

Nelle democrazie occidentali si sta consolidando un fenomeno che merita un’analisi rigorosa, libera da indulgenze ideologiche: una parte significativa della sinistra politica e culturale manifesta un’attrazione ricorrente verso regimi autoritari, purché essi si collochino simbolicamente “contro” l’Occidente liberale, gli Stati Uniti o l’ordine euro-atlantico. Tale dinamica non è episodica né contingente, ma strutturale, e si ripresenta con sorprendente regolarità storica.
Le manifestazioni di sostegno a regimi come quello venezuelano, i convegni indulgenti verso la Russia putiniana, la legittimazione simbolica di attori armati non statuali come Hamas non sono deviazioni marginali: costituiscono un pattern ideologico e comunicativo coerente, alimentato da una lettura mitologica del conflitto internazionale. In questo schema, la distinzione tra democrazia e autoritarismo viene subordinata a una dicotomia più semplice e più emotivamente efficace: oppressore vs oppresso, impero vs resistenza.
Un elemento ulteriore, spesso trascurato, contribuisce a spiegare questa deriva: una parte rilevante della sinistra occidentale ha smesso di percepirsi come attore politico, cioè come soggetto chiamato a misurarsi con il potere, il compromesso, la responsabilità e l’esercizio della decisione. Al suo posto si è progressivamente autorappresentata come custode del Bene, istanza morale superiore incaricata di giudicare il mondo più che di trasformarlo.
Questo slittamento è cruciale. L’attore politico accetta la complessità, riconosce i vincoli strutturali, valuta costi e conseguenze. Il custode del Bene, invece, opera in un registro pre-politico: non argomenta, certifica; non analizza, sanziona; non governa, assolve o condanna. In questa prospettiva, la coerenza morale conta più dell’efficacia politica e la purezza simbolica più dei risultati concreti.
È all’interno di questo frame che diventa possibile difendere regimi autoritari senza percepire contraddizione: se il Bene è già stato deciso a monte, tutto ciò che vi si oppone è per definizione giustificabile. La politica internazionale non è più un campo di forze, ma un tribunale etico permanente, nel quale il giudizio precede l’analisi e la realtà viene adattata alla sentenza.
Il paradigma resistenziale e la reductio ad partigianum
Dal punto di vista politologico, il primo nodo da sciogliere è la trasformazione della Resistenza antifascista da evento storico situato a matrice interpretativa universale. Questo slittamento produce ciò che possiamo definire, in termini analitici, una reductio ad partigianum: ogni conflitto viene ricondotto, per analogia simbolica, allo schema resistenziale novecentesco.
In tale cornice:
- chi si oppone all’Occidente è automaticamente assimilato al partigiano;
- chi è sostenuto dall’Occidente viene trasfigurato nel nuovo fascismo;
- la natura del regime, i suoi apparati repressivi, il trattamento delle libertà civili diventano variabili secondarie.
È questa logica che consente di percepire Hamas come “resistenza”, Nicolás Maduro come presidente “legittimo” o Vladimir Putin come argine all’imperialismo occidentale. Il criterio di valutazione non è più come si governa, ma contro chi si combatte.
Questo paradigma produce un effetto politicamente devastante: la sospensione del giudizio sui mezzi. La violenza, la repressione, la tortura, l’eliminazione del dissenso vengono relativizzate, quando non apertamente giustificate, in nome di una causa percepita come storicamente “giusta”.
È esattamente ciò che avvenne durante l’esodo giuliano-dalmata, quando le vittime delle foibe furono delegittimate perché mettevano in crisi il mito dell’“immacolatezza” del comunismo titino. Oggi, lo stesso meccanismo si riproduce nei confronti degli esuli venezuelani, spesso accusati di essere traditori o strumenti della propaganda occidentale.
Dal punto di vista delle Relazioni Internazionali, questa postura segnala un’incapacità di distinguere tra conflitto simbolico e potere reale. I regimi autoritari non sono sostenuti perché alternativi all’egemonia occidentale, ma perché funzionali a una narrazione identitaria che consente alla sinistra di continuare a percepirsi come avanguardia morale, anche quando difende strutture di potere profondamente illiberali.
Prima di passare alla seconda dimensione di questo fenomeno, apro una piccola parentesi “teorica”, introducendo una dinamica ben nota alla sociologia politica ma che ho aggiornato, dandole il nome di “paradosso titino”.
Il paradosso titino può essere inquadrato con precisione attraverso due categorie consolidate della sociologia e della psicologia politica: identità di gruppo e dissonanza cognitiva.
