A giudicare dal grande attivismo dei suoi redattori, inclusi quelli occasionali, sembra che le parole d’ordine necessarie per accedere alla redazione del @fattoquotidiano siano “Assange libero”. Una professione di fede più che un motto, perché il mantra dello sputtanamento, opportunamente spacciato per libera informazione, può anche diventare una religione. Al punto che, grazie ad una sapiente opera di make-up, il cofondatore di Wikileaks, ad ogni occasione viene presentato come una vittima di un Occidente smanioso di punire chi ha rivelato molti dei suoi più oscuri segreti, omettendo le tante ombre di un personaggio che tutto è fuorché un paladino della verità.
In questi anni l’organizzazione Wikileaks ha pubblicato centinaia di migliaia di documenti, ottenuti per lo più in modi non legali e coperti da vincoli di riservatezza che da un lato impedivano di certo la conoscenza di fatti oggettivamente orribili, ma dall’altra garantivano anche la sicurezza di persone e intere nazioni. Già nel 2010 cinque ONG internazionali dei diritti umani, tra le quali anche Amnesty (oggi invece schierata in favore della cancellazione delle accuse nei suoi confronti) avevano chiesto a gran voce la rimozione di tutti i dati sensibili dai leaks, che avevano portato nei casi più lievi a furti di identità e truffe su carte di credito, i cui numeri erano riportati in chiaro nei documenti, ma in moltissimi altri avevano messo in pericolo giornalisti, informatori e attivisti che si erano spesi contro i rispettivi regimi, collaborando con le forse USA, come in Afghanistan, Iraq e non solo. Questo nonostante Wikileaks avesse assunto l’impegno di cancellare quei nomi prima della pubblicazione dei documenti, cosa avvenuta solo parzialmente. Lo stesso regime talebano all’epoca aveva dichiarato persino all’emittente britannica Channel 4 di aver avviato uno studio dei documenti per ricavare le identità dei collaborazionisti e decidere poi quale punizione infliggere loro. Se quelle mancate rimozioni fossero intenzionali o no è difficile dirlo. David Leigh e Luke Harding hanno però raccontato l’episodio ormai celebre in cui alcuni giornalisti avevano incontrato Assange da Moro’s, un ristorante spagnolo al centro di Londra, e, alle domande circa i rischi che correvano gli informatori, i cui nomi erano contenuti nei documenti da pubblicare, il sedicente paladino della libera informazione aveva risposto “Beh, sono informatori. Quindi, se vengono uccisi se lo meritano. Se lo meritano!”. Perché a lui non importava se le cause che alcuni eroici cittadini combattevano in patria fossero nobili o meno, o servissero a contrastare dittature violente e sanguinarie. Come scriveva il giornalista e saggista inglese Nick Cohen sul Guardian nel 2011, “avevano collaborato col grande Satana [gli USA, ndr.]”, per cui “la loro sicurezza non era una sua preoccupazione”. Quale impostazione avesse Wikileaks lo rivelò anche lo scrittore e autore britannico James Ball, che per alcuni mesi, fino a settembre 2011, fece parte del gruppo di lavoro di Assange, condividendo la sua idea di un generale diritto di accesso alle informazioni. In un articolo lo scrittore raccontò le ragioni per le quali aveva messo fine alla collaborazione. A partire dal tentativo dello stesso Assange di appropriarsi dei fondi raccolti da Wikileaks attraverso le donazioni, anche per difendersi dalle accuse per violenza sessuale, che si prevedeva sarebbero state mosse a suo carico. Fino all’arrivo nella squadra in un tale “Adam”, poi rivelatosi essere Israel Shamir, cittadino russo con una lunga storia di scritti antisemiti rilasciati in favore di gruppi di estrema destra ed estrema sinistra, dal quale il team non ha mai effettivamente preso le distanze. Di Shamir è nota la collaborazione anche con la dittatura bielorussa di Lukashenko, il quale aveva dichiarato di aver individuato numerosi oppositori grazie a Wikileaks (notizia rilanciata dal Bielorussia Telegraf) e in un occasione annunciò la nascita di una versione bielorussa della piattaforma per denunciare l’ingerenza USA nel sostegno agli oppositori del regime. Questo il giorno successivo a quello in cui Shamir era stato visto uscire dal Ministero dell’Interno dello stato satellite di Mosca.
E’ anche noto, ad esempio, come Argaw Ashine, giornalista etiope del Daily Nation, quotidiano con sede ad Addis Abeba, sia stato costretto nel 2011 a scappare dal paese africano dopo che Wikileaks aveva rivelato come avesse confidato ad un diplomatico statunitense di essere venuto a conoscenza dei piani del regime per intimidire e condizionare la stampa. In questo modo il gruppo di Assange aveva anche messo in pericolo la fonte di Ashine, evidentemente interna al regime. Un bel colpo indubbiamente per un sedicente paladino della libertà di stampa. Ma la sua spregiudicatezza era già nota da un intervista rilasciata al Guardian ad agosto del 2010, nella quale aveva rivendicato con orgoglio i 1.300 morti e i 350.000 sfollati causati da scontri in Kenya, quale conseguenza della pubblicazione su Wikileaks di documenti che provavano casi di corruzione. Perché “il popolo kenyano aveva diritto ad avere quell’informazione” e d’altra parte c’è di peggio, visto che “40.000 bambini ogni anno muoiono di malaria in Kenya”. In un recente articolo, la rivista statunitense National Review ha evidenziato come l’operato di Wikileaks non possa considerarsi imparziale, essendo in massima parte finalizzato a colpire gli USA. E in questo senso non è stato una sorpresa ritrovare Assange conduttore di The World Tomorrow, una trasmissione di circa mezz’ora andata in onda tra aprile e luglio 2012 sul canale di stato russo RT (12 episodi in tutto), il cui primo ospite è stato il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, e che ha visto la partecipazione anche di alleati storici di Putin come il presidente ecuadoriano Rafael Correa, nonostante non sia certo un campione nella tutela della libertà di stampa, come testimoniano i rapporti di Reporter Senza Frontiere sul paese sudamericano.
Non ci vuole molto, dopo queste considerazioni, a capire quindi che dietro il grande sostegno che un pezzo della politica (lo ha scritto lo stesso
@GiuseppeConteIT in un recentissimo post su Facebook) e del giornalismo, come appunto il team del @fattoquotidiano, con la grancassa social di troll, pacifinti e putiniani di vario livello, assicurano ogni giorno ad Assange non c’è affatto il nobile principio della libertà di informazione, né una ricerca della trasparenza assoluta. Ma piuttosto la difesa di un’idea spregiudicata del giornalismo, che prevale sul diritto alla vita e alla sicurezza (individuale e collettiva), e nel caso del Fatto si traduce in gogne e processi mediatici, mista ad un robusto sentimento antiamericano, che di questi tempi non guasta mai.
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2 pensieri su “Assange e il Fatto, un’affinità elettiva”