Il Cremlino ha dapprima privato Aleksei Navalny della libertà, poi gli ha negato il dritto ad avere giustizia colpendolo con leggi ad personam ed impedendo un equo processo e infine gli ha tolto, direttamente o indirettamente, la vita. Il prossimo passo è ora calpestare l’unica cosa che del dissidente russo non può essere uccisa: la sua memoria. Orde di troll e obbedienti propagandisti non fanno che postare foto (spesso clamorosamente false), articoli di giornale e ogni altro materiale utile a denigrarlo o a descrivere quale persona orribile fosse, come se questo possa giustificare anche solo lontanamente le inenarrabili persecuzioni che ha subito. Ma ancor più incredibile è il massiccio ricorso a quello che si potrebbe definire “benaltrismo di massa”. Un tentativo coordinato dei soliti divulgatori al soldo del regime di creare un parallelismo con Julian Assange, impropriamente spacciato per un perseguitato politico, perché rivelatore di imbarazzanti e oscuri segreti, nella speranza che il paragone regga e che basti da solo a mettere a nudo la doppia morale dell’odiato Occidente. Peccato che il paragone in realtà regga poco e male. Assange con i suoi Wikileaks ha infatti violato leggi federali degli Stati Uniti, divulgando informazioni che, per quanto scomode e imbarazzanti, erano veri e propri segreti militari, attraverso forme di spionaggio e hackeraggio, e per questo rischia di andare a processo. Un processo che, va ricordato, qualora la Gran Bretagna concedesse l’estradizione negli USA, si terrà in un paese democratico, nel quale la magistratura è indipendente dal governo e dove a tutti è assicurato il diritto di difesa. Navalny, come si sa, era invece un vero prigioniero politico, perché oppositore del Presidente in carica di un paese che tutto è fuorché democratico e in cui il potere giudiziario è una protesi di quello governativo. Per dirla tutta, Assange ha anche tentato l’impossibile pur di sfuggire alla giustizia, scappando dalla libertà vigilata impostagli in Inghilterra per rifugiarsi per ben 7 anni nell’ambasciata dell’Ecuador, dove sarebbe forse ancora oggi, se il piccolo stato sudamericano nel 2019 non lo avesse privato dello status di rifugiato, dopo la pubblicazione degli “Ina Papers”, documenti relativi ad alcuni scandali di corruzione proprio in Ecuador. Navalny al contrario, nonostante il suo avvelenamento fosse avvenuto proprio ad opera del FSB, il servizio segreto russo, ha scelto di rientrare in patria, andando consapevolmente incontro al suo destino, sapendo, cioè, che questo gli sarebbe costato quasi certamente la vita, solo per dare un segnale al proprio paese, una speranza di riscatto dalla dittatura putiniana. Ma ciò che più sorprende è che quelli che oggi impugnano la matita rossa per sottolineare i presunti doppi standard delle democrazie occidentali, sono poi quelli che chiedono senza imbarazzo la fine della prigionia di Assange in quanto paladino della libera informazione, ma poi osannano Vladimir Putin che i giornalisti liberi li incarcera o li ammazza, creando una delle dittature più oppressive al mondo in tema di libertà di stampa. Tutti incredibilmente anche pro-Trump, nonostante sia stato proprio il presidente che ha preteso la sua incriminazione, quando il suo predecessore, Barack Obama (del quale l’attuale inquilino della Casa Bianca era peraltro il Vice) aveva preferito non farlo. Ad aggiungere confusione a queste teorie già confuse c’è poi il colmo dei colmi. “Non capisco perché ti indigni per la morte di Navalny, che è un nazionalista che voleva persino tenersi la Crimea”, mi ha chiesto un amico (putiniano) sicuro di cogliermi in fallo. “Perché se la morte è la giusta punizione per chi ispira i nazionalisti in patria, limitandosi a teorizzare l’annessione della Crimea, mi domando quale sia la pena giusta per chi è un punto di riferimento dei neonazisti di mezzo mondo e quell’annessione l’ha realizzata, aggiungendoci anche il Donbass e un pezzo di Georgia”.
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Il gioco sporco dei troll filoruzzi è facilitato dal fatto che una moltitudine di persone, italiane e non, tengono scollegato il cervello prendendo per vero ciò che è quantitativamente più rappresentato nel breve periodo (nei social soprattutto) del loro interessamento al problema. Sostanzialmente costoro hanno mosso il primo passo per rinunciare alla propria libertà, magari senza rendersene conto, in quanto non sono disposti ad impegnarsi per “comprendere e per accertare la verità” ma rinunciando di fatto ad esercitare il diritto/dovere di costruirsi le proprie opinioni. Il libero pensiero è la garanzia della propria libertà ma oggi il vero nemico sembra essere il tempo. Nella disputa Assange-Navalny tutto ciò è molto chiaro ed evidente ma lo è anche in altri contesti, prestare attenzione ad un interlocutore (così come dover leggere/studiare sulle fonti certe) costa fatica, fatica che pochi accettano di sostenere. Io non sono un sociologo ma credo che la fruizione di contenuti “by the social media” abbia ridotto drammaticamente, nelle persone, la soglia di attenzione ragion per cui soggetti non schierati ideologicamente e politicamente assumono posizioni non congrue con un livello minimo di intelligenza. Questa massa di gente è andata, persa, irrecuperabile; pronta a mettersi a <> a patto che la cosa non costi impegno (intellettuale o fisico) e che possano godere dei loro svaghi. Tutti gli altri è bene che si organizzino in nuovi gruppi sociali per affinità di ideali e voglia di libertà!! Perdonami lo sfogo ma “quanno ce vo’, ce vo’>>