

Diamoci una calmata. È questa la prima cosa da dire all’indomani della vittoria di Mamdani a New York. Andiamoci piano con i proclami della rivoluzione alle porte, il vento socialista che soffia dall’America, la rimonta dei democratici contro il trumpismo e “le destre” rampanti in giro per il mondo.
Al tempo stesso, non releghiamo la vittoria del trentaduenne di origine ugandese a sindaco della più mitica città del mondo come l’ultimo prurito dei radical-chic newyorkesi che fanno lo “sboccia poveri” in kefiah dalla terrazza di Cipriani.
La vittoria preannunciata da tutti i sondaggi è in linea con la storia di New York degli ultimi decenni. Il 17% dei votanti a queste elezioni si è recato al voto per la prima volta nei rispettivi seggi. Ciò indica sia la giovane età della popolazione (il gruppo demografico più esteso di New York è la fascia tra 25 e 34 anni) sia l’enorme turnover dei cittadini stessi.
Le continue, nuove masse di persone che vengono ad abitare la città, ed altrettante decine di migliaia che la abbandonano ogni anno, conferiscono a New York quel movimento, quell’energia, e anche quell’estremismo ideologico proprio sia dei giovani sia di chi si avventura a far parte di un luogo in cui, a fronte delle grandi opportunità, sopravvivere è una sfida quotidiana.
Cominciamo con lo smontare il mito venutosi a creare da subito, ovvero che la vittoria di Mamdani sia una ventata di refrigerio per i democratici americani. Tutt’altro.
I vertici del Partito Democratico stanno avendo gli incubi, per ovvi motivi. A fronte di un’affluenza record (il 16,5% in più delle elezioni del 2021), ben il 50% degli elettori ha di fatto voltato le spalle al candidato “di partito” scelto alle primarie.
La città più blu d’America, roccaforte del Partito Democratico, ha visto per la prima volta una campagna elettorale dominata dallo scontro tra due anime dello stesso schieramento: da una parte tradizionale (quella di Biden, dei Clinton, di Nancy Pelosi, di Chuck Schumer) Andrew Cuomo che ha corso da indipendente, dall’altra il cavallo pazzo Mamdani, sfuggito al controllo del partito, ma premiato dagli elettori.
Non sappiamo quali saranno le conseguenze di tale fenomeno, ma è qualcosa che assomiglia molto all’irruzione di Trump nelle primarie repubblicane del 2016, deriso e disprezzato dal suo stesso partito, ma premiato dall’opinione pubblica, che ha dovuto lottare innanzitutto all’interno del suo reggimento prima ancora che contro la Clinton.
Alle nostre latitudini, l’avvento dei grillini ha avuto la stessa parabola: snobbati dai media e dai partiti di governo, hanno eroso i voti della sinistra e portato nuova gente a votare.
Questi tre esempi lontani geograficamente e politicamente hanno un punto in comune: tutti hanno intercettato una richiesta reale dell’opinione pubblica. I grillini l’insofferenza verso la casta dei partiti tradizionali, Trump la rabbia dell’America profonda verso la globalizzazione, Milei (se vogliamo aggiungerne un altro) l’astio verso il vicolo cieco peronista, Mamdani l’esasperazione verso il costo insostenibile della vita a New York.
A tutti costoro l’opinione pubblica ha perdonato qualsiasi gaffe, qualsiasi aberrazione formale, ma ha riconosciuto di aver individuato la piaga dolente e li ha premiati con il proprio voto, stravolgendo lo status quo.
Il costo delle case sempre più insostenibile è un fenomeno storico che riguarda tutte le grandi città e a New York, dove tutto è esagerato, anche tale tendenza è portata all’estremo. Se un quadrilocale nel Greenwich Village costava 55 dollari al mese negli anni ’60, oggi lo stesso appartamento prosciugherebbe gran parte di uno stipendio da 150.000 dollari l’anno.
