
Il caso dell’atleta ucraino di skeleton Vladyslav Heraskevych, che ha scelto di competere con un casco che reca i volti di sportivi connazionali uccisi durante l’invasione russa dell’Ucraina pone un problema che il Comitato Olimpico Internazionale continua a eludere: il confine, sempre più fragile, tra neutralità sportiva e rimozione deliberata della realtà.
Quel casco non espone slogan politici o messaggi ideologici, ma una rappresentazione visiva di persone reali, morte in conseguenza diretta di un conflitto armato in corso. Ma il CIO ha vietato l’uso del casco richiamandosi alla Regola 50.2 della Carta Olimpica, che proibisce manifestazioni politiche, religiose o razziali nei luoghi olimpici, proponendo come alternativa una fascia a lutto.
Questa decisione non chiarisce, ma aggrava l’ambiguità del principio invocato. Equiparare la memoria dei morti a una forma di propaganda significa attribuire al semplice atto del ricordo una valenza politica automatica. È una scelta interpretativa, non una necessità regolamentare. E come tale, è una scelta discutibile.
Il CIO sostiene di aver affrontato la questione “con compassione”. Tuttavia, la compassione istituzionale, quando si traduce nella richiesta di rendere invisibile ciò che è concreto e documentabile, rischia di assumere i tratti della censura simbolica. La fascia a lutto è un segno astratto, privo di contenuto informativo; il casco di Heraskevych, al contrario, rende esplicito ciò che si preferirebbe mantenere sullo sfondo.
Il punto non è se lo sport debba diventare uno spazio di militanza politica. Il punto è se il movimento olimpico possa continuare a proclamare una missione di pace senza accettare che la guerra, quando colpisce direttamente atleti e comunità sportive, entri legittimamente nello spazio della rappresentazione. Negare questa evidenza non rafforza la neutralità: la svuota di significato.
Le dichiarazioni del presidente ucraino Volodymyr Zelensky insistono su questo nodo: ricordare gli atleti uccisi non equivale a strumentalizzare lo sport, ma a riconoscere il costo umano di un conflitto che coinvolge direttamente il mondo olimpico. Definire tale gesto “inappropriato” rivela una concezione della neutralità che coincide con l’assenza di responsabilità.
In questo quadro, il CIO appare meno come un arbitro imparziale e più come un’istituzione preoccupata di preservare una narrazione depoliticizzata dell’evento olimpico, anche a costo di comprimere la libertà espressiva degli atleti su fatti oggettivi.
Se il movimento olimpico intende continuare a rivendicare un ruolo morale globale, deve accettare che la pace non è uno slogan cerimoniale, ma un principio che implica memoria, riconoscimento e chiarezza. Altrimenti, il richiamo alla neutralità resterà un espediente formale, utile a evitare il disagio, non a onorare i valori dichiarati.

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L’ultima notizia è che l’atleta ucraino è stato escluso dalle competizioni per aver rifiutato di non indossare quel casco particolare. Incredibile, siamo oltre la beffa.
Buongiorno Filippo. Purtroppo non riesco più a far arrivare i miei commenti in calce agli articoli. Probabilmente è un difetto del mio dispositivo che per ora non sono riuscita ad individuare. Avrei commentato che il CIO è l\’emblema dell\’ipocrisia e della codardia, aggiungendo che la federazione sportiva italiana non è da meno, avendo permesso alle atlete della ginnastica artistica di andare ad allenarsi in Russia. Forse è il caso di segnalare su InOltre anche questa grave anomalia sperando che qualcuno se ne vergogni. Grazie Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Il suo commento del 11/02 io lo riesco a vedere.
Provi magari con un altro browser a guardare questa pagina.
Si potrebbero ravvisare, con un tantinello di malafede (io ne sono pieno e devo smaltirla), assonanze con l’atteggiamento dell’ONU (e delle sue agenzie) del tipo:
l’ONU “sta” al 7/10 come il CIO “sta” all’invasione dell’Ucraina!!
Il trionfo dell’ipocrisia.
Sorvolando sul fatto che le atlete Italiane della ginnastica sono andate ad allenarsi in Russia e nessuno ha niente da ridire.
Mi pare ci siano i presupposti per dire che il CIO si presta a non permettere ad un atleta autorizzato a partecipare agli eventi della propria disciplina sportiva, ad esprimere come essere umano i suoi diritti e di rivendicare quelli violati da parte di uno Stato invasore verso sé stesso e i suoi connazionali coinvolti e pure morti, come stabilito dalla Carta dei Diritti delle Nazioni Unite che lo stesso CIO si dovrebbe impegnare a far rispettare.
Forse non siamo in presenza di un tentativo di tutelare la manifestazione da presunte ingerenze di propaganda politica; sembra più il solito tentativo di pulirsi la coscienza sporca di certi membri politici e del comitato olimpico in collusione in passato (o ancora?) con lo Stato invasore citato, cercando di ignorare l’odierna cruda e brutale realtà.