


Fact-Checking su Israele, un saggio del nostro collaboratore Nathan Greppi, mostra come i termini “apartheid”, “genocidio”, “colonialismo” e “sionismo”, usati in modo arbitrario e doloso, abbiano alimentato in Occidente una lettura distorta d’Israele e del conflitto mediorientale, trasformando il linguaggio in un veicolo di pregiudizi antisemiti.
Le parole possono essere “malate”, in ogni campo del sapere e della conoscenza. All’interno di ogni riflessione o ragionamento possono celare dei paradigmi teorici errati e fuorvianti, che entrano a far parte di mentalità diffuse, dando vita a luoghi comuni perniciosi e talora persino infantili.
Come sosteneva Francesco Bacone nel Nuovo Organo, queste parole possono comportarsi come veri e propri idoli, «nati quasi dall’accordo e dall’associazione reciproca del genere umano, che chiamiamo Idoli del Foro a causa del commercio e del consorzio degli uomini. Gli uomini infatti si associano per mezzo del linguaggio; ma le parole vengono imposte secondo la capacità di comprensione del volgo. Pertanto, una cattiva e inetta imposizione delle parole assedia l’intelletto in modi mirabili».
Così come l’occhio non vede se stesso vedere, le parole malate non sono consapevoli della distorsione della realtà cui danno vita, né dell’alterazione della verità che fomentano. Parole come “apartheid”, “genocidio”, “colonialismo”, oggi sono malate perché vengono ormai troppo spesso intese in modo arbitrario, ovvero in un modo che non rende conto in maniera veritiera di quanto sta accadendo e distorce la stessa percezione della realtà e della storia.
Lo scopo di questo libro di Nathan Greppi (Fact-Checking su Israele. L’altra faccia della storia, Lindau editore, Torino 2026) è proprio quello di spiegare quali sono i preconcetti che si annidano in quest’uso malato delle parole, un uso che ha alimentato l’attuale clima d’odio nei confronti d’Israele e del suo popolo. Sfatando miti e luoghi comuni che alimentano una lettura diffusa di avvenimenti recenti e remoti, Greppi smonta così il reticolo di frasi fatte di cui sembra nutrirsi da tempo buona parte dell’opinione pubblica occidentale.
Iniziando dal termine “apartheid”, il riferirlo a quanto avviene in Israele è semplicemente desolante. In Israele, infatti, “i cittadini arabi hanno sempre avuto il diritto di voto e il diritto di avere i propri rappresentanti eletti all’interno della Knesset, cosa che i neri sudafricani non avevano all’epoca dell’apartheid: alle elezioni israeliane del 2022, per esempio, su 120 deputati eletti 10 erano arabi, suddivisi tra quattro diversi partiti. In precedenza, la Lista Araba Unita era arrivata a essere il terzo partito del paese per numero di seggi, e dal 2021 al 2022 è stato incluso nella coalizione di governo un partito arabo, Ra’am”.
Ma non solo: Greppi ci ricorda anche che ci sono moltissimi arabi “che ricoprono ruoli importanti nelle istituzioni israeliane, come la Corte Suprema”. Il paragone con il Sudafrica proposto da sedicenti antisionisti – che sono in realtà manifesti antisemiti per ragioni che l’autore spiega in modo dettagliato – si rivela del tutto improprio, come attesta anche il fatto “che ci sono stati politici sudafricani neri che hanno preso le difese dello Stato ebraico”, ma soprattutto come dimostrano altre circostanze oggettive: in Israele non si trovano divisioni tra ebrei e non ebrei, “non vi è segregazione negli autobus sulla base dei gruppi etnici, come ebrei e arabi. In Israele, tutti si siedono negli stessi bus, viaggiano dove gli serve, e scendono dove vogliono. Non vi è apartheid in Israele, nemmeno nelle scuole”.
Del resto, già nella Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato ebraico del 14 maggio 1948 si faceva appello «ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti».
L’espressione più idonea a descrivere la situazione che caratterizza lo Stato ebraico è invece quella di «democrazia etnica», ovvero quella “di un paese la cui impostazione etnocentrica non pregiudica i diritti basilari di altre etnie; nel suo saggio del 2006 Ethnocracy, il geografo israeliano Oren Yiftachel identificava come «etnocrazie», oltre a Israele, anche Sri Lanka, Malaysia, Lettonia, Estonia e Serbia”.
