
Se odio gli occidentali è perché amano essere odiati. Che incredibile brama di distruzione! Il paradiso in mezzo ai cadaveri!
Emil Cioran
Non esiste scienza che possa produrre conclusioni definitive. Di conseguenza, in ambito sociale e politico, la popolazione deve guardarsi dagli esperti che dicono di conoscere il destino della società, di possedere la ‘verità’.
Karl Popper
Giochiamo con il titolo di un famoso disco dei Guns N’ Roses per uno spunto su una tendenza culturale e politica che si sta sviluppando da decenni in Occidente e ho ritrovato recentemente dialogando con un amico, di cui mi ha colpito l’atteggiamento.
Inutile negarlo, l’Occidente vive in una sorta di auto-condanna permanente. Pascal Bruckner, il noto intellettuale francese, scrive: «noi siamo diventati i più severi censori di noi stessi», un fenomeno evidente nel dibattito pubblico, nella politica culturale e persino nella vita quotidiana, confrontandosi con amici e familiari. Dai musei che rimuovono opere contestate, ai programmi scolastici che riscrivono la storia coloniale, il senso di colpa collettivo è un tratto distintivo dell’Occidente contemporaneo.
Criticare i propri padri fondatori, demonizzare simboli nazionali o rifiutare intere epoche storiche è ormai non solo un esercizio morale, ma una pratica culturale condivisa e progressista: dir male di noi stessi è un bene! Siamo immersi in una volontà di recidere il male tagliando le radici della nostra civiltà e condannando quindi la pianta a seccarsi inesorabilmente.
Il filosofo Michel Onfray osserva che «l’Occidente si riflette allo specchio come se stesse per scomparire», un atteggiamento che amplifica difetti reali e problemi storici. Non è solo un esercizio intellettuale: il fenomeno influenza la politica quotidiana e la rappresentazione che di noi veicoliamo fuori dal nostro ambito culturale. Emmanuel Macron, nel 2019, è stato costretto a difendere le istituzioni repubblicane francesi di fronte a accuse di complicità coloniale, mentre Mark Carney ha affrontato critiche interne e internazionali per la gestione della memoria storica del Canada, dall’eugenetica delle residential schools alla colonizzazione dei popoli indigeni, a cui possiamo aggiungere molte delle discussioni sulle colpe dell’Europa sulla drammatica situazione in Medio Oriente o sul fantomatico abbaiare della NATO alla Russia.
Al contrario, fuori dall’Occidente, società guidate da autocrati spietati affrontano i propri problemi senza trasformarli in un’auto-condanna. In Cina, Xi Jinping ha spesso richiamato la continuità storica come fondamento dell’unità nazionale: «La civiltà cinese è millenaria, e la nostra responsabilità è preservarla», ha dichiarato a più riprese, senza la pressione morale di accusare l’intera nazione per gli errori passati. In India, Narendra Modi rivendica l’eredità storica e religiosa del Paese, valorizzando il patrimonio culturale e gli antichi testi, pur riconoscendo sfide contemporanee come la disuguaglianza economica o le tensioni religiose, senza farne strumenti di auto-condanna collettiva. In Giappone, nonostante la tragedia storica della Seconda Guerra Mondiale, il dibattito pubblico tende a concentrarsi sulla memoria e sull’educazione storica, più che sulla colpevolizzazione culturale.
Questa tendenza occidentale ha effetti concreti anche sul mondo della cultura e dell’arte. Dai musei britannici che rivedono le esposizioni sulle colonie africane, ai dibattiti sulla “cancel culture” negli Stati Uniti, cresce un fenomeno di auto-sospetto, di pulizia poliziesca della cultura. L’antropologo David Goodhart parla di “inibizione morale”: «Gli occidentali esitano a rivendicare i successi della propria civiltà, temendo di apparire arroganti o colonialisti», osservazione che si riflette nell’istruzione, nella politica e nei rapporti internazionali. Parallelamente si stanno producendo reazioni dove al posto del politically correct esasperato della sinistra arriva una reazionaria autoritaria reazione da destra, dove il male assoluto da cancellare è quello dell’avversario politico.
Perfino la letteratura e il cinema occidentali sembrano ossessionati dall’auto-analisi con un sottotesto di auto-condanna storica. Altrove, invece, produzioni culturali e artistiche affrontano le stesse questioni senza nessuna pressione morale: il cinema cinese celebra la modernizzazione pur trattando i traumi storici, l’industria cinematografica indiana racconta la lotta per l’indipendenza senza farne una colpa nazionale permanente ed anzi senza disdegnare una marcata retorica nazionalista.
In definitiva, la propensione occidentale a odiare le proprie radici è un fenomeno culturale unico e caratteristico. Non si tratta di ignoranza storica o superficialità, è una tensione intellettuale e morale, una spinta a interrogarsi continuamente sui propri errori e limiti, che se equilibrata ha anche un suo senso, ma da qualche decennio sfocia in una condanna totale e massiva, in un appetito appunto per l’autodistruzione della nostra civiltà. L’Occidente, così, si trova intrappolato in un paradosso: godere dei propri successi, ma sentirsi sempre colpevole di essi; avanzate tecnologie, democrazia e diritti, e al contempo demonizzazione della nostra storia che ovviamente li ha resi possibili.
L’hanno compreso benissimo i nemici dell’Occidente. Non esitano infatti ad alimentare ad arte l’atteggiamento, ad incoraggiare questa sorta di malattia autoimmune. Il fine è dimostrare come la più importante conquista dell’Occidente, la libertà, temutissima dai regimi autoritari, si radichi nell’arbitrio e il nostro benessere economico abbia radici esclusivamente in soprusi e sfruttamento, negando così a proprio interesse che tra libertà, felicità e benessere, anche economico, ci sia un legame indissolubile.
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