
La discesa del discorso culturale nell’accademismo contemporaneo ha determinato un’inquietante frattura tra il pensiero e la socialità, la cui severità, in un’epoca distratta dai bagliori del tramonto, non è ben presente. I temi dell’etica, dell’epistemologia, dell’ermeneutica e della cultura in genere sono sprofondati nelle paludi dell’industria culturale, producendo l’illusione secondo cui è da questa che ormai dipendono o vengono definiti.
Uno tra i risultati di tale catastrofe sotterranea consiste nel trionfo di un autoritarismo cognitivo legittimato da un’assertività basata unicamente sul prestigio conferito da poteri politico-economici. Nelle società in decadenza tutto viene considerato e determinato nei termini della forza e del potere – basterebbe anche una lettura superficiale di Petronio Arbitro per accorgersene.
Questo è anche il nucleo da cui inizia a tramontare l’etica, e le scandalose vicende correnti relative a Jeffrey Epstein e alla cerchia che gli ruotava attorno ne sono uno tra i tanti segni. Gli apparati tendono a determinare consorterie sempre dannose per il benessere collettivo e la strabiliante separazione dalla realtà cui si assiste nel XXI secolo non sarebbe possibile senza tali complicità diffuse.
Gettando un’occhiata a un catalogo di testi accademici, ci si può facilmente accorgere di quanto i temi lì trattati non facciano ormai neppure capolino tra le preoccupazioni o i discorsi della socialità generale. Chi si occupa ormai, per limitarsi a due esempi, di Semantica della probabilità (Georg J. W. Dorn) o dei Rapporti tra trascendenza e nichilismo (Larry Johnston)?
Anche grandi concetti e temi quali la tradizione culturale dell’Occidente – si può qui pensare al classico di George Mosse, La cultura dell’Europa occidentale – o le categorie filosofiche del pensiero antico non fanno più parte, salvo non si tratti di qualche tirata denigratoria, di alcun discorso.
Sono ormai troppi gli scritti privi del coraggio o dell’autonomia per confrontarsi apertamente con i fatti a disposizione, e questo è indizio di un ambiente intellettuale determinato da interessi che utilizzano l’ideologia per indirizzare verso fini e orizzonti precostituiti. Il problema diventa qui rapidamente anche politico e democratico, nonché demografico, poiché, come notava Karl Mannheim nel 1935, quando si desidera la democrazia è necessario tentare di portare chiunque, chi più chi meno, a livelli di comprensione comparabili o compatibili.
Egli parlava propriamente di “comprensione”, non dell’immensa confusione di parole (Narrenfreiheit) che conduce all’incomprensione e allo sfaldamento di un’ermeneutica comune: “Verità di qua dei Pirenei, errore di là” (Pascal).
Su temi centrali ed essenziali di una tradizione culturale millenaria non rimane quasi più traccia nel dibattito pubblico e, altro fatto grave, persino la poesia sembra ormai svanita da questo. Non sarebbe però difficile difendere la tesi secondo cui la soluzione alla gran parte dei problemi che affliggono il moderno sia già contenuta nel patrimonio di conoscenze del passato su cui, però, vi è silenzio o mistificazione ideologica.
Quando la contraffazione del sapere passa per il suo contrario, è ovvio che da questo travisamento non si potrà trarre alcunché: sarebbe come voler cavare dell’acqua dalla pietra pomice, aquam a pumice nunc postulas.
Quale persona, senza aver speso anni e anni su certi testi, può permettersi di navigare tra le tortuosità hegeliane, heideggeriane o wittgensteiniane? Eppure, oltre all’immagine ben ripulita offerta attraverso la trattazione manualistica, con questi pensieri, nelle accademie, non si fa più filosofia ma repetitorium o plagio di linguaggi e posture.
Oggi come ieri, la forza del Re nudo risiede nell’ambiguità e nella cecità, o complicità, degli spettatori.
Se la percezione di presente e passato degrada in una comunicazione mediata da uno schermo o da una pagina stampata qualche minuto prima, la riflessione tramonta e la “realtà” diventa irrealtà a disposizione del manovratore di turno. Le teste di cartapesta sono poi anche un problema politico perché si possono riempire con qualunque opinione fresca di giornata.
