

Per anni il regime dell’Iran ha incarcerato, impiccato, represso gli oppositori. A migliaia sono stati trucidati negli ultimi mesi, quando le proteste si sono fatte più forti e il regime teocratico ha cominciato a traballare. Eppure in molti dipartimenti universitari di studi umanistici, dove si insegna etica, post-colonialismo, gender studies ecc., non si sono registrate grosse dimostrazioni di solidarietà.
L’interessamento per l’Iran, se non nullo, è stato al massimo sussurrato. È stato debole e intermittente. Probabilmente l’indignazione per il presunto patriarcato nella canzone di Sal Da Vinci che ha vinto l’ultimo Sanremo (“Per sempre sì”) ha raccolto maggiore attenzione.
Poi, però, quando negli ultimi giorni si sono mossi gli Stati Uniti e Israele, attaccando Teheran, ecco il risveglio improvviso delle coscienze: appelli, mozioni, post. Non che protestare contro i bombardamenti sia sbagliato: è del tutto legittimo, e secondo me giusto, temere le conseguenze di campagne militari che avvengono totalmente al di fuori di un quadro giuridico condiviso, arroventando ancora di più lo scenario mondiale.
È piuttosto la puntualità selettiva a impressionare: il pacifismo che si desta quando colpiscono gli ayatollah e non quando sono gli ayatollah a colpire. Del resto, in quegli stessi dipartimenti universitari, degli USA e di Israele in molti parlano con toni che somigliano a quelli del fu tra noi Khomeini (poi ripetuti dai successori): se non si arriva a definirli, rispettivamente, “il Grande Satana” e “il piccolo Satana”, poco ci manca.
Dunque, in effetti, non ci si dovrebbe stupire troppo di certi comportamenti.
Copione simile, del resto, con l’Ucraina. La Russia invade? Certo, grave. Però la NATO, però l’Europa che arma Kyiv, però le “provocazioni”.
E Gaza? La difesa dei civili è sacrosanta e la denuncia dei crimini di guerra pure. Ma da qui si è passati a far scomparire Hamas dietro le quinte e a fare di Israele l’incarnazione del Male, creando un clima in cui la distinzione tra “sionisti” ed ebrei è diventata un gioco semantico pericolosamente scivoloso, che ha finito per offrire una legittimazione agli eterni riflessi antisemiti sotto aggiornate etichette.
Automatismi ideologici derivanti da un dogmatismo culturale che neppure nelle sette religiose più fanatiche. Basta uno spunto e riparte tutta la filastrocca antioccidentale. Il gentile lettore dirà: e dov’è la novità?
Probabilmente ricorderete il caso dei militari all’università di Bologna: la richiesta dell’attivazione di un corso di filosofia per ufficiali dell’esercito aveva fatto gridare le vestali del pensiero critico alla “militarizzazione del sapere”. Soldati che leggono Platone? Pericolo pubblico. Dove si esercita il dubbio metodico, non c’è spazio per ordini, divise, rigidità.
Ora basta vedere il modo meccanico e prevedibile in cui una parte dell’intellighenzia accademica reagisce ai fatti di politica internazionale, servendosi di categorie prefabbricate e frasi precompilate, per farsi venire il sospetto che in realtà la militarizzazione del pensiero operi già — e anche massicciamente — e non per colpa dei militari.
Ecco la novità: care ragazze e cari ragazzi, se cercate un po’ di pensiero critico, non iscrivetevi a filosofia. Arruolatevi. I militari militano meno di certi intellettuali e dei loro giovani adepti.

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Si può dire che l’Iran non ha mai agito direttamente per muovere guerra contro Israele e i suoi alleati, a parte le minacce di annientamento, quelle sì dirette: ha sempre dato mandato ai vari gruppi locali negli Stati vicini finanziandoli e armandoli, così da portare avanti una guerriglia permanente di scontri e azioni mirate per tenere sotto pressione Israele e la sua popolazione.
Certo l’Iran non è meno responsabile in questo rispetto ad un attacco diretto.
Certi pacifisti poi sulle questioni interne dei diritti umani in certi Paesi, cercano di non agire con troppa decisione per paura di ulteriori ritorsioni verso altri civili.
Questa è un’interpretazione presa da un lato innocente e senza sospetti.
Poi c’è chi ha interesse a non disturbare le dittature perché magari lavora per esse, fa propaganda, ci sono istituti accademici che ricevono corposi finanziamenti e gestiscono gruppi di mobilitazione per le manifestazioni in base a un dato interesse o evento particolare.
Così come anche partiti politici, associazioni varie e quant’altro.
Non si puo’, pero’, nemmeno costruire un cordone sanitario che si attiva ogni volta che, anche pacatalente e razionalmente, si discute sulle « modalita’ » e le « tempistiche » e non sulle ragioni.
L’assalto di Fiamma Nirenstein contro Gianluca di Feo ieri sera a Porta-a-Porta ne e’ stata l’esempio.
O quando Maran/Nirenstein hanno attaccato ancora una volta Di Feo sul versetto della Bibhia.
In fondo, e’ stato lo stesso ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee, che ha sostenuto al podcaster Tucker Carlson che Israele ha il diritto biblico di impossessarsi dell’intero Medio Oriente, o almeno della maggior parte di esso. «Sarebbe bello se se lo prendessero tutto», ha detto Huckabee a Carlson durante un’intervista…
Adesso, speriamo tutti che in tempi brevi Israele finisca la guerra. Cosi’ almeno poi non avra’ piu’ bisogno dei suoi armamenti e della bomba atomica, perch’ tutti gli stati intorno formeranno uno spazio economico e democratico.