


Dalle collette per il regalo della collega ai gruppi delle mamme, dalle petizioni fuori contesto ai meme terminali: WhatsApp prometteva connessione e ha spesso prodotto rumore, ansia e obblighi sociali. Una piccola fenomenologia del disgusto digitale quotidiano.
Benvenuti nell’incubo quotidiano della notifica costante. Un universo parallelo fatto di raccolte regalo obbligate, consigli non richiesti sulla pediatria e un’inondazione di “buongiornissimo” che sta erodendo la nostra sanità mentale.
È il mondo dei gruppi WhatsApp, un arcipelago di micro-comunità digitali che, nate con i migliori propositi, si trasformano quasi inevitabilmente in cassonetti maleodoranti di obblighi sociali e spazzatura virtuale.
Tutto inizia in modo innocente. Un’icona verde che si illumina, una notifica: “Sei stato aggiunto al gruppo ‘Regalo per Roberta’”. Roberta è la collega “tanto cara”, quella con cui scambi un caffè alla macchinetta e un sorriso tirato giù per le scale.
Il gruppo, creato per celebrare il suo compleanno, diventa subito un campo di battaglia digitale. C’è il segretario che propone un budget da finanziaria, la supplente che suggerisce un buono regalo impersonale e l’immancabile entusiasta che lancia un sondaggio per decidere il colore della carta da regalo.
Tu, nel frattempo, sei lì, ostaggio di decine di notifiche, costretto a partecipare a una colletta per un regalo che non avresti mai scelto, per una persona con cui il massimo dell’intimità è la condivisione della sala docenti.
La spontaneità del dono viene cannibalizzata da un comitato organizzativo non richiesto, e il gesto si svuota, lasciando solo il guscio di un obbligo sociale.
Poi c’è il girone dantesco dei “gruppi delle mamme”, un’istituzione ormai più temuta della riunione di condominio. Nati per scambiarsi informazioni utili sui compiti o sulle feste di classe, questi consessi digitali degenerano in arene di ansia performativa.
Messaggi a ogni ora del giorno e della notte su febbri presunte, dubbi esistenziali sulla merenda e foto di recite scolastiche in alta definizione. In questo turbine di iper-presenza genitoriale, ogni tanto compare un papà.
Silenzioso, attonito, probabilmente aggiunto dalla consorte, osserva questo flusso inarrestabile di informazioni con lo stesso smarrimento di un esploratore in una terra sconosciuta.
Il gruppo, che doveva essere uno strumento di supporto, diventa una fonte di pressione sociale, un costante metro di paragone che alimenta insicurezze e giudizi.
Ma la geografia di questo inferno digitale è vasta. Comprende anche le iniziative commerciali più subdole. Come quel libraio a cui hai lasciato il numero, ingenuamente, solo per essere avvisato dell’arrivo di un libro.
E ora, puntuale come un’imposta, ogni mattina alle 8 ti bombarda con le “novità del giorno”, trasformando la tua app di messaggistica in un volantino promozionale non richiesto. Hai violato la tua stessa privacy per cortesia, e ora ne paghi le conseguenze a suon di notifiche push.
A coronare questo delirio, ecco apparire l’attivista della domenica. In quel gruppo nato per la difesa della spiaggia, dove teoricamente ci si organizza per la pulizia e per campagne di sensibilizzazione, spunta sempre il cretino di turno che deraglia su binari geopolitici.
Ti piazza lì la petizione per firmare contro la convenzione Ue con Israele. Magari ha pure ragione nel merito, ma è il metodo che uccide: quel tono imperativo, quel “FATE GIRARE MI RACCOMANDO!!!!!!” urlato e pure con sei punti esclamativi, come se la tua mancata adesione istantanea ti rendesse complice di ogni male del mondo.
Ma con chi ce l’hai? Chi ti ha dato il mandato di sequestrare l’attenzione altrui per una causa che, in quel contesto, è solo rumore aggiuntivo?
Il vero disgusto, l’odio viscerale, emerge quando questi spazi, già saturi, subiscono l’ultima, degradante trasformazione: diventano discariche.
I gruppi, svuotati del loro scopo originale, si trasformano in un inesauribile cassonetto di pubblicità di eventi locali a cui non parteciperai mai, di suppliche per “mettere un like a mio figlio che partecipa al concorso per vincere un peluche”, di cascate inarrestabili di meme politici dozzinali, fake news e barzellette di un’idiozia tale da far dubitare del processo evolutivo.
Che poi diventa certezza.
Sono dinamiche che ti inseguono ovunque, nel tempo e nello spazio. Poco importa che passino i mesi o che ti trovi a Londra, a provare a rifarti una vita o a respirare un’aria diversa.
Quel gruppo silenziato riemerge dal fondo della chat non appena torni a casa, anche solo per due giorni, ricordandoti che la palude digitale non dimentica e non perdona.
Questa deriva non è casuale. Siamo di fronte a un’entropia informazionale che sta riconfigurando il nostro sistema linguistico e sociale, e che porta inevitabilmente a un impoverimento del pensiero.
La comunicazione si frantuma. Il dialogo diventa un monologo a più voci, dove nessuno ascolta e tutti urlano. Lo strumento nato per connettere diventa un’arma di distrazione di massa, un generatore di rumore di fondo che inquina le nostre giornate.
Pierre Lévy, il filosofo francese, aveva scritto un saggio intitolato “L’intelligenza collettiva”, per poi correggersi riconoscendo che la rete non ha generato automaticamente l’illuminismo digitale sperato, ma ha anche prodotto stupidità.
Il mio sentimento di repulsione è la reazione a un sovraccarico informativo costante, all’erosione dei confini tra vita privata e obblighi sociali, alla banalità tossica di contenuti inutili.
È l’odio per la pressione di dover essere sempre connessi, sempre reattivi, anche quando l’unica reazione desiderata sarebbe lanciare il telefono contro un muro.
È il disgusto per la falsità di queste interazioni forzate, che mimano una socialità che non esiste, riducendo i rapporti umani a una serie di notifiche da silenziare.
Eppure, in questa giungla di notifiche inutili, sopravvivono rare eccezioni. Sia chiaro, il nostro gruppo per me è prezioso.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Vero e divertente. Vorrei sottolineare, fra le conseguenze dei comportamenti descritti, la spinta incontrastabile al conformismo. Se non passi il tempo a contraddire gli appelli per la flottiglia o per “la pace”, litigando con l’universo mondo, viene data per scontata la tua adesione. Un forma di intimidazione strisciante, arrogante, pesante.
Il bello del non avere lo smartphone…
Ho messo un like a questo grido di dolore. Avrei voluto commentarlo pubblicamente, ma \”la macchina\” non recepisce più i miei commenti?? Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Quanto è vero!