

C’è qualcosa di rivelatore (e inquietante) nell’uscita polemica di Federigo Argentieri, che con Giorgio Arfaras e Franz Gustincich ha detto addio a Limes, seguito poi ieri, a stretto giro, anche dal generale Camporini. Per tutti loro la motivazione è l’incompatibilità con l’approccio dichiaratamente anti-ucraino della rivista diretta da Lucio Caracciolo.
Un’accusa che di per sé non sorprende — chi segue Limes da tempo conosce benissimo la traiettoria — ma che finalmente fa emergere crepe nella presunta autorevolezza di certi pensatoi ammantati di una più che immeritata aura d’infallibilità. Tanto che anche dall’interno del recinto dell’establishment geopolitico italiano ora più di qualcuno ammette che il re è nudo.
Perché il punto non è stabilire se Limes sia “pro-Russia” o “anti-Ucraina”, ma prendere atto del fatto che una rivista che si presenta come laboratorio di analisi strategica ha progressivamente intrapreso una linea editoriale ideologica, schierata al punto di pretendere di attribuire rigore scientifico a interpretazioni arbitrarie e di trasformare previsioni in oroscopi di politica internazionale.
Lo dice lo stesso Argentieri nell’intervista rilasciata ad Adnkronos, ricordando la clamorosa figuraccia inanellata da Caracciolo quando, una settimana prima dell’invasione, assicurava che non ci sarebbe stato alcun attacco. Lo stesso Caracciolo che oggi ripete con grande disinvoltura alcune delle più clamorose balle made in Cremlino, il tutto rivestito da mappe eleganti (ma nelle quali, ad esempio, la Crimea occupata appare sempre dello stesso colore della Russia) e da un lessico colto che serve più a legittimare il messaggio che a stimolare analisi.
Difficile non fare un parallelo con l’addio di Furio Colombo al Fatto Quotidiano, giornale del quale era cofondatore ma che ha smesso di ospitare pluralismo reale per trasformarsi in una macchina identitaria, dove alcune posizioni — anche qui, su Ucraina, Russia, NATO, Occidente — non sono più discutibili. E come testimonial di certe assurdità si ricorre a macchiette da salotti tv (come Orsini e Basile), idolatri del fascismo duginiano (il generale Mini) o bugiardi ormai noti in tutto l’orbe terracqueo (Sachs): fenomeni da circo che nulla hanno a che fare con l’informazione o con la libertà di stampa.
L’addio dei quattro a Limes rende la riflessione fatta per Colombo nel 2022 non episodica, ma rivelatrice di una malattia sistemica dell’informazione italiana. La confusione tra analisi e militanza, tra spiegare il mondo e rassicurare il proprio pubblico, fa sì che i giornali parlino a una platea già convinta e vendano notizie manipolate su misura per il lettore-finanziatore, che così facendo diventa a suo modo anche l’editore cui la linea deve adeguarsi, invertendo i principi di unidirezionalità del flusso informativo e di rispetto dell’integrità dei fatti.
Inoltre si rafforza un ecosistema chiuso, si perde la terzietà, si rinuncia all’indipendenza e, di conseguenza, alla credibilità. Questo dato rende necessaria un’ulteriore riflessione più strettamente legata al conflitto in corso, il quale sempre di più si sta rivelando uno spartiacque sociale, culturale e storico, e rappresenta ormai chiaramente un test di tenuta dei valori occidentali.
Ci piaccia o no ammetterlo, dal 2022 anche un pezzo della nostra stampa è entrato in assetto di guerra. E paradossalmente lo ha fatto proprio quella parte di “informazione” che ogni giorno da quattro anni ripete che “non siamo in guerra con la Russia”, mentre imbottisce le proprie redazioni di opinionisti ideologizzati, finti analisti e accademici schierati per invadere lo spazio informativo.
È una “operazione speciale” calata in ambito giornalistico, che le sempre più numerose “diserzioni” rivelano però essere una vera e propria guerra. Non è forse arrivato il momento di difenderci?
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Sembra che questi signori non abbiano però mai avuto da ridire sulle posizioni violentemente ostili a Israele del signor Caracciolo.
Emblematica e spietata – giustamente – dissezione del “fenomeno” Limes. Da anni ne sono lettore, ma già da qualche anno avevo notato questa deviazione, confermata peraltro da un incontro di persona con Caracciolo, a poco più di una anno dall’invasione russa dell’Ucraina. Questi si dimostrò unicamente interessato ad avere dettagli sul presunto approccio e le finalità aggressive della NATO, dal sottoscritto peraltro puntualmente smentite. Ritorno su un mio chiodo fisso: i pifferai magici, quelli più pericolosi sono i colti e ottimi affabulatori. Peccato! E complimenti all’autore di questo articolo e alla testata che l’ha pubblicato. C’è un esistenziale bisogno di voci fuori dal coro.
Direi di più definitivo!
Eccellente editoriale di Marco Setaccio lì!
Da un pezzo è arrivato quel momento. La guerra delle parole l’abbiamo già ( quasi ) perduta