

Quasi due anni dopo il gesto che la trasformò in un simbolo della resistenza all’obbligo del velo, emergono nuove accuse sul trattamento riservato dalle autorità iraniane ad Ahoo Daryaei. Secondo un’amica intervistata dal Daily Mail, la studentessa sarebbe stata sottoposta a un ricovero psichiatrico forzato e continuerebbe a ricevere farmaci contro la propria volontà.
Vi ricordate di Ahoo Daryaei? Nel novembre 2024 le immagini della studentessa iraniana, madre di due figli, che attraversava in biancheria intima il campus dell’Università islamica Azad di Teheran fecero il giro del mondo.

Le autorità la fecero sparire dalla vista pubblica per poi rilasciarla, il 19 novembre, con una formula solo in apparenza rassicurante: nessun procedimento giudiziario, perché – secondo la versione ufficiale – la donna soffriva di problemi psichici.
A quasi due anni di distanza, un’intervista rilasciata al Daily Mail da una persona vicina a Daryaei, rimasta anonima, racconta cosa sarebbe accaduto dopo che le telecamere si erano spente.
È una ricostruzione di fonte unica, non verificabile in modo indipendente: va letta come tale. Ma se confermata, descriverebbe uno dei meccanismi più insidiosi della repressione iraniana, la psichiatrizzazione del dissenso.
Secondo questo racconto, tutto sarebbe cominciato quando il velo le scivolò dalla testa mentre camminava guardando il telefono. Gli agenti della polizia morale l’avrebbero afferrata con violenza, tentando di strapparle i vestiti e di trascinarla in un locale usato per punire le studentesse che violavano le norme sull’abbigliamento.
Le ricostruzioni circolate nel 2024 attribuivano invece l’aggressione iniziale a membri del Basij che le avrebbero lacerato gli abiti: le due versioni divergono sulla dinamica, non sulla sostanza.
Daryaei avrebbe reagito spogliandosi da sola: un gesto con cui, secondo la fonte, intendeva sottrarre agli agenti il controllo sul proprio corpo. “Se dovete spogliarmi, lo faccio io”, questo il senso riferito dall’intervista. Poco dopo sarebbe stata fermata e caricata su un veicolo.
Durante il trasferimento, la testa della donna sarebbe stata stretta tra le ginocchia di un’agente, fino a impedirle quasi di respirare; si sarebbe liberata solo mordendole una mano. Alla stazione di polizia le sarebbe stata praticata un’iniezione contro la sua volontà: il primo tentativo sarebbe fallito per la rottura dell’ago, il secondo le avrebbe fatto perdere conoscenza.
Si sarebbe risvegliata in ospedale con mani e piedi legati al letto. Nei 18 giorni di ricovero coatto avrebbe ricevuto nuove iniezioni ogni volta che chiedeva informazioni o di vedere la famiglia, e sarebbe stata interrogata sulle ragioni della protesta e sull’eventuale intenzione di lasciare il Paese per chiedere asilo.
Le pressioni avrebbero raggiunto anche i familiari: l’ex marito sarebbe stato costretto a dichiarare pubblicamente che la donna soffriva di disturbi mentali, e solo dopo quella ammissione Daryaei sarebbe stata dimessa.
Il rilascio non avrebbe chiuso il trattamento. Le autorità le avrebbero comunicato che sarebbe rimasta sotto sorveglianza, con il telefono controllato, e le avrebbero imposto una terapia antipsicotica a suo carico, tramite l’assicurazione sanitaria.
Quando si sarebbero accorte che non assumeva regolarmente i farmaci – il sospetto sarebbe nato dal fatto che camminava senza apparire sedata – la terapia sarebbe stata sostituita con iniezioni mensili di flupentixolo, un antipsicotico impiegato anche nel trattamento della schizofrenia, somministrate da medici proprio per garantirne l’assunzione. A chi chiedeva cosa sarebbe successo in caso di rifiuto, un medico avrebbe risposto: nuovo arresto, nuovo ricovero, nuove costrizioni.
Oggi Daryaei avrebbe 32 anni e studierebbe discipline tessili in un altro ateneo. Continuerebbe a sostenere di non soffrire di alcuna malattia mentale e a considerare la diagnosi uno strumento con cui il regime ha coperto un episodio che lo aveva imbarazzato davanti al mondo.
La sua famiglia, riferisce la fonte, le avrebbe detto che era meglio ricevere quelle iniezioni e portare l’etichetta di malata che finire impiccata, in carcere o sotto tortura.
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Mi permetto di contestare un condizionale: del fermo e caricamento su un veicolo c’è il video, quindi questo è un fatto accertato. Quanto al resto, è la stessa pratica in uso in Unione Sovietica in sostituzione della deportazione in Siberia dopo la morte di Stalin.