


L’informazione contemporanea non sembra più chiedere al pubblico di capire, ma di riconoscersi. Tra talk show, algoritmi e inchieste trasformate in riti identitari, il giornalismo rischia di smettere di produrre conoscenza e di diventare soltanto conferma, appartenenza, rumore.
Il panorama dell’informazione contemporanea sembra aver completato quella metamorfosi che Aldo Grasso, dalle colonne del Corriere della Sera, definisce con efficacia «talkizzazione». È la trasformazione del giornalismo in «chiacchiera», un formato economico e spettacolare che non richiede alcuno sforzo critico, progettato per garantire un’audience immediata.
Eppure, se Grasso individua nella scomparsa dei programmi di approfondimento o nel timore della politica verso l’inchiesta «scomoda» le cause di questo declino, l’analisi della realtà suggerisce una prospettiva diversa e forse più inquietante.
La tesi secondo cui l’approfondimento giornalistico investigativo verrebbe evitato perché percepito come fazioso o troppo complesso merita una smentita. Prendendo l’esempio citato da Grasso, ovvero le recenti incursioni di Sigfrido Ranucci, non ci troviamo di fronte a un baluardo di resistenza contro la superficialità, ma alla conferma definitiva della spettacolarizzazione dell’informazione.
In questi casi, il contenuto non invita alla riflessione critica né alla valutazione dei fatti nella loro complessità; al contrario, privilegia l’adesione ideologica immediata. Si offre al pubblico esattamente ciò che il pubblico attende per confermare i propri pregiudizi, trasformando l’inchiesta in un rito di appartenenza dove la verità conta meno del segno che essa rappresenta.
Questa involuzione cognitiva segna un distacco netto rispetto al passato. Nel secondo dopoguerra e fino ai primi anni Ottanta, il rapporto tra il pubblico e le fonti d’informazione era mediato da una consapevolezza fondamentale: il riconoscimento della propria ignoranza.
Il cittadino si rivolgeva alla televisione e ai quotidiani — allora abitati da identità culturali qualificate — per colmare una lacuna, per apprendere, per farsi un’opinione attraverso il confronto con il sapere. Oggi, quel rapporto si è capovolto.
Il «popolo» è convinto di possedere già le competenze culturali necessarie, che in realtà sono solo simulacri, una manciata di simboli di riferimento agitati come bandiere. Non si cerca più l’informazione per capire, ma la conferma per credere di aver già capito.
In questa dinamica, la televisione e la rete operano in modo speculare. Se per la fascia generazionale più anziana la TV è diventata l’oppio di un pubblico senescente che assorbe passivamente ciò che lo schermo propina, le fasce più giovani si sono fatte fagocitare dall’algoritmo.
In entrambi i casi, l’effetto è lo stesso: una dipendenza che solleva dalla fatica della responsabilità. L’uomo moderno sembra voler tornare alla tribù, alla caverna platoniana, cercando non la libertà del pensiero critico, ma un sistema — sia esso un capo o un codice informatico — a cui obbedire ciecamente per non dover affrontare la complessità del reale.
Il declino cognitivo a cui assistiamo non è dunque causato dai contenuti della televisione o dei social, ma ne è la diagnosi più eclatante. La cultura è diventata un sistema di «adesione ai segni», dove l’importante non è il valore intrinseco della notizia, ma la sua capacità di agire come segnale di riconoscimento per una fazione o per l’altra.
In questo mercato della chiacchiera, lo sforzo di analisi viene percepito come un ostacolo, un rumore di fondo che rallenta il piacere rassicurante della conferma immediata. Resta da capire se in questo specchio deformante esista ancora uno spazio per chi non cerca conferme, ma domande.
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