
Nel dibattito pubblico occidentale, le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia sono state prevalentemente interpretate come provocazioni, boutade o espressioni di un’irresponsabilità comunicativa fuori scala. Questa lettura, tuttavia, rivela più i limiti analitici di chi la propone che la natura del fenomeno osservato. Assumere che il linguaggio del potere sia un semplice riflesso emotivo o una patologia individuale significa ignorare una dimensione fondamentale delle relazioni internazionali contemporanee: la parola come azione, il discorso come strumento di ridefinizione del campo del possibile.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento, spesso rimosso nel commento mediatico: è metodologicamente fragile ritenere che un attore politico come Trump — che ha costruito la propria carriera sull’arte della negoziazione, ha codificato il proprio metodo in un testo programmatico (The Art of the Deal) ed è riuscito a conquistare per due volte la presidenza degli Stati Uniti — operi in modo ingenuo o inconsapevole. Trump può certamente apparire estraneo ai codici del protocollo diplomatico tradizionale; ma confondere la rottura deliberata delle forme con l’assenza di razionalità strategica equivale a un errore categoriale.
Nella sua azione pubblica, l’intuizione negoziale e la gestione del conflitto simbolico restano centrali.
L’obiettivo di questo articolo è dunque analizzare le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia non come enunciati estemporanei, ma come atti linguistici strategici, inscritti in una logica di diplomazia performativa e interpretabili attraverso gli strumenti della politolinguistica e dell’analisi critica del discorso. Gli aspetti geopolitici e strategici della questione artica sono stati affrontati in modo puntuale da Mario Greco su InOltre; qui l’attenzione si concentra invece sulla dimensione linguistica e comunicativa del potere.
La Groenlandia non è, in questa prospettiva, soltanto un territorio geopolitico: è un oggetto discorsivo, riscritto semanticamente per produrre effetti politici prima ancora che giuridici o militari.
La metodologia adottata si fonda sul quadro teorico della politolinguistica (Cedroni; Reisigl & Wodak), integrato con il concetto di diplomazia performativa come pratica comunicativa del potere. Il focus non è stabilire se Trump “abbia ragione” o “torto”, ma comprendere che cosa fa il suo linguaggio: quali cornici attiva, quali identità decostruisce e quali rapporti di forza contribuisce a normalizzare.
Denominare per controllare: il frame trumpiano
Nei discorsi di Donald Trump sulla Groenlandia, la prima operazione rilevante è di natura denominativa. Attraverso precise strategie di nominazione, l’isola viene sottratta alla categoria di soggetto politico e ricollocata in quella di oggetto funzionale. Trump non parla mai della Groenlandia come territorio autonomo, né come comunità dotata di una propria soggettività giuridica o storica; al contrario, la denomina implicitamente come spazio di sicurezza, avamposto militare, asset strategico.
Questa strategia di denominazione si realizza principalmente attraverso metonimia e riduzione funzionale: la Groenlandia non è ciò che è, ma ciò che serve. Quando Trump afferma che “ne abbiamo bisogno per la sicurezza” o che “è circondata da navi russe e cinesi”, il territorio viene ridefinito come estensione della vulnerabilità americana. In termini politolinguistici, la nominazione produce una ricategorizzazione ontologica: ciò che è giuridicamente un territorio sotto sovranità danese viene discorsivamente trasformato in una variabile della sicurezza nazionale statunitense.
Questa operazione non è neutra. Come mostrano gli studi di politolinguistica critica, la denominazione è sempre un atto di potere: nominare significa stabilire il campo del dicibile e, di conseguenza, del legittimo. Riducendo la Groenlandia a spazio strategico, Trump sospende implicitamente la sua appartenenza all’ordine politico europeo e atlantico, predisponendo il terreno per una possibile ridefinizione coercitiva della sovranità.
Attribuire qualità, distribuire legittimità
Una volta costruiti gli attori discorsivi attraverso la denominazione, il discorso trumpiano procede con una sistematica strategia predicazionale, attribuendo qualità e tratti valutativi agli attori coinvolti. Questa fase è cruciale perché consente di trasformare una pretesa geopolitica in una narrazione moralmente giustificata.
