

C’è una retorica che domina festival culturali, talk show e conferenze con una regolarità quasi liturgica: la condanna dell’individualismo. Non c’è filosofo, scrittore o attore che non senta il dovere di denunciare “la società dell’io”, “la perdita dell’altro”, “la solitudine del soggetto contemporaneo”. È diventato un mantra, un obbligo di repertorio. E guai a non pronunciarlo: si rischia di essere sospettati di insensibilità etica.
Che l’individualismo abbia i suoi lati oscuri è ovvio. Ma questa ossessione per l’“io che si è ingigantito troppo” oggi appare fuori sincrono con il mondo reale. Perché mentre i salotti culturali insistono sul tema della libertà personale sfuggita di mano, ciò che accade sotto i nostri occhi è esattamente il contrario: un ritorno imponente del collettivo, dello Stato, dell’identità nazionale, dell’appartenenza come vincolo e come destino.
La famosa società liquida di Bauman tende a farsi melmosa, granulosa. Non si scorre, c’è attrito. La rapidità del web è un’illusione.
Negli anni Novanta e Duemila si immaginava un pianeta senza frizioni, fatto di interdipendenza economica e libera circolazione. Oggi i confini si irrigidiscono a causa delle tensioni internazionali, le filiere produttive vengono riportate “a casa”, gli Stati diventano più interventisti. Certo, non è corretto dire che “prendono il controllo delle industrie”: sarebbe una semplificazione. Accade, credo, qualcosa di più complesso: gli Stati orientano, condizionano, regolano, con un approccio più dirigista nei settori strategici. Non dappertutto e non con la medesima intensità, ma la tendenza mi sembra sufficientemente chiara.
Parallelamente, le cosiddette Big Tech non sono affatto soggette a un potere statale univoco. Semmai esiste un conflitto permanente: da un lato regolamenti, normative antitrust, tentativi di controllo; dall’altro aziende globali capaci di spostare capitali, dati e infrastrutture oltre i confini nazionali. In certi casi è lo Stato a contenere le imprese; in altri è l’impresa a dettare lo spazio operativo dello Stato. In questa dinamica, che riguarda poteri mastodontici, l’individuo è un dettaglio marginale.
Sul fronte geopolitico, poi, il trionfo del collettivo è ancora più evidente. La retorica del “mondo multipolare”, brandita come antidoto all’arroganza occidentale, si traduce in un principio brutale: sei definito dalla tua appartenenza. Sei russofono? Allora devi stare con Mosca, e se non vuoi, Mosca ti bombarda (e trova pure qualche pacifista occidentale che gli dà ragione, con la scusa dell’umanitarismo del quieto vivere). Sei nato a Taiwan? Allora appartieni alla Cina, indipendentemente da ciò che desideri.
Qui l’individualismo non è solo debole: è irrilevante. L’identità è imposta, non scelta.
E mentre tutto ciò accade, la cultura continua a recitare la sua litania contro l’individuo egoista. Ma qual è l’individuo di oggi? Non certo il soggetto autonomo, pensante, libero di dissentire, pensato nella modernità. Quello è un animale ferito dallo strutturalismo, dal freudismo, dalle neuroscienze. Al suo posto ci sono clan culturali che funzionano con logiche tribali, direi etnocentriche (soprattutto quando lo rimproverano all’Occidente).
Quale autore legato al transfemminismo può permettersi di mettere in dubbio anche una minima parte del suo impianto teorico senza essere immediatamente scomunicato dal proprio gruppo? Quale intellettuale di sinistra può dire, senza attirarsi addosso il fuoco amico, che in certe culture extraeuropee esistono credenze e pratiche che cozzano frontalmente con un ordinamento laico e liberaldemocratico, e che affermarlo non è assimilazionismo, ma semplice onestà intellettuale che può salvare la convivenza?
Quale voce vicina al sovranismo può ammettere che le identità nazionali sono culture frutto di ibridazioni millenarie, che continuano a mutare proprio mentre noi le pensiamo immutabili?
Qui sorge un’obiezione inevitabile: cercare un intellettuale transfemminista che metta in discussione la sua teoria, un intellettuale di sinistra che parli apertamente dei limiti dell’integrazione culturale, o un sovranista che ammetta la natura ibrida delle identità nazionali, significa immaginare qualcuno che, se lo facesse davvero, cesserebbe automaticamente di appartenere a quel gruppo.
La figura che cerchiamo non può esistere, perché la sua esistenza contraddirebbe la definizione stessa del clan.
Ed è proprio qui che la domanda acquista senso: l’impossibilità evidenziata mostra il punto cieco strutturale dei gruppi identitari contemporanei, che accettano il pensiero solo finché non pensa troppo. Il solo fatto che nessuno possa dirlo dall’interno dimostra che l’appartenenza non è un legame intellettuale, ma un contratto di fedeltà.