Percezione e interpretazione vengono, in questi contesti, demandate ad altri e l’individuo può tutt’al più sottrarsi a questo tetro gioco oppure, com’è nella generalità dei casi, sottomettersi copiando e ripetendo questa comunicazione. La propaganda proveniente dalle sedi dell’interpretazione viene così trasformata in indiscutibile realtà. L’omologazione, anche cognitiva, è organica e funzionale ai modi di produzione e consumo di una società capitalista.
Vi sono poi legioni di accademici i quali edificano intere reputazioni, dottrine bislacche o fantasmagoriche, discettando grazie all’uso di idioletti intenzionalmente criptici o contorti, con l’intento precipuo di far violenza alla verità. Alcuni, in Italia, ricorderanno ancora il verdiglionismo o, sul piano internazionale, si potrebbe consultare il ben documentato libro di Alan Sokal, Imposture intellettuali.
Nel XXI secolo, nonostante la situazione sia immensamente peggiorata, si potrebbe menzionare il galimbertismo, ossia il culto creato dall’industria culturale per un accademico di comodo, più volte condannato per plagio, il quale continua a venir pubblicato e proposto come se nulla fosse su gazzette e televisioni nazionali. Alla misère di un’epoca in mutande, l’Italia sa sempre come aggiungere un suo tantino in più per offrire, dentro la tragedia, anche un tocco di commedia.
Se questo fosse solo estetismo, si potrebbe anche dire a questi signore e signori di continuare con i loro giochini, ma bagattellare le idee è sempre stato storicamente pericolosissimo.
Nel deserto della cultura che è, poi, anche quello dello spirito, il cittadino perde tanto le capacità quanto le possibilità di distinguere, venendo costretto, in maniera suadente, all’obbedienza alle voci dei massacranti megafoni dell’industria culturale. Attraverso la spaventosa quantità di chiacchiere e distrazioni dette “intrattenimento”, gli si affogano mente e coscienza, costringendolo ad abdicare al giudizio autonomo a favore di opinioni precostruite nelle centrali della manifattura del consenso.
Attraverso tale trucco, in sé abbastanza semplice, lo si conduce per mano al Paese de’ balocchi, la cui notte di mente e spirito trasforma in passivi allocchi. L’altro aspetto sottovalutato è che la passività produce distruttività e, dunque, conflitto.
In questo clima si determina un’idolatria per la ripetizione, la quale, accoppando l’autonomia individuale, fa scomparire l’originalità. In un contesto di tal genere, tutto viene sovvertito nel suo contrario: la ciarla, il plagio e il mero credenzialismo passano per elevato pensiero e quest’ultimo, invece di diffondersi, rimane come vox clamantis in deserto.
John Maynard Keynes, nel 1920, immediatamente dopo i Trattati di Versailles, ammonì contro le conseguenze politiche di quella cattiva pace. Non venne ascoltato e il mondo precipitò nella seconda carneficina più grande della storia. Il prezzo che si paga per la sordità alle voci della ragione è sempre intollerabilmente alto. L’erba cattiva che è, platonicamente, il prevalere dell’opinione (????), scaccia quella buona, ossia ciò da cui è davvero possibile trarre insegnamento.
Già Cicerone ammoniva: nihil tam absurde dici potest quod non dicatur ab aliquo philosophorum, non si può dire niente di tanto assurdo che non sia [da qualche parte] affermato da qualche filosofo. Una parte, purtroppo nutrita, tra gli “esperti di filosofia” – dove il pensare filosofico viene posto nel cantuccio dell’expertise – si sente naturalmente attratta da arzigogoli speciosi poiché, attraverso i giochi di parole e l’esautorazione del giudizio, si può far passare ogni chiacchiera per elevato pensiero.
