

Ogni volta che si parla di colpire l’Iran riaffiora la stessa convinzione: che la pressione militare possa accelerare il collasso del regime. Ma la storia del Medio Oriente suggerisce il contrario. Un’offensiva nel sud del Paese rischierebbe di rafforzare il nazionalismo, consolidare le fazioni più radicali e trasformare un successo tattico in un fallimento strategico.
Nella storia delle relazioni internazionali, gli errori più costosi non sono quasi mai derivati dalla mancanza di potenza militare, bensì dall’illusione di conoscere il Paese che si intende colpire. Molte guerre sono iniziate nella convinzione che una società si sarebbe rapidamente disgregata sotto la pressione esterna; spesso è accaduto l’opposto. Di fronte a una minaccia straniera, le divisioni interne hanno lasciato spazio a un forte sentimento di coesione nazionale.
Chi oggi immagina che un’offensiva contro l’Iran meridionale, l’occupazione di quel territorio o la distruzione delle sue infrastrutture strategiche possano produrre un cambiamento politico favorevole, rischia di ripetere esattamente questo errore di valutazione.
Il sud dell’Iran non rappresenta soltanto il cuore energetico del Paese, con i suoi giacimenti, i porti e le raffinerie. È una regione che occupa un posto centrale nell’immaginario storico e nell’identità nazionale iraniana. Pensare che le popolazioni locali possano abbandonare il proprio territorio o accettare passivamente un’eventuale occupazione militare significa ignorare la cultura politica e la memoria collettiva di quella parte del Paese.
L’equivoco, tuttavia, non appartiene esclusivamente agli strateghi stranieri. Attorno all’ipotesi di un conflitto sembrano convergere attori molto diversi, ciascuno spinto da interessi propri.
All’interno dell’Iran esistono settori politici radicali che vedono nelle crisi internazionali un’opportunità per rafforzare il controllo interno. Ogni escalation militare tende inevitabilmente a restringere gli spazi del dibattito pubblico, a rafforzare gli apparati di sicurezza e a rinviare le richieste di riforma provenienti dalla società civile.
Sul versante opposto, una parte dell’opposizione iraniana in esilio continua a coltivare l’illusione che un intervento militare occidentale possa aprire la strada a un cambio di regime. È una convinzione che la storia recente del Medio Oriente ha più volte smentito. L’Iraq, la Libia e altri teatri di crisi dimostrano come il rovesciamento di un governo attraverso la forza esterna raramente produca stabilità democratica; molto più spesso genera frammentazione istituzionale, vuoti di potere e conflitti prolungati.
Esiste poi una terza categoria di attori: governi regionali e forze politiche internazionali che, per ragioni elettorali, strategiche o di equilibrio regionale, ritengono che l’indebolimento dell’Iran possa rafforzare la propria posizione. Anche questa lettura appare discutibile. La geopolitica non si fonda sui desideri, ma sulla permanenza della geografia e dei rapporti di forza.
L’Iran, indipendentemente dalla natura del suo sistema politico, rimane uno degli attori strutturali del Golfo Persico e del Medio Oriente. Nessuna strategia realistica può immaginare di cancellarne il peso geopolitico.
Dal punto di vista militare, l’ipotesi di un’occupazione dell’Iran meridionale presenta criticità evidenti. La fascia costiera che si estende dal Sistan e Baluchistan fino al Khuzestan copre oltre 1.900 chilometri, comprende infrastrutture energetiche, aree urbane, porti strategici e un territorio estremamente complesso da controllare nel lungo periodo.
Anche qualora un’operazione militare ottenesse inizialmente risultati tattici significativi, il vero problema inizierebbe successivamente: mantenere il controllo di un’area così vasta, in presenza di una probabile resistenza locale e di costi politici, economici e militari crescenti. Le esperienze dell’Iraq e dell’Afghanistan hanno dimostrato quanto sia difficile trasformare una vittoria militare in una vittoria politica.
