chiarezza e la certezza di quei Paesi nel dover rispettare valori e parametri stabiliti per poter aderire all’Unione, diventano fondamentali e non possibili a compromessi di comodo pur di allargare il perimetro dell’Unione Europea stessa.
Abbiamo già visto e stiamo sperimentando che l’influenza e l’ingerenza russa e cinese se non contrastate efficacemente prima di tutto a livello istituzionale, arriverebbero comunque minando la struttura di potere europea.