

A quattro anni dall’invasione russa, questo Speciale raccoglie analisi, testimonianze e riflessioni su una guerra che ha cambiato l’Europa e messo alla prova l’Occidente. Non solo cronaca di distruzione e resistenza, ma interrogativo politico sul futuro dell’ordine europeo, sui limiti della prudenza e sulla responsabilità delle scelte. Perché l’Ucraina non è un fronte lontano: è il banco di prova della nostra idea di libertà.
Lo confesso senza giri di parole: sconoscevo l’Ucraina prima dell’invasione russa. O meglio, sapevo della sua esistenza geografica, ne avevo avuto qualche cenno dalla letteratura, ma nella mia mappa mentale – e in quella di buona parte dell’Occidente sonnacchioso – era poco più di una zona cuscinetto.
In quella primavera del 1986 il disastro di Chernobyl colpì l’Unione Sovietica, che per noi occidentali era semplicemente la Russia, almeno per me adolescente distratto, dimenticando che quel reattore era a centocinquanta chilometri da Kiev, il cuore di un granaio, una terra di passaggio, una sfumatura di grigio sulla cartina dell’Est Europa. Persino le piazze infuocate di Maidan ci sembravano troppo lontane per disturbare la quiete europea.
La sveglia mi è suonata prima del 24 febbraio 2022, ma io, come tanti, faticavo a sentirla. Me l’aveva fatta suonare Anastasia, la mia amica bielorussa. Lei viveva in quella che io credevo essere una “rinnovata libertà”, finché la subordinazione a Mosca non ha calato il sipario.
Rileggo oggi un suo messaggio, arrivato da Minsk, che vale più di mille analisi geopolitiche. Parole che sono pietre: «In Bielorussia viviamo dal 2020 come in Unione Sovietica nel 1937. Abbiamo lo stesso nemico dell’Ucraina». Il 1937. L’anno del Grande Terrore staliniano. Anastasia mi stava dicendo che il destino della “pace” sotto il tallone russo è quello: il silenzio, la paura, il ritorno al passato.
La Bielorussia è la sliding door dell’Ucraina: ciò che Kiev sarebbe diventata se non avesse scelto di combattere.
Poi, l’invasione. E l’Ucraina ha smesso di essere un concetto astratto per diventare carne, occhi e voce. Per oltre due anni, le mie lezioni di italiano come seconda lingua si sono riempite di donne, ragazze e ragazzi ucraini. Ho iniziato a conoscerli, e la mia ignoranza si è sgretolata davanti alla loro umanità. Gente fantastica.
Ho imparato ad apprezzare la loro caparbietà, una “voglia di sapere” che non è solo scolastica: è la necessità vitale di imparare per esistere, per farsi capire, per non scomparire. Abbiamo parlato tanto, in quelle aule, e a volte abbiamo anche pianto. O, per essere più onesti, sono stato io a piangere, disarmato dalla loro compostezza e da storie che non chiedevano mai pietà.
Non mi hanno parlato quasi mai del loro passato, per una forma di pudore e dignità che noi abbiamo dimenticato. Ma quando lo hanno fatto, è stato straziante e straordinario nello stesso tempo.
In loro vive una contraddizione che nutre la cultura di questo popolo: sono spesso impastati di cultura russa, la lingua che parlano a casa è magari quella del “nemico”, eppure possiedono una profonda, inscalfibile identità ucraina che li differenzia radicalmente dai vicini.
Una di loro, una mamma di due ragazzi stupendi, un giorno mi ha fulminato con una frase semplice e terribile: «Nessuno sa da dove vengano i russi». Come a dire: noi abbiamo radici, noi siamo la Rus’ di Kiev, noi siamo la terra nera e il girasole; loro sono l’impero che cancella.
La loro è una storia pazzesca, che la Russia ha sempre cercato di obliare, riscrivere, annacquare. Una storia fatta di valori che noi pronunciamo con stanca retorica, ma che per i miei allievi sono sostanza: Libertà, Onore, Patria. E un amore viscerale per la natura, trattata con una sacralità antica.
Mentre noi discettavamo di geopolitica dal divano, i miei studenti mi insegnavano che la libertà non è un regalo, ma una conquista quotidiana. E che l’unico modo per non tornare al 1937 di Anastasia è avere il coraggio di sapere chi si è, e difenderlo a ogni costo.
NdR: Anastasia lavorava per la più grossa agenzia di Minsk, faceva la grafica pubblicitaria. Nel 2020 l’agenzia chiuse, restò senza lavoro. Da due anni ho perso ogni contatto.
Tutte le mie allieve ucraine oggi lavorano in Italia e alcune hanno iniziato a frequentare l’università. Resteranno nel nostro Paese. Non perché abbiano cancellato la loro terra dal cuore, ma per una vitale necessità di lasciarsi l’orrore alle spalle.
Per alcune di loro laggiù non è rimasto fisicamente nulla, solo macerie, e l’unico modo per salvarsi è distogliere lo sguardo dal passato e aggrapparsi ostinatamente al futuro.
Continuo a insegnare loro italiano L2.

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Condivido.
Aggiungo che, a mio parere, tutti dovremmo cominciare a pensare a come gestire il futuro, prossimo e a medio termine. Sperando che staremo sempre dietro all’Ucraina una volta che il conflitto verra’ dichiarato finito, QUID dei rapporti con la Russia e, direi, anche e soprattutto QUID dei rapporti “con la società russa”?
Si perche’ e’ vero che vivono sotto un regime dispotico…. Ma anche i cittadini in Iran ci vivono (sicuramente anche peggiore). Quindi: e’ normale che , senza una auspicabile futura “Canossa” militare e politica (speriamo che succeda questo!!!!), non ci sia anche una modifica sostanziale dei rapporti con la società russa che ha permesso e sfruttato tutto questo?
Ha senso aprire le ns universita’ in futuro? Ha senso esportare tecnologia in futuro? Ha senso aprire e permettere la loro propaganda?
Buongiorno Stefano. Grazie per il tuo interessante intervento.
Alessandro
Totalmente d’accordo con te. Nulla da aggiungere in più. Ma ancora molti non ci arrivano.
Grazie