
Con questo articolo comincia la collaborazione di Franz Russo con InOltre. Blogger e fondatore del blog InTime nel 2008, si occupa da anni di comunicazione digitale, piattaforme digitali e innovazione tecnologica in generale. Collabora con aziende nazionali e internazionali come consulente di comunicazione digitale e scrive per diverse testate, con un approccio che unisce analisi e divulgazione. Benvenuto Franz.
Il colosso aerospaziale sta per lanciare un bando da oltre 50 milioni di euro per migrare le applicazioni critiche su infrastrutture non americane. La ragione è il CLOUD Act, la legge che consente a Washington di accedere ai dati gestiti da aziende USA ovunque nel mondo. Ma trovare alternative adeguate in Europa non è scontato.
Una notizia che sta facendo molto discutere in questi giorni di festa riguarda uno dei colossi europei più conosciuti al mondo e si inserisce nel grande dibattito della sovranità digitale.
Airbus, colosso aerospaziale, si prepara a lanciare un bando per trasferire le sue applicazioni più sensibili verso un cloud europeo sovrano. L’avvio è previsto per gennaio. I sistemi coinvolti sono quelli critici per l’azienda. Si tratta dell’ERP aziendale, dei sistemi di gestione della produzione, del CRM, della progettazione degli aerei.
I numeri del contratto sono importanti e il valore stimato supera i 50 milioni di euro. Mentre la durata potrebbe arrivare a dieci anni.
Catherine Jestin, vicepresidente esecutiva del digitale di Airbus, lo ha spiegato in modo diretto: “Ho bisogno di un cloud sovrano perché parte delle informazioni è estremamente sensibile dal punto di vista nazionale ed europeo. Vogliamo assicurarci che queste informazioni restino sotto controllo europeo.”
Non si tratta di un’azienda qualsiasi. Airbus è un campione industriale europeo nato dalla fusione di realtà francesi, tedesche e spagnole. Ha sede legale nei Paesi Bassi e quartier generale operativo a Tolosa e produce aerei civili e militari, elicotteri, satelliti, sistemi di difesa. I suoi dati non riguardano solo il business, ma riguardano la sicurezza di diversi Stati membri dell’Unione Europea.
Il nodo si chiama CLOUD Act
La motivazione dietro questa scelta non è solo tecnica, ma riguarda ormai anche la politica e le sue leggi. Il CLOUD Act, acronimo di Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act, è una legge federale americana approvata nel 2018.
Il principio alla sua base è semplice ma le conseguenze sono enormi. Infatti, le aziende tecnologiche statunitensi devono fornire alle autorità USA i dati richiesti. Non importa dove questi dati siano fisicamente archiviati. Se i server sono in Europa o in Asia o in qualsiasi altro luogo del mondo, non fa differenza. Se l’azienda che li gestisce è americana, deve consegnare i dati su richiesta del governo di Washington.
In pratica, usare Amazon Web Services, Microsoft Azure o Google Cloud con data center situati sul territorio europeo non protegge i dati europei dall’accesso delle autorità americane.
Microsoft lo ha ammesso davanti a un tribunale francese, nel luglio 2024. Nel senso che non può garantire la sovranità dei dati sotto il CLOUD Act. E questo è un dato.
Per un’azienda come Airbus, che gestisce informazioni sulla progettazione di aerei militari e sistemi di difesa, questa non è una questione astratta ma un rischio concreto e documentato.
Trovare alternative valide non è scontato
Qui emerge il secondo aspetto della vicenda. Forse ancora più importante del primo.
Catherine Jestin ha dichiarato che Airbus stima all’80% la probabilità di trovare un fornitore europeo adeguato. Non al 100%, all’80%.
Parliamo di uno dei più grandi gruppi industriali europei, un’azienda con risorse finanziarie enormi e un potere negoziale che poche altre realtà possono vantare. Eppure anche per Airbus trovare un’infrastruttura cloud europea all’altezza delle sue esigenze non è una certezza.
Alternative europee esistono, a partire da OVHCloud e Scaleway in Francia. Ci sono poi iniziative come S3ns, una joint venture tra Thales e Google, o Bleu, che coinvolge Orange, Capgemini e Microsoft e punta alla certificazione SecNumCloud, lo standard francese per la sicurezza dei dati sensibili.
