

Hanno continuato a raccontarci che l’antisionismo non è antisemitismo. Che si può contestare Israele senza tirare in ballo gli ebrei e l’ebraismo. Che la linea di confine è netta, razionale, controllabile. È una formula ripetuta con protervia, diventata quasi un presupposto identitario di una parte della cultura politica progressista occidentale.
Ma le formule non governano i climi culturali: li accompagnano e più spesso li coprono. Quando la critica a Israele si trasforma in paradigma permanente – quando diventa lente esclusiva attraverso cui leggere il conflitto mediorientale e, più in generale, l’ordine internazionale – il passaggio dall’astratto al concreto si accorcia. Dallo Stato si scivola verso il cittadino; dal governo verso chi porta un segno religioso; dalla polemica politica alla pressione sociale. Poi all’intimidazione. E infine alla violenza.
Non ci vuole una grande perspicacia per comprendere che un linguaggio totalizzante produce effetti che vanno oltre le intenzioni dichiarate. I casi recenti di Andorra e Madrid mostrano con chiarezza questo slittamento.
Ad Andorra, durante il Carnevale di Encamp (noto come Carnestoltes), un fantoccio dipinto con i colori israeliani e contrassegnato dalla Stella di David è stato sottoposto a un “processo” pubblico, poi impiccato, crivellato di colpi e bruciato in una messa in scena satirica.
Gli organizzatori hanno difeso l’atto come tradizione carnevalesca, ma chissà perché la comunità ebraica si è indignata. Ma al di là delle intenzioni, resta un dato: per rappresentare Israele si è scelto un simbolo — la Stella di David — che in Europa non è percepito come semplice emblema statuale, ma come segno identitario e religioso. La teatralizzazione della distruzione collettiva di quel simbolo non può essere ridotta a una critica a un governo: evoca fantasmi e orrori che conosciamo fin troppo bene.