Alla Danimarca vengono implicitamente attribuiti predicati di inadeguatezza, marginalità e incapacità protettiva. L’affermazione secondo cui Copenaghen “non ha mai speso soldi” o il riferimento ironico alla presenza danese come a un fatto remoto e quasi folkloristico (“300 anni fa con una barca”) operano una delegittimazione simbolica della sovranità danese. La sovranità, nel frame trumpiano, non è più un titolo giuridico ma una funzione: chi non protegge, non governa.
In parallelo, agli Stati Uniti vengono attribuite qualità opposte: competenza, responsabilità, inevitabilità dell’azione. Quando Trump afferma che “gli abitanti della Groenlandia sarebbero meglio protetti dagli Stati Uniti”, costruisce una gerarchia morale tra attori: da un lato uno Stato inefficiente, dall’altro un garante necessario. È una strategia predicazionale classica, che non si limita a descrivere, ma valuta, orientando il giudizio dell’ascoltatore.
Dal punto di vista politolinguistico, questa asimmetria predicativa produce un effetto preciso: la sovranità viene ridefinita come capacità operativa, non come legittimità storica o giuridica. In questo modo, l’eventuale trasferimento di controllo non appare come una violazione dell’ordine internazionale, ma come una correzione funzionale di un assetto inefficiente.
Performare la minaccia
Il terzo livello analitico riguarda le strategie argomentative, in particolare l’uso sistematico di topoi che consentono a Trump di giustificare una pretesa potenzialmente illegittima. Il discorso sulla Groenlandia è strutturato attorno a una concatenazione coerente di schemi argomentativi ricorrenti.
Il primo è il topos della sicurezza: se qualcosa è necessario alla sicurezza nazionale, allora l’azione è giustificata. Il secondo è il topos della protezione, che stabilisce una relazione gerarchica tra chi protegge e chi è protetto, legittimando il controllo del primo sul secondo. Il terzo è il topos dell’inevitabilità, sintetizzato nella formula “se non lo facciamo noi, lo faranno Russia o Cina”, che trasforma una scelta politica in una necessità strutturale.
Questi topoi operano in sinergia con una precisa strategia di messa in prospettiva: Trump parla per i groenlandesi, senza concedere loro voce. Il popolo locale viene evocato come oggetto di tutela, ma non come soggetto decisionale. È una prospettivazione paternalistica, tipica del discorso populista di potenza, che legittima l’azione esterna come intervento salvifico.
Sul piano degli atti linguistici, le dichiarazioni di Trump non sono semplici assertivi. Esse funzionano come atti commissivi impliciti e come atti direttivi indiretti, producendo effetti perlocutori di pressione, allarme e anticipazione. L’uso della temporalizzazione performativa (“tra 20 giorni”, “tra due mesi”) rafforza questa dinamica: il rinvio non attenua la minaccia, ma la intensifica, producendo agenda e costringendo gli interlocutori a reagire.
La combinazione di intensificazione (“con le buone o con le cattive”) e mitigazione strategica (“faremo qualcosa”) consente a Trump di mantenere alta la tensione discorsiva senza vincolarsi a un atto giuridicamente definito. È qui che il discorso si fa pienamente performativo: non descrive una decisione, ma costruisce uno spazio di possibilità coercitive, nel quale la forza diventa implicitamente legittima prima ancora di essere esercitata.
Temporalizzazione performativa: controllo del tempo, potere sul discorso
Un elemento cruciale del discorso trumpiano sulla Groenlandia è la temporalizzazione, intesa non come semplice riferimento cronologico, ma come dispositivo discorsivo di potere. Nella prospettiva della Critical Discourse Analysis – da cui la politolinguistica contemporanea prende le mosse – il tempo non è mai neutro: è una risorsa strategica attraverso cui gli attori politici organizzano l’agenda, gerarchizzano le urgenze e producono asimmetrie di potere tra parlanti e destinatari.
Le formule ricorrenti utilizzate da Trump (“tra 20 giorni”, “tra due mesi”, “ne parleremo a breve”) non svolgono una funzione informativa, bensì performativa. Esse sospendono la decisione finale, ma al contempo la rendono inevitabile. In termini di CDA, si tratta di una strategia di agenda-setting discorsivo: il leader non annuncia un atto concluso, ma costruisce uno spazio temporale carico di aspettativa, nel quale gli interlocutori – Danimarca, Unione europea, Groenlandia stessa – sono costretti a reagire, posizionarsi, difendersi.