Quando un gruppo politico costruisce la propria identità non più su programmi o interessi, ma su una superiorità morale percepita, il legame ideologico diventa identitario. In questa fase, il regime “amico” non è più un oggetto di valutazione politica, ma un simbolo di appartenenza. Criticarlo equivale a colpire il gruppo stesso. Le vittime reali del regime non vengono ascoltate perché non sono solo portatrici di fatti scomodi: sono minacce simboliche all’identità collettiva.
A questo si somma il meccanismo della dissonanza cognitiva: quando le evidenze empiriche — repressione, torture, esodi di massa — entrano in conflitto con l’immagine idealizzata del regime, il costo psicologico dell’ammettere l’errore diventa troppo elevato. La soluzione non è rivedere la credenza, ma negare, ridimensionare o delegittimare la fonte dell’informazione. È in questo spazio che le vittime diventano “traditori”, “manipolati”, “strumenti dell’imperialismo”.
Il paradosso titino descrive dunque un’inversione patologica: non è più l’ideologia a essere giudicata dalla realtà, ma la realtà a essere giudicata in base alla sua compatibilità con l’ideologia. In questo schema, la sofferenza concreta non produce empatia, ma fastidio; non genera revisione critica, ma irrigidimento identitario. La difesa del mito prevale sulla comprensione del reale.
Disinformazione, arroganza epistemica e populismo morale
La seconda dimensione del fenomeno è comunicativa e sociologica. La legittimazione dei regimi autoritari “amici” si fonda su un ecosistema informativo caratterizzato da disinformazione selettiva, semplificazione narrativa e arroganza epistemica. Quest’ultima si manifesta nella convinzione di rappresentare l’unico fronte culturalmente legittimo, autorizzato a stabilire cosa sia vero, giusto o progressivo.
In questo contesto, affermazioni fattualmente false — come la presunta legittimità democratica del regime venezuelano — non vengono corrette, ma difese. Non perché credute in senso stretto, ma perché funzionali a preservare la coerenza del frame ideologico. La verità empirica diventa negoziabile, subordinata alla necessità di mantenere una narrazione coerente con l’identità del gruppo.
Sociologicamente, questo processo ricalca i meccanismi del populismo morale: un “noi” eticamente superiore contrapposto a un “loro” delegittimato, dove il dissenso interno viene trattato come eresia. I venezuelani che denunciano il regime, i palestinesi che criticano Hamas, gli ucraini che rifiutano la neutralizzazione del conflitto vengono marginalizzati perché rompono la linearità del racconto.
Dal punto di vista comunicativo, la sinistra adotta sempre più spesso strumenti tipici dei movimenti populisti che dichiara di combattere: polarizzazione emotiva, riduzione binaria della complessità, mobilitazione simbolica. La differenza non è strutturale, ma estetica. Cambiano i simboli, non i meccanismi.
Una postura che legittima ciò che combatte
Il filo che lega la difesa di Maduro, la legittimazione simbolica di Hamas, l’indulgenza verso la Russia ma anche il silenzio attorno al cedimento del regime iraniano non è l’ignoranza, ma una struttura mentale coerente. Una parte della sinistra occidentale ha smesso di concepirsi come soggetto politico immerso nel conflitto storico e ha assunto il ruolo di istanza morale superiore, incaricata di certificare chi sia dalla parte giusta della Storia.
In questo passaggio, la realtà empirica diventa negoziabile, le vittime diventano funzionali o sacrificabili, e chi porta testimonianze dissonanti viene etichettato come traditore, esattamente come accadde agli istriani e ai dalmati nel secondo dopoguerra.
Il paradosso titino non è nostalgia ideologica, ma un meccanismo di difesa identitaria: quando l’utopia entra in crisi, la risposta non è l’autocritica ma la radicalizzazione simbolica. È così che la sinistra, nel tentativo di preservare la propria purezza morale, finisce per populistizzarsi, adottando le stesse scorciatoie emotive, la stessa semplificazione manichea e la stessa aggressività verso il dissenso che attribuisce ai suoi avversari.
In un mondo che non è più regolato da un ordine globale ma da rapporti di forza e deterrenza, questa postura non è solo intellettualmente fragile: è politicamente pericolosa. Perché rinuncia a comprendere il potere mentre pretende di giudicarlo, e finisce per legittimare proprio ciò che dice di combattere.

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Sarà anche che diversi esponenti di partiti di sinistra o vicini ad essi hanno fatto accordi con certi regimi e ricevuto “donazioni” per questo e la propaganda susseguente.
La componente pecuniaria ha sempre una sua certa rilevanza.
Così come in passato il PCI riceveva finanziamenti dall’URSS, le prese di posizione e la politica estera venivano stabilite attorno a ciò che decidevano il regime sovietico e i suoi satelliti attorno, compresi gruppi rivoluzionari nei vari continenti.