

I missili su Abu Dhabi non sono solo un episodio militare: mettono a nudo la vulnerabilità del Golfo, l’ambiguità delle alleanze esterne e il limite di una sicurezza comprata a caro prezzo. La geografia, ancora una volta, presenta il conto.
In Medio Oriente, la geografia è sempre stata più potente dell’ideologia. I missili possono attraversare il cielo, ma alla fine è la mappa a determinare il destino delle guerre.
I recenti attacchi missilistici e con droni del regime islamico contro Abu Dhabi — e non genericamente contro gli “Emirati Arabi Uniti” nel loro complesso — rappresentano molto più di una semplice risposta militare. Essi costituiscono un messaggio geopolitico diretto e inequivocabile rivolto a tutte le monarchie meridionali del Golfo Persico: l’era della “sicurezza importata” sta entrando nella sua fase terminale.
Gran parte dei media internazionali, seguendo una consuetudine ormai consolidata, ha parlato genericamente di un “attacco agli Emirati”. Tuttavia, la realtà politica della regione è assai più complessa delle semplificazioni mediatiche. Gli Emirati Arabi Uniti non sono uno Stato centralizzato nel senso classico del termine, bensì una federazione di sette emirati con interessi, priorità strategiche e persino visioni di politica estera non sempre coincidenti.
In questo equilibrio, Abu Dhabi non è soltanto la capitale politica e l’emirato più influente: è il vero centro nevralgico della sicurezza e della proiezione militare della federazione.
Negli ultimi mesi, numerose indiscrezioni e analisi regionali hanno alimentato il dibattito sul ruolo di Abu Dhabi e di Israele nel sostegno finanziario ad alcuni segmenti dell’opposizione iraniana.
Al tempo stesso, la cooperazione strategica tra Emirati e Israele ha raggiunto livelli senza precedenti: dall’integrazione di sistemi avanzati di difesa aerea israeliani fino alle notizie relative alla sperimentazione di tecnologie laser anti-drone sul territorio emiratino.
Per Teheran, questa convergenza non è stata percepita come una semplice partnership difensiva, bensì come l’inizio della trasformazione delle coste meridionali del Golfo in una prosecuzione del fronte strategico israeliano.
Alcuni analisti regionali avevano già avvertito che un eccessivo avvicinamento di Abu Dhabi a Tel Aviv rischiava di trasformare gli Emirati in una sorta di “cavallo di Troia” israeliano nel Golfo Persico: un attore destinato a trascinare l’intera regione dentro una spirale di conflitti cronici e di logoramento.
Il regime islamico aveva lanciato più volte segnali di avvertimento prima dell’escalation. Anche Mohammad Javad Zarif, ex ministro degli Esteri iraniano, in un intervento pubblicato da Al Jazeera, aveva messo in guardia contro la possibilità che gli Emirati diventassero una piattaforma di pressione strategica contro l’Iran.
In un contesto regionale già saturo di tensioni, tali dichiarazioni furono interpretate da molti come semplice guerra psicologica. Oggi appare invece evidente che Teheran le considerava parte integrante della propria dottrina di deterrenza.
La strategia iraniana, tuttavia, non si è limitata alla dimensione missilistica. Poche ore dopo l’annuncio dell’“Operazione Libertà”, Teheran ha intimato alle imbarcazioni presenti nei pressi di Ras al-Khaimah di lasciare l’area, dichiarando successivamente l’estensione della propria zona di controllo marittimo nello Stretto di Hormuz fino a sud di Fujairah.
Si è trattato di un messaggio diretto agli Emirati: il regime islamico intende dimostrare di poter colpire anche le rotte energetiche alternative progettate per aggirare Hormuz.
La rilevanza di questo passaggio appare ancora più chiara se si considera che Abu Dhabi, da anni, investe strategicamente nell’oleodotto Habshan-Fujairah proprio per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz e garantire l’export petrolifero attraverso il Mare Arabico.
Teheran sembra ora voler mostrare che, in caso di escalation, anche quel corridoio potrebbe entrare nella logica della deterrenza regionale, esattamente come avvenne in passato con gli attacchi simbolici alle petroliere nell’area, interpretati come un monito alla sicurezza energetica del Golfo.