Una posizione intellettuale è schiettamente tale solo se è disposta a convivere con la possibilità della propria estinzione per mano dell’autocritica o della critica: meno è profonda questa disponibilità, più è alto il grado di ideologia. Ovunque ci sono pubblicitari del proprio clan che fanno branding ideologico.
Il paradosso è evidente: si passa il tempo a condannare l’individualismo mentre l’individuo, quello vero – capace di prendere posizione controcorrente, di cambiare idea, di rischiare la solitudine intellettuale – è assai debilitato.
Certo, si potrebbe rispondere, quando mai l’individuo libero ha avuto vita facile? Comprendo l’obiezione, ma la gradazione conta eccome. Il livello dell’acqua è salito oltre il livello di guardia.
Schiacciato da Stati più assertivi, da imprese più invasive, da clan culturali più rigidi, dalla burocrazia digitale che ci sommerge con le “semplificazioni” (ve ne siete accorti?), dov’è questo io onnipotente di cui tutti parlano? Forse, allora, la questione andrebbe rovesciata: il problema non è l’eccesso di individuo, ma la sua estinzione. Non è l’io che si è fatto troppo grande, ma il noi che sta diventando soffocante.
Un noi nazionale, geopolitico, identitario, ideologico. Un noi che reclama obbedienza e punisce la devianza. Un noi che ripropone — quanto è ironico tutto ciò — le medesime dinamiche dell’individualismo deteriore, ma a livello collettivo.
L’individuo libero potrebbe essere l’antidoto all’egoismo del noi, se solo chi denuncia l’egoismo del noi, ad esempio nella sua forma sovranista (trumpiana e putiniana in primis), si sforzasse di pensare un po’ di più il terreno del proprio avversario.
In un mondo sempre più affollato di appartenenze obbligatorie, ricordare che l’individuo è un valore non è un capriccio liberal-borghese, ma un atto di igiene intellettuale. Perché quando l’individuo scompare, resta solo lo spazio in cui il collettivo – Stato, mercato, ideologia – può dire senza ostacoli: comando io.
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Forse si confonde l’individualismo con la sue versioni più esasperate ovvero il narcisismo e l’esibizionismo che pure certi capi di Stato e imprenditori di grandi aziende non fanno nulla per nasconderlo. Anzi, porta nuovi consensi e popolarità in aumento. La continuazione del mito dell’uomo forte e solo al comando, capace di affrontare qualunque sfida dando meno responsabilità al resto degli individui. Magari come si evidenziato nell’articolo, nel nome del collettivo o della nazione sovrana. Quando invece si fanno gli interessi di un gruppo ristretto e privilegiato dato dal potere del comando.
La capacità di una società di continuare ad essere dinamica e in continua evoluzione è data invece dalle abilità e dalle qualità che ogni individuo, chi più chi meno, riesce a portare e a dimostrare. L’accettazione che ogni individuo può essere differente rispetto a un altro, ma date le giuste opportunità può contribuire a rendere la comunità e la società più forti e più ricche. Ovviamente un individualismo fine a se stesso non può esistere, perché ogni individuo non può compiere ed essere efficace in ogni sua azione o bisogno da soddisfare e ha interesse quindi ad utilizzare le capacità altrui nel suo intento.
Poi chiaramente serve un impianto giuridico che tuteli tutto ciò e tutti gli individui, serve un patto tra individui che si può individuare nella struttura dello Stato come lo conosciamo oggi. Senza che questo degeneri in una forma di abuso e sfruttamento da parte di alcuni individui e gruppi interessati che danneggiano il resto dei componenti della comunità. Tutto molto teorico e ideale come ben sappiamo.
(Daniela Martino)
Un collettivo senza individui liberi non è una comunità: è un gregge o, peggio ancora, una caserma. La ringrazio, perché il suo articolo è un invito prezioso a non confondere la solidarietà con il conformismo. Oggi, paradossalmente, l’atto più sociale che si possa compiere è proprio difendere la capacità di restare, se necessario, intellettualmente soli. Tutelare l’individuo critico non è un capriccio, bensì l’unico vero antidoto contro l’invadenza del “Noi”.
Concordo. La caratteristica di noi europei è quella di esserci evoluti in una cultura dinamica che riconoscesse l’unicità individuale come strumento di libertà. Questo approccio è in conflitto e dialogo con la mentalità orientale almeno dalle guerre persiane, e periodicamente la cultura orientale, dal culto di Mitra, al cristianesimo, al buddismo, ibrida l’intellighenzia occidentale. La vera novità è che nell’era dei big tech l’individuo è diventato il nuovo territorio di conquista dell’economia globale. Ognuno di noi è scansito, catalogato, utilizzato.