

Continua il dibattito sul tema arbitrale e del fairplay aperto dall’articolo di Gustavo Micheletti. Interviene oggi per la prima volta su InOltre il generale Massimo Panizzi che ringraziamo per il suo contributo.
Gli articoli precedenti
Se le regole del VAR giocano contro la lealtà sportiva
La ghigliottina del VAR: anatomia del moralismo populista
Regole, non fair play. Perché Bastoni ci insegna la vera natura dello sport
Tra tecnologia e psicologia delle folle: perché la riforma del calcio non è più solo una questione di campo
L’episodio avvenuto durante la sfida tra Inter e Juventus del 14 febbraio 2026 non può essere archiviato come un semplice errore tecnico. In un Paese dove il calcio rappresenta una delle industrie principali, capace di muovere miliardi di euro e influenzare il PIL nazionale, oltre a emozioni di ogni tipo e milioni di tifosi, un cortocircuito decisionale di tale portata assume una dimensione politica e sociale.
Quando una partita di questo livello viene chiaramente falsata, l’impatto travalica il rettangolo di gioco: coinvolge la stabilità economica delle società quotate, la gestione dell’ordine pubblico e la salute psicologica di milioni di tifosi, spesso trascinati in dinamiche di scontro violento alimentate drammaticamente (come si è visto) dai social media. Ignorare o minimizzare la gravità di questi fatti significa sottovalutare il calcio come fenomeno di massa che, se gestito senza una leadership adeguata a tutti i livelli (partendo dall’arbitro), rischia di trasformarsi in un pericoloso catalizzatore di odio sociale.
La sfida tra Inter e Juventus avrebbe dovuto offrire al pubblico di milioni di telespettatori una fotografia del calcio italiano migliore: intensità, qualità e una rivalità storica che nobilitasse il nostro sport. È diventata invece l’ennesima rappresentazione di un sistema arbitrale in profondo affanno, incapace di governare la complessità del calcio moderno, della tecnologia e delle pressioni emotive che lo attraversano.
Non siamo più nel campo dell’errore umano occasionale: l’episodio Bastoni-Kalulu rappresenta un cortocircuito decisionale grave, che ha sollevato interrogativi profondi sulla leadership arbitrale, sull’uso della VAR e sulla coerenza della giustizia sportiva.
Come sottolineato con lucidità dal giornalista Sandro Sabatini, ci troviamo davanti a un paradosso logico e regolamentare che egli definisce “calcio al contrario”. Qui si è verificato un doppio errore speculare: Kalulu è stato espulso senza aver commesso un fallo meritevole di sanzione, mentre Bastoni, autore di una simulazione evidente (e non è stato certamente l’unico calciatore nel nostro campionato a macchiarsi di questa brutta abitudine), non solo non è stato ammonito, ma ha beneficiato dell’espulsione dell’avversario esultandone.
È un ribaltamento totale delle responsabilità che, nel 2026 e con il supporto del VAR a disposizione, resta difficilmente spiegabile e ancor meno giustificabile. Sebbene l’Inter resti una squadra meritevole (senza alcun dubbio è la più forte del campionato), è indiscutibile che la partita sia stata falsata, producendo un danno sportivo e simbolico che mina la fiducia nell’intero sistema. A rapporti di forza invertiti (10 contro 11), molto probabilmente il risultato finale non sarebbe stato lo stesso.
Il cuore del problema risiede, però, nella preoccupante carenza di leadership comportamentale del direttore di gara. Un arbitro moderno dovrebbe saper inibire la propria reazione impulsiva, acquisire informazioni e rispondere razionalmente. Nel caso specifico, l’arbitro La Penna ha agito immediatamente verso il giocatore Kalulu senza “respirare” la situazione, precludendosi ogni possibilità di correzione una volta estratto il cartellino. Questo dimostra come il VAR (Video Assistant Referee) sia spesso percepito più come una minaccia all’autorità che come un alleato per la giustizia sostanziale in campo.