A Madrid, al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, tre turiste israeliane anziane — tra cui una sopravvissuta all’Olocausto — sono state allontanate dopo essere state insultate da altri visitatori con epiteti come “assassine di bambini” e “genocide”, a causa dei simboli ebraici che indossavano, tra cui una Stella di David e una piccola bandiera israeliana.
Un addetto alla sicurezza ha spiegato che “alcuni visitatori erano disturbati dal fatto che fossero ebree” e ha ordinato loro di nascondere i simboli o lasciare il museo. Il museo ha avviato un’indagine interna per chiarire la dinamica, ma il fatto resta: non si discuteva una scelta politica di Netanyahu. Si è reagito alla presenza di persone identificabili attraverso un segno. Il passaggio dalla contestazione di uno Stato alla pressione su individui in carne e ossa si è compiuto senza bisogno di grandi dichiarazioni ideologiche.
È in quel museo madrileno che la responsabilità culturale della sinistra europea diventa emblematica.
La politica non si misura solo sulle dichiarazioni di principio, ma sulle conseguenze che produce nello spazio pubblico. Un linguaggio può essere animato da finalità ritenute o spacciate per nobili — solidarietà internazionale, anticolonialismo, difesa dei diritti — e al tempo stesso generare un clima in cui i pregiudizi più odiosi e pericolosi trovano nuova legittimazione. La storia delle idee insegna che i processi di normalizzazione non necessariamente nascono da piani espliciti o da vangeli dottrinari; più spesso si sviluppano per sedimentazione, per ripetizione, per assuefazione.
Quando un soggetto politico viene descritto in modo sistematico come incarnazione di un male strutturale, quando si adottano metafore di esclusione o di annientamento, quando si tollerano rappresentazioni simboliche che caricano un’identità di colpa collettiva, il problema non è ciò che si voleva fare, ma ciò che si rende possibile.
L’assenza di intenzionalità diventa spesso argomento di autoassoluzione: non volevamo colpire gli ebrei, ma solo criticare Israele. Tuttavia, se nel contesto concreto quella critica produce isolamento, stigmatizzazione o ostilità verso persone identificabili per un simbolo ebraico, il giudizio non può fermarsi alla buona fede.
Una cultura politica matura dovrebbe interrogarsi sui propri effetti, non limitarsi a rivendicare le proprie intenzioni.
In questo senso, il nodo non è stabilire se vi sia o meno un progetto deliberato, ma riconoscere una responsabilità oggettiva. Quando un discorso contribuisce a rendere accettabili immagini, gesti o esclusioni che richiamano schemi di discriminazione ben noti, la questione non è morale ma strutturale. Ignorarla in nome della propria presunta immunità significa rinunciare a quella vigilanza critica che la sinistra rivendica come parte essenziale della propria identità, perché la convinzione di essere strutturalmente immuni dall’antisemitismo ha abbassato la soglia di allarme.
Se l’ostilità che è incardinata nella categoria dell’“antisionismo”, viene ritenuta, per definizione, separata da ogni deriva antisemita, questa distinzione diventa una garanzia preventiva, un alibi che ignora la realtà.
Eppure, quando Israele è rappresentato stabilmente come entità morale assoluta, simbolo concentrato di ingiustizia globale, il discorso smette di essere analitico e diventa identitario perché se questo trattamento è riservato in modo sistematico a un solo Stato — quando nessun altro attore internazionale viene assunto come epicentro simbolico del male globale, come categoria morale totalizzante — allora la questione non può più essere elusa.
A quel punto, diciamolo con franchezza, “identitario” si legge antisemita perché la costruzione di un’unicità negativa — l’idea che esista uno Stato la cui esistenza stessa diventi metafora universale di ingiustizia — ricalca una struttura già vista nella storia europea: l’attribuzione a un soggetto ebraico di una colpa esorbitante, sproporzionata, paradigmatica.
La selettività morale non è un di cui ma il punto nodale di questo ragionamento. Se il metro applicato a Israele non è applicato con la stessa intensità, la stessa ossessione, la stessa carica simbolica ad altri conflitti e ad altri regimi, allora non siamo più nel terreno dell’analisi politica. Siamo in quello della costruzione identitaria del nemico. E quando il nemico coincide, per segni e simboli, con un’identità ebraica riconoscibile, la distinzione teorica tra antisionismo e antisemitismo non regge più.
In Europa, quando il discorso intorno al tema ebraico assume questa forma, la storia non è un elemento neutro. Il continente conosce bene i meccanismi attraverso cui un conflitto politico si traduce in stigmatizzazione collettiva, e ignorarli oggi significa rischiare di ripeterli. Non si tratta di negare il diritto di criticare le politiche del governo israeliano.
Si tratta di riconoscere che la ripetizione rituale della formula “antisionismo non è antisemitismo” non basta a impedire che, nei fatti, il confine venga eroso. Se una Stella di David può diventare oggetto di gogna simbolica o motivo di esclusione da uno spazio pubblico, allora il problema non è la legittimità del dissenso.
La cosa è tanto più grave, cari sedicenti antisionisti perché il clima culturale che la vostra “legittima critica ad Israele” contribuisce a costruire non è così difficile da prevedere.
Quando un clima rende plausibile lo slittamento dall’argomento alla persona, dalla politica all’identità, significa non solo che l’antisemitismo sta riemergendo ma che sta riemergendo in forme socialmente tollerate. Non è più un incidente isolato, ma un processo. E in quel processo la responsabilità non è più teorica: diventa politica. E soprattutto morale.
Vogliamo con questo sostenere che nella sinistra occidentale esista un disegno consapevole di riabilitazione del pregiudizio antisemita? Francamente non è più una domanda interessante.
A prescindere dalle intenzioni oramai contano solo i fatti.

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È che sono prevedibili quanto il tuono dopo il lampo: ad avere la pazienza (e lo stomaco) di provare a lasciarli parlare, la sequenza è sempre la stessa: Netanyahu, israeliani, sionisti, ebrei. La signora che ogni due per tre ci tiene a ripetere io sono antisionista, non antisemita e poi si mette a parlare, con la faccia schifata, di “quelli con le treccine”, facendo con le mani ai lati della faccia il gesto di intrecciare. Ma vaffantromnadeustachio, va’.
I governi e la stampa occidentali hanno una responsabilità enorme sul pensiero e sulle decisioni che l’opinione pubblica prendono in merito su Israele e di conseguenza verso cittadini di origine ebrea. Soprattutto quei governi che hanno assecondato le narrazioni di presunti crimini denunciati da un gruppo terrorista senza legittimità e credibilità, attraverso il riconoscimento della Palestina e così indirettamente dandolo a quello stesso gruppo.
Alla luce di ciò che realmente è successo e sta succedendo nella striscia di Gaza, costoro dovrebbero rettificare e ammettere i propri sbagli riportando l’ordine e la verità al loro posto. Non pensando di ignorare la questione per meri calcoli elettorali e per paura di non poter gestire certe frange estremiste. Vanno gestite e nel caso soppresse, come ogni buon governo democratico dovrebbe fare. Altrimenti si rischiano caos e discriminazione giustificata da un tale non intervento.
Non ammetteranno mai di essere stati intortati da losche figure come la portavoce di hamas (Albanese). Ci vorrà tempo ma sono sicuro che, facendo emergere le fandonie raccontate dopo il 7/10, la gente comune si renderà conto della VERITA’ VERA. Speriamo solo che tale consapevolezza arrivi prima che sia troppo tardi