
“L’architettura deve offrire il piacere: entrando in uno spazio architettonico le persone dovrebbero provare una sensazione di armonia, come se stessero in un paesaggio naturale, aldilà delle dimensioni e del valore economico dello stesso”. (Zaha Hadid)
“L’architettura è la forma fisica di idee astratte che parlano alla dimensione più profonda, impalpabile ed istintiva del pensiero. La sua astrazione formale viene percepita solo attraverso un processo cognitivo di ordine semiotico. Forme che rimandano ad un’idea o a categorie di idee o di pensiero il cui referente reale deve essere a conoscenza del fruitore, diversamente risulta incomprensibile. Con l’architettura più che con altre esperienze espressive il fruitore vede ciò che sa. L’architettura esige una formazione culturale dotta ed universale per essere compresa affinché il processo percettivo giunga al fruitore in forma icastica e provochi piacevolezza.” (Carmelo Celona)
Tutto quello che ci circonda è architettura tranne quando lasciamo il costruito per avventurarci nella natura incontaminata. Lo spazio architettonico è lo spazio materiale nel quale l’uomo vive e opera, il luogo reale che fa parte della sua vita come dimensione indispensabile per dare un senso alle sue attività e che rafforza la sua identità, sia a livello culturale che ideologico, nel bene e nel male.
Ogni produzione culturale di una società è strettamente legata al tipo di politica che la governa e all’ideologia che la pervade, sia a favore che contro di essa.
L’architettura rappresenta il campo creativo dove è più palese il legame tra arti e pensiero politico, in quanto fruita da tutti ogni giorno. L’architettura ha due dimensioni temporali, oltre alle tre fisiche che la connotano, dalle quali è influenzata ed influenza: la prima è il contesto storico culturale che la produce e la seconda è il contesto culturale e il condizionamento che essa determina a chi la vive anche dopo secoli dalla sua costruzione. Le strutture, le dimensioni, le proporzioni, i decori, i colori, i materiali ed i loro trattamenti sono l’epistème (*) dell’architettura: sono le note dello spartito dell’Architetto. Ma per costruire grandi architetture servono Committenti che ci mettano la volontà, le energie ed i fondi necessari a costruirle.
Questi sono di due tipi: imprenditori o mecenati, privati o gruppi di privati ed i governi, i poteri politici, regnanti o tiranni. Senza le Corporazioni Delle Arti Fiorentine non avremmo la cupola del Brunelleschi, così come senza il volere politico ed i fondi pubblici non avremmo avuto la Parigi delle Grandi Opere degli anni ’80 di Mitterrand o La Città Delle Arti e delle Scienze a Valencia voluta e finanziata dalla Corona Spagnola.



La politica e il potere, dai tempi delle piramidi o dei grandi archi di trionfo romani, hanno sempre usato l‘architettura e l’urbanistica come manifesto per esternare la propria potenza e il proprio pensiero sociale. Le opere pubbliche si dividono in laiche e religiose anche se nell’Islam le due si sovrappongono perfettamente in quanto la teocrazia governa sia in ambito religioso che civile: sono le Moschee, le università e le madrasse, il punto di riferimento principale delle opere pubbliche islamiche (come, nel resto del mondo, solo nella Città del Vaticano).
Le grandi cattedrali, le grandi moschee o i templi di altre religioni da sempre vogliono affermare la “potenza divina” (dei suoi rappresentanti), mentre le opere “laiche” sono fatte per affermare lo status economico e la ricerca dell’immortalità del committente o la potenza del regnante o del governo del tempo.
“In ogni cultura, per poter realizzare le proprie creazioni, gli architetti hanno dovuto stabilire un rapporto con i ricchi e i potenti. Nessun altro ha infatti le risorse per costruire. E il destino geneticamente predeterminato degli architetti è fare qualsiasi cosa pur di costruire, così come quello dei salmoni migratori è di compiere l’ultimo viaggio per deporre le uova prima di morire. Gli architetti non hanno altra alternativa che scendere a compromessi con il regime al potere, qualunque esso sia. Ma quando il calcolo politico si mescola alla psicopatologia, l’architettura non è più solo un problema di politica pratica, essa diventa un’illusione, e perfino una malattia che consuma le sue vittime.
Esiste un parallelo psicologico fra il marcare un territorio per mezzo di un edificio e l’esercizio del potere politico. Entrambe le cose dipendono da un atto di volontà. Vedere affermata la propria visione del mondo in un modello architettonico esercita di per sé un certo fascino e ancora più attraente è la possibilità di imporre fisicamente il proprio volere a quella stessa città rimodellandola così come Haussmann fece a Parigi. L’architettura alimenta l’ego nei soggetti predisposti.
Essi ne diventano sempre più dipendenti al punto che l’architettura si trasforma in un fine in sé che attrae i fanatici e li induce a costruire sempre di più su di una scala sempre più vasta.
Edificare diventa il mezzo con cui l’egotismo degli individui si esprime nella sua forma più pura, il complesso edilizio” (Deyan Sudjic)
Con la consapevolezza di questi concetti e con questi strumenti è più facile capire e leggere cosa si prova attraversando una città o visitando un monumento.
“I segni e i simboli dell’architettura, come le altre forme artistiche, parlano all’animo dell’uomo, ed egli può comprendere pienamente la loro astrazione solo se conosce i suoi codici linguistici, le chiavi di lettura. E’ come saper leggere i segni astratti vergati su un pentagramma. Solo così il fruitore può entrare in relazione emotiva con l’architettura, attraverso una empatia simbolica.”
I concetti estremi dell’uso politico dell’architettura e dell’urbanistica si leggono benissimo nelle peggiori ideologie mai conosciute dall’uomo, quelle del secolo scorso: il nazismo ed il comunismo.
L’architettura di Speer o Troost era supervisionata personalmente da Hitler e si deve definire “architettura nazista” a tutti gli effetti, mentre in Italia chi parla di “architettura fascista” non conosce bene l’argomento o ne ha purtroppo una nozione viziata dall’ideologia.
Hitler avversò e chiuse il Bauhaus perdendo i migliori architetti tedeschi che proseguirono l’attività in America (Gropius e Mies Van der Rohe) e condizionò personalmente i progetti della “sua” architettura.


