

Dai data center ai pannelli fotovoltaici, ogni innovazione tecnologica finisce nel mirino del catastrofismo mediatico. Tra allarmi ambientali, eco-ansia e ricerca spasmodica di clic, la complessità della transizione energetica viene sacrificata alla più redditizia narrazione dell’apocalisse.
Nel grande teatro dell’informazione contemporanea, ogni innovazione tecnologica deve inevitabilmente essere accompagnata dal suo personale scenario apocalittico. Ora che l’Intelligenza Artificiale è permeata nella nostra quotidianità, il tribunale mediatico aveva un disperato bisogno di un nuovo nemico fisico su cui riversare la propria indignazione. E lo ha trovato puntualmente: i data center.
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo del Fatto Quotidiano che lanciava l’allarme sull’impatto ecologico dell’Intelligenza Artificiale. Poteva sembrare un’iperbole isolata, ma è bastato allargare lo sguardo per constatare come questa narrazione fosse, in realtà, già diffusa a macchia d’olio sui principali quotidiani e su tutti i media nazionali.
Con i toni del puro terrorismo psicologico, la stampa racconta del presunto disastro ambientale che genererebbero queste installazioni. Si legge di disboscamenti selvaggi, di fiumi prosciugati e laghi svuotati. Un’apocalisse, letteralmente. La narrazione dipinge queste infrastrutture come mostri mitologici che divorano la natura, restituendo al pubblico la rassicurante e collaudata sensazione dell’eco-ansia a buon mercato.
Eppure, basterebbe sfiorare la superficie della realtà per smontare questa grande bufala. Che cos’è, fisicamente, un data center? È un enorme capannone pieno di server. Con buona pace dei catastrofisti, queste infrastrutture non generano nessuna emissione nociva nell’atmosfera e non producono alcuno scarto chimico o biologico. Non ci sono ciminiere nere che oscurano il cielo, né liquami industriali sversati nei campi.
Il loro unico, vero “peccato” originale è che, inevitabilmente, consumano energia. Ma è proprio qui che l’ironia della narrazione si fa totale: per molti di questi poli tecnologici, il consumo è ormai inserito in modelli di economia circolare ed è alimentato interamente da fonti rinnovabili.
I giganti del web sono, paradossalmente, i più grandi acquirenti e sviluppatori di energia pulita al mondo, utilizzando sistemi a ciclo chiuso, dove persino il calore generato dalle macchine viene talvolta recuperato per riscaldare interi quartieri urbani.
La stessa sorte grottesca tocca, del resto, a un’innovazione un po’ più vecchiotta, ma che lo zelante ambientalista fondamentalista avversa con lo stesso furore: i pannelli fotovoltaici. La moderna visione “conservatrice” a difesa del territorio sostiene, infatti, che i pannelli sottraggano terreno coltivabile all’agricoltura.
Peccato che questo antico ecomostro smentisca quotidianamente queste favolistiche iperboli. Al bioecologico del “NOTutto”, che avversa l’innovazione tout court, non bastano la scienza e le ricerche universitarie. Forse non basterà nemmeno il miracolo occasionale generato dalle grandi installazioni nel deserto del Qinghai, in Cina, dove, grazie all’ombra del più grande impianto solare del mondo, è cresciuta l’erba in mezzo alla sabbia, offrendo pascolo a ventimila pecore.
Ma raccontare la transizione energetica, l’efficienza dei sistemi di raffreddamento a circuito chiuso o la rinascita di un ecosistema sotto un pannello solare non genera i tanto agognati clic. Il panico, invece, vende sempre.
Di fronte a un’infrastruttura silenziosa che si alimenta a energia solare o a pecore che pascolano all’ombra dell’alta tecnologia, la spettacolarizzazione dell’informazione sceglie deliberatamente di evocare foreste rase al suolo.
Il cortocircuito logico ci riporta alla solita dinamica del nostro ecosistema: quando la realtà si dimostra troppo banale per fare notizia, fino a che punto la fabbrica dell’informazione è disposta a spingersi pur di garantirci la nostra rassicurante dose quotidiana di indignazione?
Fonti
Data center, l’impatto ambientale dell’Intelligenza artificiale: le notizie, Il Fatto Quotidiano, 2026.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/06/08/data-center-impatto-ambientale-intelligenza-artificiale-notizie/8405730/
Grazie al più grande impianto solare del mondo è cresciuta l’erba nel deserto tibetano (e ci pascolano 20 mila pecore), Corriere della Sera, 2026.
https://www.corriere.it/tecnologia/26_giugno_18/grazie-al-piu-grande-impianto-solare-del-mondo-e-cresciuta-l-erba-nel-deserto-tibetano-e-ci-pascolano-20-mila-pecore-e8a80322-9383-4233-bb69-498f169efxlk.shtml
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Fatto salvo che le visioni apocalittiche acchiappano clic e lettori, approfondirei alcuni passaggi.
1) Oggi il consumo elettrico globale dei data center è stimato intorno ai 415 terawattora (TWh), circa l’1,5% del consumo elettrico mondiale, con una crescita del 12% annuo negli ultimi cinque anni. L’IEA proietta un raddoppio a circa 945 TWh entro il 2030, pari a quasi il 3% del consumo elettrico globale, con una crescita del 15% annuo — oltre quattro volte più veloce di tutti gli altri settori. Un simile enorme consumo di energia inevitabilmente non è coperto solo da fonti rinnovabili e passerà in futuro anche dall’utilizzo di minireattori nucleari (OKLO, SMR).
