


Alla vigilia del voto sulla riforma della giustizia, il confronto politico scivola dalle norme ai simboli. Tra mobilitazione identitaria, retoriche antifasciste e scontri ideologici, il merito del referendum resta sullo sfondo. Una riflessione critica su una campagna segnata più dagli slogan che dal diritto.
Ci siamo. Oggi e domani infine si vota per la conferma o meno della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati ordinari e la riforma dell’ordinamento giudiziario.
Come avviene ormai sistematicamente in chiusura di ogni campagna elettorale, il giorno del cosiddetto silenzio elettorale (peraltro sempre più aleatorio in epoca social) è dedicato alle geremiadi sul livello della campagna stessa. Spentasi l’eco degli ultimi comizi, è tutto un affannarsi a sentenziare che si sia trattato della “peggiore campagna elettorale”. Sì, la peggiore prima della prossima.
La realtà è che, in epoca di astensionismo crescente in tutte le democrazie mature, l’esito del voto dipende sempre più dalla capacità di mobilitare il proprio elettorato e sempre meno dalla propensione a conquistare nuovi elettori. Senonché la mobilitazione non richiede argomenti persuasivi né la capacità di esporre e motivare, in positivo, le proprie proposte.
No, la mobilitazione si realizza con le parole d’ordine, con i richiami delle foreste ideologiche, con gli slogan identitari e con la mostrificazione dell’avversario.
Se questo vale ormai in linea generale, sia consentito sorprendersi di chi si sorprende che questa campagna referendaria, in specifico, sia precipitata lungo questa china.
Pensateci: stiamo parlando di una riforma costituzionale varata da un governo di destra, guidato da un partito tecnicamente post-fascista, e avente ad oggetto la riorganizzazione della giustizia in una maniera che risulta sgraditissima alla magistratura associata. Tre elementi che, combinati insieme, formano un innesco esplosivo di straordinaria potenza per i peggiori e più primitivi riflessi pavloviani della sinistra italiana.
In questo senso, fa un po’ sorridere il racconto di questa campagna elettorale nei termini di un sorpasso che, a un certo momento, il NO avrebbe realizzato rispetto a un SÌ prima placidamente in vantaggio. Era solo una questione di tempi: quei sondaggi venivano svolti quando il voto era ancora lontano, mentre ancora la miccia della mobilitazione del popolo di sinistra avanzava lenta verso l’esplosione.
Ma poi tutti gli ingredienti della mobilitazione hanno cominciato ad operare sinergicamente e, signori, eccovi servita la trasformazione del voto nell’ennesima ordalia, nel milionesimo bivio di civiltà e nel solito, diuturno cimento a difesa della Costituzione. Fine di ogni laicità del voto, tramonto di qualsivoglia dibattito nel merito reale delle norme proposte.
Sono scese in campo vecchie e nuove vestali dell’intangibilità e della immodificabilità della Costituzione “più bella del mondo”. Talmente bella, aggiungiamo noi, da aver previsto, con lungimiranza, le regole della propria modificabilità.
Cara Schlein, lei che parla con disinvoltura di “sfregio” della Costituzione, ci faccia capire: o la nostra è la Costituzione più bella del mondo oppure è un testo che, per effetto di un impeto di masochismo istituzionale dei venerati Padri costituenti, contiene il meccanismo per autosfregiarsi. O ancora è un ben bislacco presidio di democrazia se incorpora in sé l’ingranaggio perverso che la democrazia la può far saltare.
Naturalmente ci è toccato ascoltare tutto questo repertorio tradizionale. Del resto, il costituzionalismo militante è da tempo il surrogato di quell’autentica coperta di Linus che, per certa sinistra, è divenuto l’antifascismo. Antifascismo sacrosanto e, beninteso, condiviso finché non diventa intimamente fascista, finché non diventa l’esorcismo per delegittimare gli avversari politici, soprattutto quando vincono le elezioni, finché non diventa una mummificata pretesa di esclusività, incapace di riconoscere le moderne lotte di resistenza come quella al putinismo e all’islamonazismo.
Ma questa volta alla tradizionale e truffaldina equazione per cui le revisioni della Costituzione antifascista sono per ciò stesse scelte fasciste (equazione peraltro già saltata, secondo convenienza, ventidue o ventitré volte con il disinvolto concorso degli antifascisti in servizio permanente effettivo), si è aggiunto un imponente carico polemico legato al tema della giustizia. Rectius, della magistratura.
Perché in Italia, a partire dal processo Tortora e poi definitivamente con Mani Pulite, la giustizia è divenuta a sua volta, per la stessa sinistra di cui sopra, un surrogato. Un surrogato del consenso politico.
Come ha mirabilmente scritto Alfonso Lanzieri qui su InOltre, “la magistratura è, per così dire, la trasposizione istituzionale di quella condizione di ‘moralmente pronti’ che non ha potuto trovare uno sbocco politico per le manovre sporche degli altri”.