In Italia il movimento razionalista fu certamente sovvenzionato e invitato ad esprimersi in modo rivoluzionario e dirompente ma lasciando comunque, almeno nella fase dagli anni venti agli anni trenta, una certa libertà di azione agli architetti protagonisti. I progettisti si espressero a livelli di assoluta eccellenza in una delle forme migliori di architettura moderna ancor oggi presa a modello, avendo nel DNA la storia, la cultura e gli esempi delle meraviglie del Rinascimento.
Nel mondo molti architetti studiano ed elogiano l’EUR o le nostre grandi stazioni ferroviarie, le università, le scuole e le accademie militari, in particolare edifici come la Casa del Fascio di Como, il Palazzo di Città a Pescara, L’Istituto di Fisica de La Sapienza di Roma, la Questura di Trieste, la Manifattura Tabacchi di Firenze.
“Le persone vogliono che gli edifici che rappresentano la loro vita sociale e comunitaria diano più di una semplice soddisfazione funzionale. Vogliono che la loro aspirazione alla monumentalità, alla gioia, all’orgoglio e all’eccitazione sia soddisfatta” (**)



Epica ed emblematica fu la contrapposizione dei due padiglioni, quello nazista e quello sovietico, all’Expo di Parigi del 1937, che erano estremamente simili, il primo sormontato dall’aquila nazista con la svastica, il secondo da un uomo con un martello ed una donna che impugna una falce.

L’architettura nazista è concettualmente e stilisticamente molto più simile a quella sovietica che non a quella del razionalismo italiano. E’ caratterizzata da immensi spazi per grandi parate, stilemi neoclassici, porte ed archi di trionfo, grandi stadi per le olimpiadi di Berlino, palazzi per l’esercizio del potere austeri e disegnati per intimorire, ancora temperati da una certa cultura e con un minimo di rispetto per i luoghi.
Ben diversa fu la triste, cupa storia dell’architettura sovietica che con il costruttivismo ha toccato vette inarrivabili di orrore disumanizzante, veri e propri incubi in cui lavorare o vivere come insetti in un alveare di cemento, schiacciati dall’enormità sproporzionata e mai a misura d’uomo della distopia collettivista. Basta cercare in rete “Moscow Governments Buildings” per aver contezza di ciò.


I tre fratelli Vesnin, la “casa comune” di Vladimirov e Bartch, e poi i progetti di Tatlin, Melnikov e Rodcenko, i piani urbanistici di Semenov e Ceculin interpretano in architettura la disumanizzazione del singolo a favore dell’importanza della massa. Gigantesche costruzioni grigie trascendono la singolarità dell’individuo mentre le vastità assurde di piazze e viali, che servono solo a grandi parate e manifestazioni di massa, incutono soggezione verso il Potere.

E ritroviamo le stesse caratteristiche nefaste in Nord Korea o in Cina, ovunque si sia diffusa quella ideologia. Nel privato non va meglio. Le “kommunalki” prive di intimità ricavate smembrando i palazzi nobiliari dell’800 per dare alloggio ai rivoluzionari lasciano il posto alle “khrushchevki”, anonimi immensi prefabbricati di pannelli di cemento industrializzati, con gli “appartamenti” impilati tutti rigorosamente identici dove addirittura i bagni erano costruiti completi in fabbrica e montati sul posto.

Erano costruiti per far sentire all’essere umano che il suo ruolo era quello dell’unità minima della “massa”, fatta di unità che dovevano nascere e restare tutte uguali. Erano (e purtroppo restano ancora) invivibili.