Un’altra parola malata che viene presa in esame nel saggio di Greppi è “genocidio”. Il suo uso distorto risale a ben prima del 7 ottobre 2023: già prima vi era infatti “chi accusava Israele di comportarsi con i palestinesi come i nazisti si comportavano con gli ebrei. Un’accusa che è diventata sempre più mainstream, soprattutto dopo che nel gennaio 2024 il Sudafrica ha intentato una causa contro Israele con l’accusa di genocidio presso la Corte Internazionale dell’Aja. Curiosamente, secondo un report pubblicato nel novembre 2024 dall’ISGAP (Institute for the Study of Global Antisemitism and Policy), centro di ricerche sull’antisemitismo con sede negli Stati Uniti, il partito di governo sudafricano ANC (African National Congress) avrebbe ricevuto ingenti donazioni dall’Iran e dal Qatar per portare avanti la sua battaglia legale contro Israele”.
Ma la principale spia del processo di falsificazione instaurato dall’uso arbitrario e strumentale di questo termine è che la tesi del genocidio non tiene conto del fatto che “gli arabi israeliani hanno avuto nel corso dei decenni un boom demografico, passando dai 156.000 che erano nel 1948 agli oltre 2 milioni di oggi. E anche a Gaza e in Cisgiordania, i palestinesi non hanno fatto altro che aumentare nel corso dei decenni: secondo le Nazioni Unite, la popolazione nei territori è passata da 1,1 milioni nel 1960 a 5,1 milioni nel 2020”. Ciò che si dovrebbe dunque tenere bene presente è che un genocidio è qualcosa di diverso da un massacro, “perché a differenza di quest’ultimo implica la precisa volontà di cancellare un intero popolo, e nel caso d’Israele e dei Territori Palestinesi questa volontà non è presente”.
L’uso strumentale e arbitrario del termine “genocidio” viene anche riproposto spesso insieme all’accusa rivolta all’esercito israeliano di “uccidere intenzionalmente i bambini palestinesi, dimenticando però che muoiono sotto le bombe perché Hamas li usa come scudi umani a protezione dei propri comandanti e combattenti e al fine di mettere l’opinione pubblica internazionale contro Israele. Inoltre, negli ospedali israeliani vengono continuamente curati bambini palestinesi e arabi israeliani. A Gerusalemme, in particolare, esiste un ospedale pediatrico chiamato Alyn, dove grazie all’impegno costante di medici e infermieri che vi lavorano su base volontaria, senza ricevere un compenso, non solo vengono curati bambini e adolescenti di ogni etnia e religione, ma in più si sviluppano nuove tecnologie in ambito medico, come ad esempio protesi per la riabilitazione”.
Altri termini ormai inflazionati nell’uso comune sono poi quelli di “colonialismo”, “occupazione” o “sionismo”, e a questo proposito Greppi individua una data spartiacque per la demonizzazione dello Stato ebraico nel dibattito pubblico: il 10 novembre 1975 l’Assemblea Generale dell’ONU emanò infatti la risoluzione 3379, “che equiparava il sionismo al razzismo; una decisione resa ancora più oltraggiosa dal fatto che venne emanata esattamente nell’anniversario della Notte dei Cristalli. Sebbene questa risoluzione sia stata successivamente revocata nel 1991, in numerosi media e nel mondo dell’istruzione i suoi effetti si fanno sentire ancora oggi, tanto che il termine «sionismo» è diventato sinonimo di colonialismo, imperialismo e razzismo”.
Questa accezione negativa del termine sionismo ha potuto riscuotere un notevole successo anche perché sostenuta dai filopalestinesi in tutto il mondo occidentale, anche su Wikipedia, dove nel 2024 apparve “una descrizione del sionismo che lo dipingeva come un’ideologia coloniale”. A questo proposito, Greppi ricorda che “un’inchiesta pubblicata nell’ottobre 2024 su Pirate Wires, sito americano che si occupa di giornalismo investigativo, ha dimostrato che migliaia di contenuti su Wikipedia sono stati manomessi da utenti filopalestinesi che hanno condotto una campagna mirata per distorcere la realtà su Israele e il sionismo dopo il 7 ottobre”.
Tutta questa propaganda antiebraica si è purtroppo rivelata efficace nonostante il sionismo sia nato per porre fine alla diaspora e senza il benché minimo proposito di dar vita a un impero. Esso nacque per dare una casa a un popolo perseguitato da secoli, e non per dare vita a qualche forma di colonialismo analoga a quella che aveva caratterizzato la politica di diversi paesi europei verso la fine del XIX secolo. Nacque per arginare il crescente antisemitismo che si respirava in Europa e nella Russia zarista, dove ripetute e feroci persecuzioni spingevano molti ebrei a fuggire all’estero, e non per assoggettare altri popoli o ridurli in schiavitù.
