


Trump tratta i leader come proprietari dei conflitti e crede che ogni guerra possa chiudersi trovando il prezzo giusto. Gaza, Ucraina e Iran mostrano il limite del metodo: autorità non significa proprietà, la pressione non garantisce il controllo e una firma non basta a rendere eseguibile un accordo.
Ieri Israele ha respinto il documento in 15 punti del Board of Peace. Lo ha annunciato Benjamin Netanyahu aprendo la riunione del gabinetto di sicurezza: nessun ritiro dell’Idf dalla Striscia finché Hamas non sarà disarmato, «armi pesanti, armi leggere, tutte le armi»; e finché lui sarà primo ministro, nessuno Stato palestinese, «né Fatahstan né Hamastan». Poche ore dopo, un dirigente di Hamas ha chiesto ai mediatori e al «garante americano» di fare pressione su Gerusalemme perché rispetti la tabella di marcia.
Il transazionalismo trumpiano ha fatto, una volta ancora, cilecca. Cerchiamo di capire il perché.
Trump tratta l’autorità politica come un titolo di proprietà: presume che chi governa possa disporre liberamente di territori, armi e garanzie di sicurezza in cambio del prezzo giusto. Nelle crisi che sta tentando di chiudere, però, nessuno dei suoi interlocutori possiede interamente ciò che Trump gli chiede di cedere.
È il primo equivoco del metodo: confondere il mandato a negoziare con la proprietà dell’oggetto negoziato.
Una normale transazione richiede almeno tre condizioni. Chi firma deve avere l’autorità effettiva di consegnare ciò che promette. Le concessioni devono poter essere misurate e scambiate. E deve esistere un meccanismo capace di garantire che entrambe le parti rispettino gli impegni. In una compravendita, il venditore dispone del bene, il prezzo è quantificabile e un sistema giuridico fa rispettare il contratto. Nei conflitti internazionali spesso manca tutto: il territorio non appartiene al presidente che lo governa, la sicurezza di uno Stato non ha un equivalente monetario e non esiste un’autorità superiore capace di garantire il ritiro di un esercito o il disarmo di una milizia.
Il transazionalismo trumpiano ignora questa differenza. Cerca “l’uomo che decide”, individua ciò che desidera, costruisce una leva e pretende una firma. Se la firma non arriva, conclude che la leva non era abbastanza forte e aumenta la pressione. È un metodo che non contempla la possibilità che il problema non sia il prezzo, ma la natura di ciò che si vuole comprare.
A Gaza la pressione ha funzionato fino a un certo punto. Hamas tratta perché Israele l’ha militarmente messo alle corde, decimandone la leadership e riducendone le capacità operative. Washington ha ereditato quella leva e l’ha trasformata nel cessate il fuoco di ottobre. Ma portare Hamas al tavolo non significa averne ottenuto il disarmo, così come ottenere da Netanyahu un assenso preliminare non significa aver reso politicamente possibile il ritiro israeliano.
Quando si è passati dalle dichiarazioni alla sequenza concreta, l’accordo ha mostrato il vuoto che conteneva. Israele pretende che Hamas consegni prima ogni arma. Hamas subordina la consegna al ritiro israeliano e al rispetto degli altri impegni. Nessuno vuole compiere la prima mossa perché ciascuno teme che l’altro incassi la concessione senza eseguire la propria. Non è soltanto una disputa sul prezzo. È un problema di simultaneità, verifica e garanzia.
Il Board of Peace avrebbe dovuto risolverlo. Ma una garanzia che dipende dalla volontà intermittente del mediatore non è ancora un meccanismo. Netanyahu sa che gli Stati Uniti possiedono gli strumenti per esercitare pressione su Israele; dubita che Trump sia disposto a usarli fino in fondo contro un alleato, nel mezzo di una campagna elettorale israeliana e davanti alla resistenza della destra. Hamas, al contrario, si appella proprio al garante americano perché non dispone di altra leva. Il risultato è un accordo nel quale ciascuna parte invoca Washington contro l’altra e nessuna considera definitivamente stabiliti i propri obblighi.
In Ucraina l’esperimento è ancora più istruttivo perché Trump ha provato entrambi i lati del proprio metodo. Alla Russia ha offerto il ritorno alla diplomazia dei vertici e la legittimazione di Anchorage, Abu Dhabi e Ginevra. Con Zelensky ha usato la pressione, le minacce sul sostegno americano e l’umiliazione in mondovisione nello Studio Ovale.
Nessuno dei due gli ha dato la pace che cercava. Putin ha continuato la guerra. Zelensky ha accettato anche la proposta di un cessate il fuoco incondizionato, ma non il ritiro unilaterale dalle aree del Donbass ancora controllate da Kyiv né una sistemazione priva di garanzie di sicurezza. Trump poteva indebolirlo sospendendo temporaneamente aiuti e condivisione dell’intelligence. Non poteva trasformarlo nel proprietario di territori e diritti che appartengono allo Stato ucraino e sui quali deve rispondere alla società che governa.