A fronte di un tema reale, le ricette in salsa Germania Est di Mamdani per controllare gli affitti privati sono perlopiù inattuabili, e nonostante il suo tanto sbandierato astio per i miliardari, non gli ci vorrà molto per capire quanto preziosi siano i loro milioni di dollari pagati in tasse cittadine, e quanto sarebbe disastroso per il bilancio comunale farli scappare in Florida.
Alla prova dei fatti, ora si vedrà come Mamdani riuscirà a trasformare una piccola parte dei suoi proclami in realtà, dato che, come ha detto Cuomo ammettendo la sconfitta, “metà dei newyorkesi hanno votato contro un’agenda di promesse che non potranno essere mantenute”.
New York è una città di sogni e di ideali, ma fatta di cemento, dove la concretezza è la parola d’ordine per viverci, figuriamoci per amministrarla.
Il riconoscimento che a Mamdani va dato per aver individuato il problema numero uno dei newyorkesi non cancella certamente l’impostazione mentale comunistoide figlia di quei campus dove si discute se il nonno di Beethoven fosse nigeriano o meno.
È proprio questo assetto culturale che ha portato gli abitanti dei quartieri più ricchi di Manhattan, che qualche tempo fa si sarebbero inchinati di fronte al giovane musulmano che gli spiegava quanto i milionari fanno schifo, ad infischiarsene del Partito Democratico e votare per Cuomo.
Al contrario di noi italiani, gli americani, newyorkesi compresi, riconoscono lo status di chi fa impresa, di chi sacrifica sé stesso per raggiungere l’obiettivo, e vedono istintivamente nella ricchezza privata il risultato meritato di dolorose conquiste.
È ancora lontano il giorno in cui la retorica da reddito di cittadinanza diventerà maggioranza anche tra gli americani “di sinistra”.
Al contrario, le percentuali bulgare (anche oltre l’80%) che Mamdani ha raggiunto nei quartieri afroamericani del nord di Manhattan e di Brooklyn dove già decine di migliaia di persone vivono di affitti stabilizzati, buoni pasto e assegni dello stato dimostrano che il “gratuitamente” di contiana memoria non è mai abbastanza.
E quest’altra divisione nell’intendere il mondo e la vita all’interno dello stesso schieramento è una bella gatta da pelare per i democratici.
New York sarà mai una città dal costo della vita “accessibile”? Ahimè, sognare non costa nulla, ma un luogo di grandi opportunità e grandi ricchezze non potrà mai essere un posto di eguaglianza sociale.
È una contraddizione in termini. Perché una città che permette a uno studente o a un immigrato di origini modeste di diventare un imprenditore milionario (New York è piena di queste storie) non può che avere, per definizione, enormi disuguaglianze.
Il movimento continuo, l’opportunità di poter fare il salto da una classe sociale a un’altra è ciò per cui migliaia di persone vengono a New York e ne affrontano la durezza del vivere.
Solo il tempo deciderà se Mamdani sarà l’ennesima meteora, se rafforzerà la frangia più radicale del Partito Democratico o se (cosa probabile) la polarizzazione che ha creato tra i democratici assicurerà a Trump e Vance le prossime vittorie.
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(Daniela Martino)
In effetti, ridimensionando, Zohran Mamdani rappresenta un’evoluzione a sinistra del Partito Democratico a livello locale. La sua agenda è indubbiamente ambiziosa e a forte connotazione statalista, ma è inserita in un contesto storico-politico (New York) che ne rende l’elezione meno “rivoluzionaria” di quanto possa sembrare a prima vista, e le cui ricadute, per ora, rimarranno circoscritte alla Grande Mela. Insomma, se fra quattro anni il suo programma farà acqua da tutte le parti, i newyorkesi avranno la possibilità di cambiare; è questa la democrazia e l’alternanza, ciò che invece, in Paesi dittatoriali, recuperare la democrazia perduta costa anni di lotta estenuante.
E se invece le due anime del Pd americano facessero il pieno? Un colpaccio analogo riuscì a Berlusconi che mise insieme i fascisti nazionalisti al sud e i nordisti secessionisti al nord