

Nel 250° anniversario dell’indipendenza americana, le celebrazioni del Quattro luglio tornano a essere uno specchio delle fratture nazionali. Da occasione di riconciliazione, diventano sotto Trump il terreno di una nuova guerra politica e culturale, mentre la resistenza democratica prova a difendere le regole del gioco costituzionale.
Le celebrazioni del Quattro luglio in America hanno un paio di aspetti paradossali. Le più importanti sono sempre state vissute come appuntamenti con il destino: il primo centenario dell’indipendenza, nel 1876; i 150 anni, nel 1926; il bicentenario, nel 1976. Tutte sono state precedute da guerre e conflitti interni: la Guerra civile e la fine della schiavitù, la Grande guerra e la “Red scare” (“Paura rossa”), la guerra in Vietnam e i maledetti anni Sessanta.
Come ha scritto Arnaldo Testi nel suo ultimo e magistrale saggio, le “autorità hanno progettato di sanare ferite, riunificare il paese, sventolare la bandiera della riconciliazione” (4 Luglio, il Mulino, 2026). Il dissenso politico e sociale ha tentato di rivendicare le promesse non mantenute di quelle guerre e di quei conflitti; le forze conservatrici della società hanno cercato di arginare le spinte al cambiamento.
Le celebrazioni del Quattro luglio hanno un secondo aspetto paradossale. Esaltano il rovesciamento violento dell’ordine antico, il diritto del popolo a farlo e la costruzione di istituzioni nuove e straordinarie che prima non c’erano.
Nel 1976, nessuno espresse meglio questi sentimenti in una lettera al New York Times di John Warner, l’amministratore dell’American Bicentennial Administration (Arba). Nessuno, assicurò, voleva nascondere i problemi del passato e del presente: sarebbe stata un’offesa per chi firmò la Dichiarazione d’indipendenza.
L’Arba intendeva ricordare tutti i protagonisti della storia nazionale, anche gli oppositori e le vittime. C’era spazio per tutte le fedi e nazionalità, per la diversità di idee, di razza e di genere, per la molteplicità delle culture. L’America era forte abbastanza da guardare ai momenti oscuri della sua storia, era flessibile abbastanza da includere, assorbire, trasformarsi.
In effetti, le celebrazioni del Quattro luglio 1976 segnarono una crisi profonda della narrazione nazionale. In seguito, fu difficile tornare a una visione consensuale della storia del paese. Si apriva così un’epoca segnata da profondi contrasti sul significato di quella storia. Un’epoca di guerre culturali e ideologiche combattute nelle piazze dai movimenti più radicali di destra e di sinistra.
La doppia elezione a presidente di Donald Trump ha sancito la vittoria politica dei primi. E non si tratta di uno di quei cambiamenti politico-sociali che investono e rinnovano periodicamente il sistema liberaldemocratico degli Stati Uniti, come è avvenuto nei decenni terminali del Novecento e, prima ancora, negli anni Trenta del New Deal.
Il Quattro luglio 2016 il tycoon newyorkese promise che avrebbe fermato il “fascismo di estrema sinistra”. Il Quattro luglio scorso ha promesso di estirpare il “cancro comunista” che sta infettando la nazione. Nel suo linguaggio il consenso appare preteso e imposto, il dissenso dannato, le divisioni qualcosa non da sanare, ma da esaltare con un linguaggio vendicativo e intollerante.
C’è infine una domanda cruciale. C’è mai stato alla Casa Bianca un presidente come Donald Trump? Un presidente, cioè, così intento a creare la normalità di un regime autoritario? Un presidente così ossessionato dalla volontà di forzare i limiti costituzionali della separazione dei poteri? La risposta è facile: no.
Solo le elezioni congressuali di medio termine di novembre potrebbero infliggere un duro colpo al gioco delle regole con cui Trump ha sostituito le regole del gioco democratico. In questo senso, più che i sondaggi, fanno ben sperare le numerosissime iniziative di resistenza, contestazione e reazione culturale e politica, istituzionale e giudiziaria.
Fra queste, spiccano quelle dei movimenti popolari che hanno scelto, in una delle più vecchie repubbliche del mondo, “No Kings” come slogan identitario delle loro mobilitazioni. Esse mostrano che il paese di Walt Whitman continua tuttavia a intonare “canti molteplici” [A. Testi].
Attenzione, però. Parafrasando Leo Longanesi, il cleptocrate di Mar-a-Lago è buono a nulla, ma capace di tutto.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo.
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