Ancora più inquietante è il segnale culturale che ne deriva. Bastoni non ha solo simulato, ma ha istigato l’arbitro ed esultato davanti all’errore, mostrando un atteggiamento antisportivo che non può essere liquidato come semplice agonismo. Quando la giustizia sportiva sceglie di punire l’innocente e sorvola sul resto, il messaggio che passa è devastante: ingannare conviene. In un contesto dominato dalle telecamere e dalla psicologia delle folle, questi episodi generano reazioni a dir poco esagerate, che fomentano odio e scontro violento, resi ancor più tossici dalla cassa di risonanza dei social media.
La responsabilità dei club: allenatori, dirigenti e capitani
In questo scenario, la riforma non può ricadere solo sulle spalle della classe arbitrale. Allenatori, dirigenti e capitani hanno il dovere di agire come argini etici. I dirigenti devono farsi promotori di una cultura della responsabilità che penalizzi internamente i propri tesserati quando questi violano i valori dello sport, smettendo di proteggere aprioristicamente condotte antisportive come la simulazione.
Gli allenatori, dal canto loro, devono abbandonare la retorica dell’alibi nel post-partita: la loro leadership si misura nella capacità di analizzare gli episodi con onestà intellettuale, educando così le tifoserie all’accettazione dell’errore. Infine, i capitani devono tornare a essere i veri garanti del fair play in campo, collaborando con l’arbitro per disinnescare le tensioni invece di istigare la protesta collettiva.
Solo una sinergia tra queste figure può trasformare il calcio da zona franca per furbizie tattiche a esempio d’integrità per i giovani. E potrebbe contribuire ad anestetizzare la retorica, ogni volta, dello scambio di accuse di favoritismi ricevuti nel passato da questa o quella squadra, come se gli errori del presente fungessero da “compensazione” di torti subiti in passato. Non serve, anzi è deleterio, soprattutto nell’era del VAR.
Verso una nuova leadership arbitrale: la proposta operativa
Per uscire da questo stallo, la riforma non può limitarsi ai regolamenti, ma deve incidere sulla cultura del confronto. Il primo passo fondamentale potrebbe essere l’istituzione di un “Modulo di debriefing post-gara”, un momento di analisi a freddo da tenersi 15 minuti dopo il fischio finale. In questa sessione, l’arbitro non siederebbe più sul banco degli imputati, ma agirebbe da leader della trasparenza incontrando, con i suoi assistenti e il personale tecnico preposto al VAR, i capitani e i manager delle due squadre.
Questo dovrebbe avvenire prima delle interviste televisive post-gara che caratterizzano i format sportivi. L’obiettivo non è la contestazione, bensì la visione condivisa degli episodi “fuori norma”: spiegare la dinamica percettiva che ha portato a una decisione aiuterebbe a umanizzare l’errore e a disinnescare la rabbia mediatica.
In questo spazio di dialogo, la giustizia sportiva troverebbe nuova linfa. Invece di arroccarsi su un rigido formalismo – che spesso rasenta l’assurdità e il paradosso – essa potrebbe avvalersi di verbali etici redatti congiuntamente, dove l’antisportività manifesta – come la simulazione o l’istigazione – viene riconosciuta e sanzionata con flessibilità, anche se sfuggita durante il match.
Questo processo di responsabilizzazione collettiva culminerebbe in una comunicazione unificata verso i media: vedere arbitro e capitani spiegare insieme la gestione di una situazione critica trasformerebbe l’episodio controverso in un momento di maturità per l’intero sistema.
Solo attraverso una formazione che integri neuroscienze e gestione dello stress, unita a una giustizia capace di guardare alla sostanza dei fatti, potremo formare arbitri e calciatori pronti a dare l’esempio alle nuove generazioni. Il mondo del calcio è gravemente malato e va immediatamente ripensato. Gli errori esisteranno sempre, ma la mancanza di leadership e di coerenza etica, nell’epoca del VAR, non è più accettabile.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

ma perchè non si va a “copiare” la filosofia con cui viene gestito il TMO nel rugby,
impiegato per aumentare l’autorevolezza dell’arbitro, naturalmente già elevata in quello sport per note ragioni di cultura sportiva e tradizione, e non per deresponsabilizzarlo?