


L’Europa ha imparato a diffidare del potere dopo gli abissi del Novecento. Ma oggi rischia di trasformare quella diffidenza in paralisi. Senza forza, il diritto resta indifeso e la libertà dei deboli viene consegnata ai più forti. La sfida è esercitare il potere senza farsene divorare.
Tra le molte parole che la coscienza europea contemporanea pronuncia con sospetto, “potere” occupa certamente un posto eminente. Sul tema non mancano, ovviamente, biblioteche di analisi. Poche realtà, anzi, sono state esaminate con altrettanta ostinazione: il potere che sorveglia, il potere che disciplina, il potere che seduce, che corrompe, che produce soggetti, che scava fin dentro le pieghe più minute dei corpi e dei linguaggi.
Da Foucault in poi, ma anche prima di Foucault, l’intelligenza europea ha imparato a riconoscere le forme visibili e invisibili della signoria, la sua capacità di presentarsi come cura, ordine, progresso, ragione, e di nascondere, sotto questi nomi rispettabili, la propria inclinazione a disporre dell’altro, a creare interdetti ed esclusioni, con modi più o meno gentili.
La diffidenza non nasce dal nulla. L’Europa ha esercitato il potere, per secoli, con una sicurezza spesso terribile. Ha dominato mari, terre, popoli, economie, immaginari; ha prodotto diritto e filosofia, certo, ma anche schiavitù e sterminio. Il nostro continente, insomma, ha conosciuto la libido dominandi di un “leone affamato” — espressione di Hegel — non come concetto scolastico, ma come prassi storica.
Oggi, dopo avere attraversato il secolo delle guerre totali, dei fascismi, dei campi e delle deportazioni, ha comprensibilmente imparato a temere non soltanto l’abuso del potere, ma il potere stesso, quasi che ogni capacità di decidere, ordinare, proteggere, sanzionare, difendere, portasse già in sé, come un veleno non separabile dalla sostanza, la promessa e la premessa della sopraffazione.
Anche il cristianesimo europeo, o almeno una sua parte, ha finito per collocare Dio dal lato opposto del potere. Sempre di più, negli ultimi decenni, il frasario ecclesiale ha insistito sulla potenza che si manifesta nell’impotenza, sulla signoria che passa attraverso il servizio, sulla gloria che assume la forma dell’abbassamento, sulla croce come giudizio irrevocabile contro ogni immagine mondana del comando.
Dio è il movimento di “kenosi”, dicono i teologi, cioè di abbassamento, autosvuotamento, come quello del Cristo che non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, scrive Paolo, ma si fece obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Era necessario farlo: il Signore dei Vangeli non può essere confuso con i signori della terra, né la regalità di Cristo con la prepotenza dei potenti. E tuttavia, se questa necessaria purificazione dell’immagine del potere si trasforma nella sua abolizione spirituale, qualcosa si spezza. Perché il Risorto non dice ai discepoli: ogni potere è stato deposto. Dice, al contrario: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra».
Del resto, l’abbassamento di Dio è divino proprio perché è la scelta dell’Onnipotente, che pure potrebbe fare diversamente. Se togliamo da Dio questa possibilità, gli togliamo anche la libertà. Si tratta, allora, di approfondire questo mistero.
Qui si apre il problema, enorme, che l’Europa futura non potrà eludere: non se il potere sia pericoloso, cosa che sappiamo fin troppo bene, ma se una civiltà possa custodire il bene rifiutandosi di esercitare il potere.
Le autorità e le opinioni pubbliche europee, su questo punto, sembrano imbambolate, bloccate, come davanti a un’impasse che non si sa sciogliere. Come si difende il diritto senza una forza capace di impedirne la violazione? Come si protegge il debole se si considera già moralmente sospetta ogni potestà di intervenire? Come si costruisce un ordine politico se la decisione viene percepita come una colpa, l’autorità come un residuo arcaico, la forza come una vergogna da delegare ad altri?
Qui c’è un impaccio spirituale, forse generato dallo spavento per il Novecento, che dobbiamo superare. Forse il potere, nella sua radice più elementare, non è anzitutto dominio sull’altro, ma condizione concreta del vivere: poter respirare, muoversi, parlare, promettere, resistere, custodire, perdonare, ricominciare.
Prima ancora di volere e di dovere, l’uomo si scopre nella condizione di potere; e il compito etico, prima che adeguarsi astrattamente a una norma, consiste nel corrispondere alla potenza ricevuta, nel non tradirla, nel non abbassarla a prepotenza o a inerzia.
A questo livello, gli esempi più elementari sono anche i più istruttivi. Un genitore che rifiutasse ogni forma di autorità non libererebbe il figlio: lo consegnerebbe, più fragile, alle autorità anonime del caso, del gruppo, dell’algoritmo, del desiderio immediato.