Anche alla luce di queste brevi evidenze si capisce allora come ogni parola malata possa dare origine a una lettura distorsiva dei fatti e della storia. Queste parole malate potrebbero essere disinnescate solo ricostruendone il senso originario, ma questo è esattamente quanto esse non ammettono che si possa fare. Ciò che si trova in questo caso all’origine del loro successo è il passaggio dell’antisemitismo dallo stato latente in cui era per lo più rimasto per circa ottant’anni, cioè in pratica dalla fine del secondo conflitto mondiale, a una condizione riemersa e palese.
Le origini dell’antisemitismo in senso stretto erano state ben individuate dal grande scrittore israeliano Abraham Yehoshua nel suo saggio Sionismo e antisemitismo. Una discussione (trad. it. Einaudi 2004). In senso stretto, o per meglio dire “diretto”, l’origine dell’antisemitismo era in quel saggio imputabile alla paura, paura che, giova ricordarlo, è spesso abbinata all’invidia. Ma esiste anche un senso largo del termine, o per essere più precisi una sua origine “riflessa”.
Si tratta di quel senso per cui l’ebreo, già considerato per secoli deicida, si è poi trasformato in un emblema dello spirito del capitalismo, ovvero, secondo un’analisi di derivazione marxista, di un tipo di società che, pur avendo fornito per un certo periodo un contributo positivo alla storia dell’umanità, si è rivelata la fonte di una cronica ingiustizia da lasciarsi alle spalle. E così l’ebreo, e in particolare quello che ha la pretesa di difendere il suo diritto a una patria dove poter vivere in pace, secondo questa prospettiva si è per molti trasformato a sua volta in un sionista, in un colonialista e, in particolare dopo il 7 ottobre 2023, anche in un genocida.
I paradigmi teorici oggi più diffusi nelle società occidentali e democratiche sono ancora imperniati su una lettura marxista della società e della storia, che è insegnata nelle università e nelle scuole come la principale teoria di riferimento. Stando così le cose, il fatto che molte persone, giovani e meno giovani, adottino per lo più quella lettura della storia e della società è inevitabile. Ed è quindi inevitabile che l’ebreo, forse non più in prima istanza visto come deicida, venga in compenso visto come un simbolo del capitalismo e del colonialismo, della sopraffazione e dell’ingiustizia.
Si tratta di una visione che già i grandi regimi totalitari del Novecento avevano intrapreso, da quello nazista a quello comunista sovietico, e ancora oggi coloro che si ritengono assetati di giustizia individuano negli ebrei – e in Israele se non negli ebrei, e nel governo israeliano se non in Israele – la causa di un male strutturale e per certi versi epocale. Tutti i presunti assetati di giustizia – si sa, è storia antica – amano infatti sentirsi solidali nella loro lotta, e il piacere etico e psicologico che si può provare per il fatto di partecipare insieme a una battaglia che si ritiene giusta è indubbiamente molto più gratificante dei dispiaceri che possono derivare dal prendere posizioni critiche verso le narrazioni dominanti.
Le parole malate possono così proliferare, trarre sempre maggiore forza persuasiva dalla loro circolazione inerziale, dando corpo a una visione distorta di quanto accade nel mondo, una visione che asseconda per lo più la narrazione delle peggiori dittature criminali.
Il libro di Nathan Greppi, con i suoi resoconti e le sue controargomentazioni puntuali, aiuta a riconoscere i nemici della democrazia e d’Israele permettendo d’individuare i paralogismi e i pregiudizi che caratterizzano le loro analisi e la loro propaganda. Non sarà probabilmente sufficiente a determinare alcuna inversione di tendenza, ma potrà almeno costituire per alcuni una sorta di vaccino contro una troppo facile e acritica assimilazione di parole malate, ovvero di parole malamente intese e usate.
Nathan Greppi, Fact-Checking su Israeli. L’altra faccia della storia. Lindau editore, Torino, 2026.
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Libro meraviglioso, lo consiglio a tutti, anche a quelli che credono di sapere (e magari sanno davvero) tutto sulla questione: garantito che qualcosa di inedito lo trovate.
??
Ho capito che quando metto emoticon vengono sempre punti interrogativi. Non so perché. Qui c’era un segno di ringraziamento e uno di condivisione.
Evidentemente il sistema è allergico agli emoticon.
Ecco, appunto.
Articolo illuminante e approfondito su un libro da comprare subito e da consigliare.
? Grazie. Penso davvero che sia un libro che fa il punto della situazione.
Il punto interrogativo era un emoticon di condivisione. Non so perché vengono fuori questi punti interrogativi…
L’ho notato anch’io in vari articoli quando si trattava di caratteri speciali o stranieri con accenti particolari non presenti in italiano.
Forse è un problema di conversione che riguarda il sito quando vengono incollati gli articoli e poi pubblicati.