Dal punto di vista politolinguistico, questa temporalizzazione rafforza la forza illocutiva degli enunciati. Il rinvio non attenua la minaccia, ma la intensifica: la decisione viene presentata come già inscritta nel futuro, mentre il presente diventa una fase di pressione negoziale. È un uso tipico degli atti linguistici commissivi indiretti, in cui l’impegno all’azione è implicito ma percepito come credibile.
È in questo snodo che la politolinguistica e la Critical Discourse Analysis si saldano con la diplomazia performativa. La gestione del tempo diventa parte integrante della messa in scena diplomatica: Trump non negozia solo contenuti, ma ritmi, imponendo una scansione temporale che destabilizza l’avversario e lo induce a cercare un accordo prima dell’atto definitivo. Lo stesso schema è già emerso nel caso dei dazi, dove l’annuncio dell’entrata in vigore veniva sistematicamente rinviato, producendo nel frattempo concessioni più favorevoli agli Stati Uniti.
In questa gestione strategica del tempo si innesta il metodo dialettico trumpiano, il quale non è improvvisato né puramente istintivo, ma risponde a una razionalità coerente, maturata nel mondo imprenditoriale e successivamente traslata nella politica internazionale da Donald Trump. Si tratta di un dispositivo discorsivo fondato sul rilancio sistematico, già codificato in The Art of the Deal, dove la negoziazione non procede per avvicinamento graduale, ma per scarti deliberati.
Sul piano politolinguistico, l’enunciazione iniziale assume la forma di una proposta volutamente eccessiva, spesso percepita come irrazionale o provocatoria, la cui funzione non è essere accettata, bensì ridefinire il perimetro del dicibile e del negoziabile. Il linguaggio opera così come atto performativo di pressione: l’iperbole iniziale sposta il frame, altera le aspettative e costringe l’interlocutore a reagire all’interno di un campo semantico già colonizzato.
Quando segue la “concessione”, questa appare ragionevole solo per contrasto, mentre in realtà coincide con l’obiettivo reale perseguito sin dall’inizio. In questo schema, il compromesso non emerge dal dialogo, ma dalla manipolazione preventiva delle soglie di accettabilità, rendendo il linguaggio non uno strumento di mediazione, ma una tecnologia di direzione strategica del conflitto negoziale.
In questa prospettiva, temporalizzazione e soglia di accettabilità non sono un dettaglio retorico, ma una tecnologia discorsiva di potere. Controllare tempo e “modalità” del discorso significa controllare il campo delle opzioni politiche disponibili. La diplomazia performativa trumpiana si fonda precisamente su questo principio: non chiudere mai il discorso, ma mantenerlo in uno stato di tensione permanente, in cui la parola precede e prepara l’azione, rendendo quest’ultima legittima prima ancora che avvenga.
La Groenlandia come laboratorio del potere linguistico
L’analisi delle dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia mostra con chiarezza come, nel sistema internazionale contemporaneo, il linguaggio non sia un accessorio della politica di potenza, ma una delle sue forme operative centrali. Attraverso strategie di denominazione, predicazione e argomentazione fondate su topoi securitari, temporalizzazioni performative e riscritture identitarie, Trump non si limita ad annunciare una volontà politica: produce condizioni di dicibilità, normalizza scenari e anticipa simbolicamente l’azione, rendendo l’uso della forza pensabile prima ancora che praticabile.
Ridurre questo dispositivo discorsivo a impulsività, provocazione o incompetenza comunicativa significa incorrere in una fallacia tipica della mind projection: scambiare l’incapacità di interpretare una strategia per assenza di strategia. Al contrario, siamo di fronte a una costruzione discorsiva coerente, che opera metacomunicativamente sul sistema delle aspettative: non parla solo della Groenlandia, ma parla al sistema internazionale, testandone soglie, reazioni e silenzi.
La Groenlandia diventa così un laboratorio linguistico prima ancora che geopolitico, una cartina di tornasole della trasformazione del potere in atto performativo. In un ordine internazionale sempre più fragile, che non viene scardinato da atti formali ma da narrazioni di necessità, comprendere questi meccanismi non è un esercizio accademico astratto. È una condizione preliminare per distinguere tra negoziazione e imposizione, tra sicurezza e dominio, tra linguaggio come mediazione e linguaggio come arma.
Perché, oggi più che mai, chi controlla il discorso controlla l’agenda del possibile.

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