


Andy Burnham è arrivato a Downing Street promettendo una svolta a sinistra. Ma è davvero così? Alessandra Libutti ha ricostruito la sua ascesa, le manovre che hanno portato alla caduta di Starmer, i rischi per il Labour e il dubbio: e se Burnham stesse dicendo alla sinistra solo ciò che vuole sentirsi dire? Chi governerà davvero? Il Burnham che parla ai militanti laburisti o quello che ha ottenuto il sostegno della destra blairiana (e di Washington)?
C’è chi acclama Andy Burnham come un messia, chi lo considera un uomo per tutte le stagioni, chi un abile populista e chi, infine, null’altro che un usurpatore. Forse, nel descrivere quello che da lunedì 20 luglio sarà il nuovo Primo Ministro britannico, hanno tutti un po’ ragione, perché un uomo può essere ciascuna di queste cose contemporaneamente.
Quella del messia, in fondo, non è che una percezione. I MAGA hanno fatto di Donald Trump l’uomo chiamato a redimere l’America. Allo stesso modo, una parte della sinistra laburista vede in Burnham il leader destinato a riportare il Labour sulla retta via della socialdemocrazia.
Che sia un uomo per tutte le stagioni lo dimostrano le sue dichiarazioni. Rileggendo gli articoli che gli ho dedicato da quando è apparso ovvio che il Labour avesse deciso di sostituirlo a Starmer (dalla conferenza laburista del settembre 2025) mi accorgo che il giudizio che ne davo era più positivo di quanto sia oggi. Fino a pochi mesi fa, nelle sue posizioni c’era una certa coerenza. Da quando, però, si è candidato a Makerfield, gli abbiamo sentito sostenere tutto e il contrario di tutto. Via la Brexit, anzi no. Ritorno nel mercato unico, ma non troppo. Maggiore autonomia locale, ma uno Stato più forte. Una settimana parla all’elettorato più radicale, quella dopo a quello blairiano, poi strizza l’occhio alla sinistra tradizionale del partito, come ha fatto in occasione della sua elezione a Leader del partito, venerdì 17 luglio (non proprio una data di buon auspicio, ma mettiamo la scaramanzia da parte). Ogni platea riceve il proprio Burnham.
Il peccato originale
Anche sull’usurpatore, possiamo forse scegliere una terminologia più edulcorata (Bruto? Caino? Macbeth?), ma il fatto resta. Il problema di Burnham, qualunque cosa farà, risiederà sempre nel peccato originale della sua ascesa.
Burnham arriva a Downing Street dopo oltre un anno di manovre contro un primo ministro che, quando quelle manovre cominciavano, aveva riportato il Labour al governo dopo 14 anni e stava lì da soli 12 mesi. In breve, non sono mai stati i problemi con Starmer il vero punto, ma il volerlo fuori. Nessuna lealtà, nessuna etica. E soprattutto nessun rispetto per l’elettorato o gli iscritti al partito laburista. Quindi quando Burnham sostiene di voler “restituire il potere al popolo”, non è ben chiaro come intenda ripristinarlo dopo avere palesemente agito sbattendosene del popolo.
Perché, alla resa dei conti, milioni di elettori hanno votato un leader e si ritrovano un primo ministro che non hanno mai scelto. E lasciamo perdere gli esempi di John Major, Gordon Brown o Rishi Sunak, perché non sussistono. Questi leader erano già tutti al centro del governo e bracci destri dei precedenti leader – esisteva una continuità, mentre Burnham arriva direttamente dall’esterno dell’esecutivo, catapultato lì con una velocità e una scarsità di trasparenza da far accapponare la pelle.
Arriva quindi al potere senza un mandato popolare e proponendo un’agenda (almeno a parole) più a sinistra di quella con cui Starmer aveva ottenuto la fiducia degli elettori. Che poi il suo governo realizzi davvero quel programma è un’altra questione. Ma il messaggio politico del laburista duro e puro è già stato inviato.
La sinistra dura e pura che non riuscendo arrivare al potere alle urne lo ruba a quella moderata
Burnham finisce così per incarnare una sinistra che, non riuscendo a conquistare il potere attraverso le urne, lo conquista sostituendo chi quelle urne le aveva vinte. E non è un gran bello spettacolo. Ma soprattutto è un gioco che, alla lunga, rischia di condannare il partito ad anni d’insignificanza.
È questo il precedente che dovrebbe preoccupare il Labour più di ogni altra cosa. Da oggi, ogni futuro leader moderato rischia di apparire agli occhi degli elettori come l’uomo incaricato di vincere le elezioni, salvo poi essere sostituito per consentire al partito di realizzare un programma diverso da quello sottoposto al giudizio degli elettori. La fiducia conta e gli errori si pagano cari. I LibDem, per esempio, dopo 16 anni ancora pagano il voltafaccia di Nick Clegg quando si alleò con Cameron e fece carta straccia del proprio manifesto elettorale.