Purtroppo alcuni architetti occidentali vittime dell’ideologia distopica comunista ne furono affascinati e tentarono di avventurarsi sulla stessa strada, con risultati che sarebbe meglio coprire con il velo pietoso dell’oblio (Le Corbusier con l’ “Unité d’Habitation” di Marsiglia), oppure altre da demolire prima possibile come le nostre Vele di Scampia, il Corviale, il quartiere Sant’ Elia, il Complesso Monte Amiata, i Quartieri Zen, etc.



Del resto anche l’agricoltura è quella del Kolchoz, “la comune” (kommuny), o del Nakotne, il “condensatore sociale rurale” e non del singolo contadino, così come l’artigiano deve cedere il passo alla fabbrica che sforna scarpe e vestiti, orologi, utensili e macchine rigorosamente uguali per tutti, acquistabili ai magazzini GUM.
Dall’architettura al design l’esperienza sovietica è stata e resta il peggiore degli incubi.
La progettazione di ogni edificio o opera pubblica così come la pianificazione urbanistica, devono diventare lo strumento di realizzazione di un presente responsabile verso il futuro e per molte generazioni a venire (questa è la vera sostenibilità). Costituisce infatti oggi più di ieri un valore che è stato ed è troppo spesso sacrificato sull’altare di un interesse di potere fine a se stesso o economico di cinica speculazione, indice di grettezza, povertà intellettuale, miopia politica.
In conclusione, vorrei che i committenti (sia pubblici che privati) e i miei colleghi di tutto il mondo, capissero che la loro opera segna in modo definitivo tutti coloro che la vivono o che ci lavorano, e riscoprissero due basi essenziali per la buona riuscita: la “misura d’uomo” ed il “genius loci”.

Solo rispettando questi due aspetti fondamentali si potranno concepire, progettare e costruire luoghi dove il potere politico non venga visto come “padrone” o, peggio, tiranno. I cittadini si devono sentire liberi di poter creare, fare ed esprimersi, certi che l’opera umana e la natura possano convivere come nuove persone rispettate e valorizzate anche nella loro singolarità e non viste e trattate solo come “numeri”.



In questo momento storico, nel quale stiamo assistendo all’alba dell’Intelligenza Artificiale, si deve tornare ad un Nuovo Umanesimo con l’Essere Umano al centro del mondo, reso consapevole e responsabile non solamente dalla sua cultura ma anche grazie agli spazi in cui vive ed opera.
Molte città e troppi edifici contemporanei ancora oggi sono monumenti all’ego di pochi.
* Epistème s. f. – Nel linguaggio filosofico, traslitt. del gr. ????????, che indicava inizialmente ogni conoscenza abilitante a compiere determinate attività o mestieri, e in seguito, più specificamente, l’aspetto rigoroso e teorico della conoscenza, in contrapp. sia alla ???? (opinione), sia alla ???????? (empirìa) che indicava solo la capacità operativa. Nella filosofia contemporanea, il termine comprende l’insieme delle conoscenze positive e delle teorie scientifiche che caratterizzano una data epoca, con una sfumatura relativa ai loro comuni presupposti; è usato anche, con riferimento a una determinata disciplina, a un movimento di pensiero, a un autore di particolare importanza, per indicarne le tesi fondamentali o proposte interpretative, dalle quali derivano sia suggerimenti per altri campi della ricerca sia sollecitazioni ideologiche e filosofiche: in tal senso, dal rinvenimento delle epistemi trae origine la considerazione interdisciplinare del sapere.
** Dal Manifesto “Nine Points on Monumentality” (1943) Leger e Sert, New York, che recita al punto 7: «The people want the buildings that represent their social and community life to give more than functional fulfillment, They want their aspiration for monumentality, joy, pride, and excitement to be satisfied»
L’ideologia fascista, meno costrittiva di quella tedesca, sostiene all’inizio alcuni indirizzi capaci di creare nella gente la coscienza di un nuovo ”ethos” improntato da «uno spirito mediterraneo». In questo contesto, la contrapposizione fra il gruppo Novecento e il Gruppo 7 consiste, secondo Cesare De Seta, ad identificare l’uno o l’altro gruppo come rappresentativi del regime. Una corrente di pensiero nasce con l’intesa tra Persico e Pagano alla direzione della rivista «La Casa bella» che consentirà ai giovani architetti di conoscere i vari movimenti contemporanei e di stabilire un dialogo tra il gruppo «Novecento» e il razionalismo, nella condivisione di alcune idee comuni. Bisognerà attendere la seconda metà degli anni 1930 per vedere riaffiorare il trionfo dell’accademismo e con esso la megalomania del regime che non si ritrovava nella raffinata ricerca formale dei giovani razionalisti italiani. Il grandioso progetto dell’Esposizione Universale di Roma (1937-42) tra la città e la costa tirrenica, elaborato per commemorare ed esaltare i venti anni trascorsi del regime fascista, segna una pausa definitiva.
DIACRONIE La Propaganda in esposizione – Guido Cimadomo e Renzo Lecardane.
N.B. – Questo testo è stato redatto senza aiuto di A.I., ChatGPT o NoteBookLM.
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