2) Consumo d’acqua: i numeri sono rilevanti: nel 2023 l’IEA stimava un consumo elettrico dei data center globali di circa 360 TWh, a cui corrispondono, applicando un’intensità idrica di 3,40 litri per kWh, circa 1.225 miliardi di litri di consumo idrico indiretto, oltre a 140 miliardi di litri di consumo diretto. Negli Stati Uniti, il Berkeley Lab ha rilevato un consumo idrico indiretto di 800 miliardi di litri per 176 TWh di elettricità nel 2023, pari a una media di 4,52 litri per kWh. A livello aziendale, un esempio concreto: Google ha dichiarato un consumo idrico di 5,6 miliardi di galloni nel 2023 (equivalente all’irrigazione di 37 campi da golf all’anno), con un aumento del 24% rispetto al 2022. Un consumo d’acqua a dir poco elevato, che in buona parte non ritorna al ciclo stesso dell’acqua.
3) Riscaldamento delle aree circostanti: uno studio dell’Arizona State University — il primo a misurare direttamente questo fenomeno sul campo — ha rilevato che nei quartieri sottovento rispetto a quattro data center nell’area di Phoenix (da 36 MW a 169 MW), le temperature dell’aria erano superiori fino a 2,2°C rispetto alle zone sopravento, con una media di 0,7-0,9°C in più, e segnali termici rilevabili fino a 500 metri dal perimetro degli impianti. Data center generano flussi di calore di migliaia di W/m², di gran lunga superiori a qualunque altra fonte di calore antropico urbano studiata finora (le città in genere producono 10-75 W/m²). In pratica, gli impianti di condensazione raffreddati ad aria scaricano pennacchi di aria calda, più caldi di 8-14°C rispetto all’aria circostante.
4) Emissioni di CO2: l’IEA ha stimato che nel 2024 la generazione elettrica per i data center globali abbia prodotto circa 182 milioni di tonnellate di CO2.
Qualche problemetto da analizzare c’è, concordo nel criticare la visione apocalittica, ma qualche questione resta aperta e da approfondire sull’impatto dei data center.
fonti
https://www.facilitiesdive.com/news/data-centers-raise-temperatures-4-degrees-ASU-Sailor-thermal-plume/821164/
https://www.consumerreports.org/data-centers/ai-data-centers-impact-on-electric-bills-water-and-more-a1040338678/
https://www.datacenterfrontier.com/energy/article/33038469/iea-study-sees-ai-cryptocurrency-doubling-data-center-energy-consumption-by-2026
https://arxiv.org/pdf/2304.03271
Enrico, per dovere di cronaca dovresti proporre una comparazione con l’industria del settore, che so, dei semiconduttori, degli elettrodomestici, oppure dell’automobile…
Mi chiedo che senso abbia isolare i Data Center senza paragonarli, al contesto industriale generale.
Se guardiamo le emissioni o i consumi idrici nel vuoto cosmico, sembrano inevitabilmente il preludio alla fine del mondo. Ma proporre queste cifre come un dato assoluto e fuori contesto non è realistico né tantomeno corretto. È il classico trucco retorico di chi vuole dimostrare una tesi precostituita: alla Ranucci. Per intenderci
Nessuno nega che i server consumino energia, ma la realtà si misura sulle proporzioni, non sulle suggestioni.
Una per tutte: Google consuma l’acqua equivalente a 37 campi da golf. Okay. Peccato che al mondo esistano quasi 40.000 campi da golf: stiamo parlando di un’industria dell’intrattenimento che consuma mille volte l’acqua di un gigante tecnologico, restituendo al PIL globale una frazione microscopica del suo valore.
Nessuno nega che i server consumino energia, ma la realtà si misura sulle proporzioni, non sulle suggestioni. ??
Un esempio di comparazione su fonti attendibili:
L’EIA riporta con precisione l’elettricità acquistata dal settore siderurgico USA: 56.170 milioni di kWh (56,17 TWh) per il codice NAICS 331110 “Iron and Steel Mills and Ferroalloys” nel 2018, a cui si aggiungono altri 6.914 milioni di kWh (6,9 TWh) per NAICS 3312 “Steel Products from Purchased Steel” — per un totale di circa 63 TWh di elettricità acquistata dall’intera filiera siderurgica USA (dato più granulare e recente disponibile pubblicamente sul portale EIA MECS).
Il dato sui data center USA (fonte: Lawrence Berkeley National Laboratory / IEA)
Il Berkeley Lab ha rilevato un consumo elettrico dei data center USA di circa 176 TWh nel 2023. Gartner e IEA concordano su una traiettoria di forte crescita da lì in avanti verso le centinaia di TWh nei prossimi anni.
Fonte principale IEA = International Energy Agency
Lo sviluppo di aziende come OKLO, dove azionista importante è Sam Altman, collega direttamente la “fame” di energia dei data center con lo sviluppo di minireattori nucleari per sfamarla. Data center sono energivori e soprattutto la loro forte parabola di crescita ne aumenterà i bisogni e il ritorno del nucleare lo conferma, come unica risposta plausibile a soddisfarla in toto.
La fallacia che si regge su due semplici contraddizioni:
1 un dato vecchio e stabile (2018) con uno recente e in picco (2023).
2. dimentichi che l’industria siderurgica non funziona a energia elettrica. Funziona a carbone e gas naturale. Misurare solo l'”elettricità acquistata” da un’acciaieria per confrontarla con un Data Center (che è al 100% elettrico) in pratica è come considerare l’inquinamento di un volo intercontinentale tenendo conto solo della corrente usata per accendere le luci nella cabina passeggeri! ?
E una fallacia generale: questi dati mettono sulla stessa bilancia un’industria fisica di portata nazionale e i Data Center statunitensi che non elaborano dati per il solo mercato interno americano; gestiscono flussi di dati di tuttini settori economici e della comunicazione di gran parte del mondo occidentale.
Detto questo, come già ti avevo anticipato, non ho interesse a continuare questa disputa.
Un caro saluto ?