L’elettorato centrista
C’è poi un altro problema, legato alla comunicazione orientata a sinistra scelta da Burnham. Il Labour, appunto, non ha vinto le elezioni del 2024 perché il Paese aveva riscoperto la sinistra. Le ha vinte perché Starmer, con un programma moderato, era riuscito a convincere milioni di elettori conservatori delusi da anni di lotte intestine, dagli scandali, e dalla sensazione che i Conservatori avessero smesso di governare il Paese per governare se stessi. Starmer aveva offerto a quegli elettori ciò che chiedevano: ordine, competenza, moderazione e la promessa di chiudere una stagione di caos. Non si erano limitati a punire i Tories; avevano scelto il Labour perché appariva ormai credibile, pragmatico e affidabile.
I paradossi di Burnham
Burnham e i suoi, comunque la si rigiri, hanno riaperto la stagione del caos. Per questo suona paradossale sentirlo promettere, dal palco che lo acclama come nuovo leader, di voler “porre fine alle lotte intestine”. È un po’ come un rapinatore che entra in casa, mette tutto a soqquadro e, una volta finito, assicura di essere lì per ristabilire l’ordine.
Il caos che Burnham promette di chiudere è lo stesso da cui la sua leadership ha tratto origine. Il peccato originale resta, è una macchia che non si lava.
Così, sia per le modalità con cui è salito al potere, sia per la scelta del linguaggio sugli spalti del Labour, Burnham rischia di dissipare tutto il capitale politico che aveva portato alla vittoria elettorale del 2024. Perché un elettore moderato dovrebbe fidarsi di nuovo di un Labour che gli chiede il voto al centro per poi governare da sinistra? Anche qualora Burnham non realizzasse fino in fondo quel programma, la percezione sarebbe ormai quella di un mandato sostituito dopo il voto.
Un assist a Badenoch
Da questo punto di vista, il suo discorso d’insediamento rischia di essere il miglior assist possibile per Kemi Badenoch. Se Starmer aveva faticosamente strappato ai Conservatori l’elettorato moderato, Burnham potrebbe consegnarglielo di nuovo conducendo a una resurrezione dei Conservatori che Starmer aveva reso improbabile. Con una virata a sinistra del Labour, Badenoch non avrebbe più bisogno di inseguire Reform UK: le basterebbe occupare lo spazio centrale che il Labour lascia libero. Perché, diciamocelo, le promesse di una sinistra dura e pura nel Regno Unito non funzionano alle urne dai tempi dell’elezione di Harold Wilson (e anche allora, con una certa fatica).
E se fosse un bluff?
Però… però. Ed è qui che torniamo all’uomo per tutte le stagioni. Confesso di non riuscire a scrollarmi di dosso la sensazione che possa essere tutto un bluff. Troppi dettagli continuano a non convincermi: la rivolta guidata da Wes Streeting appena una settimana dopo l’articolo con cui Tony Blair aveva demolito Starmer; le esitazioni di Burnham sul Tesoro; la rapidità con cui la componente blairiana ha deciso di convergere su un candidato che, almeno pubblicamente, prometteva un netto spostamento a sinistra.
È difficile credere che chi aveva appena combattuto Starmer per aver allontanato Morgan McSweeney e spostato il partito troppo a sinistra abbia deciso, nel giro di pochi giorni, di consegnare Downing Street a un leader ancora più a sinistra. Streeting ha rinunciato troppo in fretta perché il dubbio non sorga.
La domanda, allora, è: che cosa è stato promesso? Che cosa ha convinto i blairiani a sostenere Burnham? Perché esiste anche un’altra possibilità: che Burnham parli a sinistra, ma intenda puntare a destra.
E allora, sondando questa ipotesi, ci chiediamo: che cosa faranno Ed Miliband, Louise Haigh, Lucy Powell e Angela Rayner quando si renderanno conto di essere stati usati? E con loro tutta quella parte del partito convinta di avere conquistato il governo, quando forse hanno semplicemente contribuito a restituirlo alla corrente che voleva liberarsi di Starmer perché troppo europeista, troppo distante da Washington e, alla fine, perfino troppo a sinistra.
Per ora Burnham riesce a tenere un piede su ogni staffa. Ma prima o poi dovrà scegliere una direzione. Ed è allora che comincerà il vero spettacolo.
Se, dopo aver parlato alla sinistra, governerà secondo la linea della destra blairiana, finirà per scontrarsi proprio con quella parte del partito che lo ha portato fin lì. Se invece porterà davvero il governo a sinistra, dovrà spiegare perché sta attuando un programma diverso da quello con cui il Labour ha ottenuto il mandato elettorale. E, con ogni probabilità, scoprirà quanto rapidamente Washington e il suo sistema mediatico sappiano trasformare un alleato scomodo in un bersaglio permanente da fare a pezzi giorno dopo giorno come hanno fatto con Starmer.
Se, infine, proverà a non scegliere, rischierà di scontentare tutti. Perché, comunque la si giudichi, Starmer una direzione l’aveva. Si poteva condividerla o contestarla, ma era riconoscibile. C’era un manifesto, c’era una linea politica e, in appena due anni di governo, ne aveva già realizzato circa il 70%. Mentre Burnham, nessuno ha ancora capito che idee abbia al di là di slogan rubati ai Verdi come “riportare la speranza”.
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