Ma il quadro però presenta diverse criticità, una su tutte è quella più rilevante. Alcune di queste soluzioni presentate come “sovrane” restano, in ogni caso, agganciate a infrastrutture americane. Bleu per esempio si appoggia a Microsoft Azure. Altre soluzioni non hanno ancora la maturità o la scala necessaria per gestire carichi di lavoro complessi come quelli di un colosso aerospaziale.
I numeri del mercato poi dicono davvero tutto. A livello mondiale il 63% del mercato cloud è nelle mani di tre operatori: AWS, Microsoft e Google. In Europa la concentrazione arriva al 70%. Gli operatori europei coprono nicchie, non l’intera gamma di servizi che le grandi aziende richiedono.
Perché è importante agire adesso
La decisione di Airbus arriva in un momento di tensione crescente tra Stati Uniti e Unione Europea sul terreno tecnologico e digitale.
A inizio dicembre 2025 la Commissione Europea ha inflitto a X, la piattaforma di Elon Musk, una multa di 120 milioni di euro per violazione del Digital Services Act. È stata la prima sanzione applicata sotto questa normativa. In risposta alla multa, il Segretario di Stato americano Marco Rubio l’ha definita “un attacco a tutte le piattaforme tecnologiche americane e al popolo americano”.
Pochi giorni fa l’amministrazione Trump ha vietato l’ingresso negli Stati Uniti a cinque europei e tra loro figura Thierry Breton, ex Commissario UE al Mercato Interno e al Digitale. L’accusa è di aver guidato “sforzi per costringere le piattaforme americane a censurare punti di vista americani”. Breton è stato definito dal Dipartimento di Stato “il mastermind del Digital Services Act”.
Nello stesso periodo il Pentagono ha annunciato un accordo con xAI, l’azienda di intelligenza artificiale di Musk. L’intesa prevede l’integrazione del modello Grok nei sistemi di difesa americani, con accesso diretto ai flussi informativi di X.
Il quadro che emerge è quindi quello di uno scontro sempre più aperto. Da una parte un’amministrazione americana che considera la regolamentazione europea delle piattaforme digitali come un atto ostile; dall’altra un’Unione Europea che inizia a fare i conti con la propria dipendenza da infrastrutture tecnologiche controllate da aziende soggette alla giurisdizione di Washington.
È un problema che riguarda tutti
Airbus può permettersi di cercare alternative e imporre condizioni, possiede le risorse, le competenze interne; ha un peso negoziale rilevante. La stragrande maggioranza delle imprese europee però non ha questa possibilità. Comprese molte che trattano dati sensibili.
Il cuore economico/industriale/pubblico europeo è composto da piccole e medie imprese; pubbliche amministrazioni; ospedali; università; infrastrutture critiche.
Sono tutti soggetti che oggi affidano i propri dati a servizi cloud dominati da operatori americani. Spesso senza alternative reali a portata di mano e tutti potenzialmente esposti alle conseguenze del CLOUD Act.
La vicenda Airbus mette in evidenza un problema strutturale. L’Europa ha scelto la strada della regolamentazione con il GDPR, il Digital Services Act, l’AI Act e ha stabilito regole su come i dati devono essere trattati, e su cosa le piattaforme possono e non possono fare. Ma non ha – ancora – costruito le infrastrutture adeguate per garantire che queste regole possano essere applicate in totale autonomia.
Regolare ciò che non si possiede è una posizione fragile e lo scontro in corso con Washington lo sta rendendo evidente.
Una evidente questione di sovranità digitale
Il caso Airbus non è una vicenda aziendale. È anche una questione politica.
Quando una delle industrie europee più importanti al mondo dichiara pubblicamente di non potersi fidare delle infrastrutture cloud americane per i propri dati strategici, sta dicendo qualcosa che va oltre la tecnologia.
Sta dicendo che la sovranità digitale non è uno slogan ma diventa oggi una necessità concreta. E che l’Europa su questo terreno è in ritardo.
La domanda che resta aperta è se questo ritardo possa essere colmato. E soprattutto se ci sia la volontà politica di farlo.
Prima che lo scontro con gli Stati Uniti renda la dipendenza europea un problema non più gestibile.
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