L’umiliazione pubblica ha semmai reso più difficile la concessione. Un compromesso può essere presentato come una scelta dolorosa ma sovrana. Lo stesso compromesso, dopo che il presidente americano ha rimproverato davanti alle telecamere il leader dal quale pretende di ottenerlo, rischia di apparire come una capitolazione. La pressione non ha allargato lo spazio dell’accordo: lo ha ristretto aumentando il costo politico del sì.
Putin incontra un vincolo diverso. Pretende di trattare il territorio ucraino come una merce, ma deve giustificare davanti al proprio apparato il costo imposto alla Russia e gli obiettivi attribuiti alla guerra. Il ritorno ai vertici gli offre legittimità senza obbligarlo a cambiare strategia. Finché ritiene che continuare a combattere possa migliorare la sua posizione, una stretta di mano non sostituisce il calcolo militare.
Nel Golfo, la campagna di massima pressione contro l’Iran ha mostrato un terzo limite. Gli attacchi americani e israeliani, gli ultimatum e il blocco del traffico iraniano avrebbero dovuto imporre a Teheran un costo insostenibile. Il regime ha risposto chiudendo lo Stretto di Hormuz e trasferendo parte di quel costo sull’economia mondiale.
L’Iran continua a pagare un prezzo enorme. Ma ha impedito agli Stati Uniti di restare gli unici a fissare il conto e i tempi del negoziato. Oggi Teheran elenca le condizioni per la riapertura dello Stretto: risarcimenti, fine delle sanzioni e del blocco, cessazione delle minacce contro l’Iran e i suoi alleati. La massima pressione non ha eliminato la leva iraniana. Ha spinto il regime a usare quella più distruttiva che possedeva.
Se la concessione richiesta viene percepita come l’inizio della capitolazione, aumentare il costo del rifiuto non garantisce l’accordo. Può far crescere il costo politico del cedimento più rapidamente di quello materiale della resistenza.
Il transazionalismo trumpiano tende così a riprodurre lo stesso ciclo. Personalizza il conflitto, individua un capo, esercita pressione, ottiene un’apertura e la annuncia come una soluzione. Quando emergono i veti politici, militari e istituzionali rimossi dalla rappresentazione iniziale, interpreta l’impasse come mancanza di volontà del leader. Seguono nuove minacce, nuovi incentivi e una nuova scadenza. Ma ogni passaggio può rendere più costoso il compromesso, perché obbliga l’interlocutore a dimostrare di non essersi piegato.
Questo non significa che il metodo sia incapace di produrre risultati: può ottenere tregue, scambi di prigionieri, aperture negoziali e concessioni circoscritte, quando l’oggetto dello scambio è definito, le parti ne dispongono realmente e l’esecuzione può essere immediata. Le guerre di Gaza e dell’Ucraina e lo scontro con l’Iran presentano le condizioni opposte: gli interessi sono considerati esistenziali, le concessioni producono effetti irreversibili e gli impegni decisivi devono essere rispettati nel futuro.
È qui che alleanze, verifiche, forze di interposizione e istituzioni smettono di essere la burocrazia disprezzata dal transazionalismo. Sono l’equivalente del diritto e delle garanzie senza i quali una transazione non è un contratto, ma una promessa tra avversari.
Fallimento dopo fallimento, il metodo Trump mostra dunque lo stesso difetto. Scambia il consenso personale per capacità politica, la pressione per controllo e l’annuncio dell’accordo per la sua esecuzione.
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Assomiglia molto al pensiero magico infantile: se piango la mamma compare, se non compare subito piango più forte e allora il miracolo si compie.
Questo accade quando si prendono delle decisioni forti ma poco calcolate e ragionate come nel caso dell’attacco all’Iran (anche Israele ha le sue colpe, pensando che il regime fosse ormai prossimo a cadere dopo attacchi e attentati precedenti), senza poi volersi prendere tutti i rischi per motivi interni elettorali andando fino in fondo e risolvere a proprio favore il conflitto.
E’ il metodo esuberante e caotico di Trump di risolvere le varie controversie, a partire da questa presidenza dagli scontri commerciali sui dazi e dalla politica aggressiva nei confronti dei Paesi europei, sviluppato già dalla prima presidenza culminato nei tragici fatti del 6 gennaio 2021.
Su Gaza il famoso Board avrebbe dovuto stabilire una forza di controllo formata anche da alcuni Paesi arabi, che avrebbe dovuto garantire il rispetto dei punti concordati da tutte le parti per risolvere il conflitto e iniziare una nuova gestione dei territori interessati.
Evidentemente non c’è davvero questa volontà di risolvere, anche qui senza prendersi qualche rischio.
Comunque in base ai fatti e a come si è evoluto e poi congelato il conflitto, Hamas dovrebbe essere la prima parte coinvolta a mostrare di voler rispettare i patti: essendo la prima causa del conflitto e alla fine non essendo risultata vincitrice o almeno in una posizione di vantaggio per poter dettare inizialmente qualcosa; anzi senza l’intervento di Trump la sua resa nei confronti di Israele prima o poi molto probabilmente sarebbe arrivata.
Si tratta poi di rispettare certe condizioni agendo in modo graduale, non necessariamente tutto il disarmo in una volta sola che sarebbe anche difficile da verificare in modo chiaro dalle altre parti. Stessa cosa Israele, con un ritiro graduale delle proprie forze armate.