Qualora invece si optasse esclusivamente per una campagna di bombardamenti aerei, le conseguenze sarebbero diverse ma non meno problematiche. Le principali vittime sarebbero inevitabilmente i civili e le infrastrutture indispensabili alla vita economica della regione. Una simile strategia difficilmente modificherebbe gli equilibri politici interni, mentre rischierebbe di consolidare un sentimento nazionalista e un diffuso risentimento verso qualsiasi attore esterno percepito come responsabile delle distruzioni.
Vi è inoltre un paradosso spesso trascurato. Un eventuale conflitto non favorirebbe necessariamente le forze riformatrici e i movimenti favorevoli a maggiori libertà politiche all’interno dell’Iran. Al contrario, potrebbe rafforzare le componenti più radicali del sistema, comprimere ulteriormente gli spazi del dissenso e rinviare ogni prospettiva di evoluzione politica.
Ciò non significa, tuttavia, che gli estremismi interni possano considerarsi vincitori. La storia politica iraniana dimostra che nessuna forza conserva indefinitamente il consenso o sfugge al giudizio della società. Le crisi possono rallentare i processi politici, ma difficilmente ne modificano in modo permanente la direzione.
Anche alcuni Paesi arabi della sponda meridionale del Golfo sembrano talvolta ritenere che un Iran indebolito rappresenti una garanzia di sicurezza. È una valutazione discutibile. La geografia non cambia e la sicurezza regionale non può essere costruita sull’indebolimento permanente del vicino più grande, bensì su un equilibrio fondato sul dialogo, sulla cooperazione economica e sulla gestione condivisa delle crisi.
Infine, una riflessione riguarda quella parte dell’opposizione iraniana che osserva con favore l’ipotesi di un intervento militare straniero nella convinzione che esso possa accelerare la transizione politica. La storia insegna che la legittimità difficilmente nasce dalle macerie di un Paese. Nessun progetto politico può aspirare a un consenso duraturo se viene percepito come il prodotto della distruzione della propria patria.
L’Iran attraversa senza dubbio profonde difficoltà economiche, sociali e politiche e necessita di riforme strutturali. Tuttavia, qualsiasi trasformazione destinata a essere stabile e condivisa dovrà emergere dall’evoluzione della società iraniana, non dall’impiego della forza militare esterna.
Chiunque ritenga di poter ridisegnare il futuro dell’Iran attraverso bombardamenti, occupazioni o pressioni militari rischia di commettere ancora una volta uno degli errori più ricorrenti della storia contemporanea del Medio Oriente: confondere una vittoria militare con una soluzione politica.
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Se l’Iran ha un atteggiamento aggressivo nei confronti dei vicini regionali, una reazione militare è inevitabile con l’aiuto di vari alleati. Aldilà che possa portare a un cambiamento del regime al potere.
Non c’è alcuna possibilità al momento di una trasformazione interna che parta dalla popolazione; ogni tentativo di protesta è stato represso nel sangue, come successo l’ultima volta, e movimenti di resistenza non sono in grado di affrontare il regime (sempre che esistano).
Se parte della popolazione richiama il nazionalismo come difesa contro attacchi esteri forse dovrebbe interrogarsi meglio perché ciò avvengono, quando è il loro regime ad assumere posizioni ostili al di fuori dei loro confini e prendersi la responsabilità delle conseguenze di certe posizioni come appresero bene per esempio gli italiani nella Seconda Guerra Mondiale.
A tutto questo aggiungerei che di quelli che protestavano decine di migliaia sono stati assassinati, decine di migliaia sono in galera e ne vengono giustiziati diversi al giorno, OGNI GIORNO, e gli altri sono bloccati dal ricatto della minaccia di rappresaglie sulle famiglie: ovvio che in strada, di loro, non ci sia più nessuno e ci sono solo gli altri, ma questo non significa che non ci siano più oppositori e che il popolo sia compatto con il governo.