Theodor Adorno, ne Il gergo dell’autenticità (1962–4), tradotto in italiano con un colpevole buco di decenni, espresse una dura critica ai giochi linguistici, in particolare nei confronti di Heidegger e dell’Esistenzialismo scatenato dell’epoca. Questo pandemonio, in cui l’incremento di parole e pubblicazioni indica solo un aumento nella confusione e non nella comprensione, potrebbe anche venir ignorato se si trattasse di mero estetismo o dei ghiribizzi dell’arte contemporanea; eppure già il grande mentore dell’Italia, per bocca del trisavolo Cacciaguida, ammoniva: “Sempre la confusion de le persone | principio fu del mal de la cittade” (XVI). Anche qui l’inascoltata vox clamantis del pensiero.
Quando Gorgia da Leontini tirò fuori, dalla sacca delle meraviglie sofistiche, il suo “niente è e se è, è inconoscibile; e anche se è ed è conoscibile, non si può mostrare ad altri”, attaccando così i temi della generazione e dell’unità-molteplicità, vi furono quelli che ascoltarono i paradossi del padre dell’istruzione ad esborso anche solo per vedere dove sarebbe andato a parare.
Grazie all’insegnamento a pagamento della retorica, il cui metodo di base era quello della memorizzazione, Gorgia divenne talmente facoltoso da poter offrire, nel tempio di Apollo a Delfi, una statua d’oro raffigurante se stesso, mentre Socrate, il padre della filosofia, girovagava scalzo per la polis potendosi permettere di calzare dei sandali solo nelle grandi occasioni. Due vite e due modelli paradigmatici e opposti, anche se è necessario ammettere, seppur dolorosamente, che nei mores dell’epoca contemporanea sono Gorgia o Trasimaco a prevalere su Socrate.
La dea nel poema di Parmenide diceva però che la verità è necessaria: “è e non può non essere”, mentre le staffilate delle aporie proposte da Gorgia, le quali esplodono nella modernità, si situano nella direzione contraria. Come confermava Sesto Empirico nell’Adversus Mathematicos: “di ciò che né è, né può essere conosciuto, né per sua natura può essere mostrato ad altri, non può esservi alcun criterio” (VII, 87).
L’irrazionalismo, tanto utile per scopi politici, viene qui servito su un piatto d’argento. È da questi presupposti che si giunge alla fuga dalla verità precipitata nel relativismo autoreferenziale e logicamente contraddittorio con cui si liquida ogni discorso possibile sulla base di una presunta interpretazione schiacciata dalla banalizzazione autocontraddittoria tra “la tua” e “la mia verità”.
In questi modesti accenni si manifestano alcune delle afflizioni cui conduce la mera passione per lo svolgimento dell’opinione, ossia l’estetismo filosofico in cui la forma predomina sull’evidenza e di cui il pirronismo estremo è una tra le troppe espressioni. Anche in questo caso, e sarebbe strano il contrario, subentra l’elemento umano, troppo umano.
Cosa può mai significare, da un punto di vista antropologico, la sospensione assoluta del giudizio sulla realtà perorata dai sofisti? Qualunque tentativo di distacco da un’ermeneutica comune, oltre a condurre ad elucubrazioni prive di senno, come ammonito da Eraclito (“È necessario che coloro i quali vogliono parlare con senno si basino su ciò che è comune a tutti”), consente, al tempo stesso, lo scatenarsi di fantasia, desiderio e volontà di potenza: “Potrei esser rinchiuso in un guscio di noce e sentirmi re di uno spazio infinito…” (Amleto, II, 2).
L’infatuazione per le opinioni sofistiche, nonostante le confutazioni già offerte da Socrate e la refutazione aristotelica, indica un desiderio di porre la dialettica e l’immaginazione parolaia quali “misure di tutte le cose”, ossia il programma dell’altro sofista Protagora.
La persona onesta e di buona volontà, non animata dalla tracotanza o da altre passioni che alterano lo stato della mente e dell’anima, si pone invece umilmente di fronte al mondo onde imparare per provare a intendere: Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere. Non deridere, non piangere né disprezzare, ma comprendere (Spinoza).
Delle tante altre e strane chimere del moderno, forse è meglio “non ragionar…”.

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