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Così le indagini diventano sentenze, i pm angeli vendicatori per i quali tifare e, soprattutto, “ogni riforma che tocchi l’assetto della giustizia, quando viene da altri è percepita come una minaccia”. Tanto più se sgradita agli angeli vendicatori, o almeno alla più visibile e mediatica componente di essi.
Naturalmente l’impostazione della campagna referendaria secondo questo canovaccio ha richiesto un’evidente operazione manipolatoria. È quella apertamente rivendicata da Massimo Giannini su Repubblica di ieri: in una parola, disfarsi del “testo” per sostituirlo con il “contesto”.
Accantonare il testo della riforma, sul populistico presupposto dell’indecifrabile complessità dello stesso per l’elettore medio, e porre al centro il contesto, ovviamente quello della deriva autoritaria di cui la riforma sarebbe solo un tassello. Che poi questo teorema non trovi alcun riscontro nel nuovo dispositivo costituzionale, non rileva. Quel che non c’è oggi di autoritario nella riforma, ci sarà domani.
Una strategia, va detto, che ha funzionato. La chiamata alle armi in odio a Meloni, all’insegna del più tradizionale TTM (“Tutto Tranne Meloni”) e ammantata di allarme democratico, a un certo momento, almeno stando ai sondaggi, ha dato l’impressione di poter chiudere la partita.
La risposta della maggioranza ha scontato difficoltà oggettive e limiti propri.
Come ha osservato Paolo Mieli, “c’è una legge della seconda Repubblica che rende i referendum di natura costituzionale un voto contro il capo del governo”. I precedenti di Berlusconi e di Renzi, del resto, stanno lì a dimostrare come queste scadenze siano sistematicamente divenute, sempre all’insegna del Piave democratico, lo sfogatoio di partiti ed elettori confinati all’opposizione dal voto alle politiche.
Inoltre, lo schieramento politico del SÌ è parso spesso oscillare tra la difesa del merito della riforma — con l’improbo debunking della rappresentazione mistificatoria e caricaturale delle nuove norme operata dal fronte del NO — e l’accettazione del ring tutto politico.
In questo secondo contesto, si è avuta troppo spesso l’impressione di una certa goffaggine, eccettuata Forza Italia, nel difendere una riforma liberale e garantista da parte di forze storicamente prive di questo DNA.
In tutto questo, però, si è inserita la variabile Meloni. Dopo aver cullato leggermente troppo a lungo l’illusione di potersi tenere ai margini dell’agone, la premier ha compreso bene, a un certo momento, che insistere su tale postura poteva equivalere a inviare un messaggio di “rompete le righe” al fronte riformatore.
Così, alla fine, la discesa in campo c’è stata, senza esitazioni, seppur inequivocabilmente accompagnata dall’esclusione di dimissioni in caso di vittoria del NO. Dimissioni che peraltro, nell’attuale temperie internazionale, forse persino qualcuno (non tutti) nel campo largo esiterebbe a sollecitare.
L’effetto Meloni, in modalità blitzkrieg come ha detto il politologo Lorenzo Castellani, si è indubbiamente avvertito e con ogni probabilità si deve soprattutto ad esso se la partita può ancora dirsi aperta.
Quale delle due mobilitazioni del rispettivo elettorato si rivelerà meglio riuscita? Quanto potranno pesare quelle componenti estranee alla maggioranza, ma decise a votare SÌ per il merito della riforma e non per sostegno al governo?
Lunedì pomeriggio la sentenza, anche se gli incerti sondaggi sembrano convergere su un punto: la competitività del SÌ sarebbe strettamente legata a un’affluenza elevata, compresa nella forbice 50-60%.
Non possiamo, tuttavia, concludere queste note ignorando che questa è stata anche la prima scadenza elettorale che ha visto schierato InOltre. Lo abbiamo fatto in maniera limpida e aperta per il SÌ. Fedeli allo spirito del referendum che non verte sul consenso o meno al governo, ma su una riforma che consideriamo liberale, garantista e persino ovvia e imposta dal dettato costituzionale dell’art. 111 e dal rito accusatorio.
Siamo fieri di aver ospitato voci che stavano sul terreno effettivo del dettato normativo: voci liberali e voci della sinistra che non accetta di rinunciare a una riforma inscritta nel proprio DNA solo perché realizzata dalla destra. Nonché la voce di Antonio Di Pietro, ex “angelo vendicatore” per antonomasia.
Non ci predisponiamo lunedì a impersonare ruoli di vincenti o di sconfitti. Ci riconosciamo nella fulminante fotografia del nostro amico Claudio Petruccioli: “Il paradossale referendum di domenica. Una destra che rischia proponendo una riforma liberale e una sinistra a testa bassa a difesa di un ordinamento fascista. E l’Italia va a rotoli”.
Con un SÌ questo rotolare può essere almeno interrotto in favore di una scelta di civiltà giuridica. Cioè di civiltà tout court.

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