Un vescovo che, per timore di apparire autoritario o per quieto vivere, rinunciasse a correggere parroci prepotenti o indisciplinati, non renderebbe più evangelica la comunità: abbandonerebbe i fedeli al potere peggiore.
Un docente che rifiuta di giudicare il lavoro degli alunni li rende più schiavi, non più autonomi, dal momento che una testa piena, anche di cose errate, è comunque un punto di partenza per un giudizio proprio, che poi potrà essere corretto, mentre una testa vuota sarà facilmente riempita dai giudizi di qualcun altro.
Il potere, quando non si corrompe in dominio, è principio di libertà, perché impedisce che la libertà dei deboli venga inghiottita dalla libertà dei forti.
Per questo, prima della domanda “che cosa devo fare?”, che resta indispensabile, c’è un altro interrogativo: “sono all’altezza di ciò che posso?”. Il dovere, infatti, può essere immaginato come una norma posta dinanzi al soggetto; il potere, invece, costringe il soggetto a riconoscere ciò che gli è stato affidato, la sua posizione effettiva nel mondo, la rete di capacità, mezzi, saperi, istituzioni, ricchezze, memorie e forze di cui dispone.
Questa potenza è una responsabilità che esige una qualche risposta. La domanda decisiva, allora, diventa: l’Europa è ancora capace di stare all’altezza del potere che le è stato consegnato?
Il potere può essere disonorato in due modi, non in uno soltanto. Lo si disonora quando lo si trasforma in arbitrio, quando si decide senza misura, quando si confonde la forza con il possesso e l’autorità con la licenza di umiliare — Trump e Putin, tanto per fare degli esempi —; ma lo si disonora anche quando, disponendo di strumenti, ricchezza, istituzioni, memoria giuridica, capacità tecnica, forza economica e possibilità militare, ci si ritrae dal loro esercizio per il timore di sporcarsi le mani, lasciando che siano altri, meno esitanti e meno scrupolosi, a stabilire il prezzo della pace, i confini della libertà, la sorte dei popoli esposti alla violenza.
L’Europa si è concessa una vacanza dal potere per quasi un secolo, protetta dall’ombrello americano, scioccata da ciò che aveva fatto del proprio potere nel secolo scorso. Oggi tale sospensione rischia di rimettere in gioco i diritti della persona, proprio la più grande invenzione occidentale.
Se il diritto non è custodito da un potere disposto a difenderlo, diventa una lingua nobilissima parlata davanti a chi non intende ascoltarla. I pacifisti platonici — chiamo così coloro che immaginano di poter spegnere la violenza premendo il tasto “off” — commettono, in fondo, un errore sulla natura del potere. Lo identificano con la sopraffazione, e perciò credono che sottrarsi al potere equivalga a sottrarsi al male.
Ma il mondo non diventa meno violento perché i giusti rinunciano alla forza; diventa semplicemente più abitabile per coloro che non hanno alcuna esitazione a usarla.
L’Europa non deve tornare a essere un impero predatorio — non potrebbe neppure se volesse —, né coltivare nostalgie di grandezza, né credere che la potenza politica coincida con la retorica muscolare di chi scambia la serietà per brutalità. Deve però comprendere che la sua rinuncia al potere non verrà premiata dalla storia come gesto di superiore purezza. Verrà interpretata, più probabilmente, come disponibilità alla dipendenza. E chi ne pagherà il prezzo?
Per tale motivo, la questione del potere è strettamente connessa alla questione migratoria, non solo a quella della difesa, in discussione in questi giorni al vertice NATO di Ankara. Non si tratta di decidere tra “accogliere tutti” o “chiudere le frontiere”: è un’alternativa troppo rozza perché qualsiasi persona possa prenderla davvero sul serio. Si tratta di comprendere quale compito è dato all’Europa in base al potere che la storia le consegna.
Perciò il compito europeo non consiste nel liberarsi del potere, ma nel convertirne l’immaginario e disciplinarne l’esercizio. In questo senso, la lezione cristiana non chiede di disertare la storia in nome della purezza, bensì di impedire che la forza perda il contatto con la giustizia.
La potenza di Dio, se presa sul serio, non è il contrario della misericordia: è ciò che rende possibile una misericordia non sentimentale, capace di scendere là dove l’impotenza umana geme, senza temerne il contagio.
La domanda, dunque, torna con maggiore severità: l’Europa sa essere all’altezza del potere che ha? Sa usarlo senza vergognarsene e senza idolatrarlo? Sa riconoscere che la pace non è la semplice assenza di armi europee, ma l’esistenza di un ordine in cui l’aggressore sia trattenuto, il debole difeso, il diritto reso credibile da istituzioni che non si limitino a proclamarlo?
Il potere non scompare mai, passa semplicemente di mano. E allora la domanda da cui dipende il futuro europeo non è se il potere possa essere evitato, ma se l’Europa, dopo avere imparato a temerne gli abissi, saprà finalmente esercitarlo senza farsene divorare.
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