Ciò che emerge con maggiore evidenza da questa crisi è la fragilità strutturale dell’architettura di sicurezza del Golfo meridionale. Le piccole monarchie arabe della regione — con la parziale eccezione dell’Arabia Saudita — sono prive di reale profondità strategica.
La loro enorme ricchezza economica si accompagna a una vulnerabilità geografica che le rende particolarmente esposte nei conflitti prolungati.
Sono bastate poche settimane di guerra per incrinare l’immagine delle “isole di stabilità e prosperità”: mercati finanziari sotto pressione, rallentamento degli investimenti stranieri, crollo del turismo e crescente timore di fuga dei capitali hanno improvvisamente riportato la fragilità geopolitica al centro del dibattito economico regionale.
Questa guerra ha inoltre imposto una verità scomoda alle monarchie del Golfo: le basi militari americane non producono automaticamente sicurezza.
Per decenni, gli Stati del Golfo meridionale hanno investito miliardi di dollari nell’acquisto di protezione strategica: giganteschi contratti militari con Washington, partnership privilegiate con l’Occidente, dipendenza tecnologica e cooperazione securitaria.
Eppure, al primo confronto regionale diretto, è apparso evidente che persino la massiccia presenza militare statunitense non è in grado di garantire un’inviolabilità assoluta dello spazio aereo di questi Paesi.
La questione va persino oltre. Se gli Stati Uniti, con il loro apparato militare e d’intelligence, non riescono a offrire sicurezza totale ai propri alleati, emerge inevitabilmente una domanda ancora più delicata: Israele sarebbe davvero in grado di farlo?
Israele può fornire tecnologia, vendere sistemi di difesa avanzati e condividere capacità di intelligence. Ma non può modificare la geografia.
L’Iran resterà comunque la principale potenza della sponda settentrionale del Golfo Persico: uno Stato dotato di profondità territoriale, peso demografico, continuità storica e capacità militari che nessuna piccola monarchia del Golfo può realisticamente ignorare.
Ed è proprio qui che si colloca il nodo centrale della crisi. Dal punto di vista di Teheran, l’ingresso di Israele nell’architettura di sicurezza del Golfo non rappresenta una semplice cooperazione politica, bensì l’insediamento di un avversario strategico a pochi chilometri dai confini iraniani.
Una dinamica che trasforma il Golfo Persico da spazio economico globale a linea permanente di contatto militare.
Tutto ciò avviene in un contesto già segnato dalle storiche tensioni tra Teheran e Abu Dhabi sulle isole di Abu Musa, Grande Tunb e Piccola Tunb. L’aggiunta dell’elemento israeliano non riduce il rischio di crisi: al contrario, aumenta la possibilità che tensioni croniche si trasformino in scontri diretti.
Forse la lezione più importante di questa guerra per gli Stati arabi del Golfo è proprio questa: la sicurezza regionale non può essere importata dall’esterno.
Né gli Stati Uniti, né Israele, né alcuna potenza extra-regionale potranno mai costruire una stabilità duratura in una regione in cui gli attori principali continuano a definirsi reciprocamente come minacce esistenziali.
La vera sicurezza potrà emergere soltanto quando gli Stati rivieraschi del Golfo comprenderanno che il loro destino geopolitico è inevitabilmente interconnesso.
Che il regime islamico resti al potere oppure che in futuro emerga in Iran un governo democratico, un principio geopolitico rimarrà immutabile: l’Iran non può essere rimosso dall’equazione regionale.
Un patto regionale: l’unica via per ricostruire la sicurezza del Golfo
Per questa ragione ho più volte sostenuto, nei miei articoli, che il futuro del Golfo Persico non sarà deciso dalla corsa agli armamenti, bensì dal dialogo regionale.
La sicurezza dello Stretto di Hormuz, la libertà della navigazione commerciale, la stabilità delle esportazioni energetiche e l’equilibrio economico dell’intera area possono essere garantiti soltanto attraverso un patto di cooperazione regionale che coinvolga tutti gli Stati costieri del Golfo Persico.
Un accordo capace di sostituire le alleanze tattiche e temporanee con interessi condivisi e meccanismi permanenti di sicurezza collettiva.
In caso contrario, le torri scintillanti di Dubai e Abu Dhabi continueranno forse a illuminare il deserto nelle ore notturne, ma l’ombra della guerra resterà sospesa ancora a lungo sulle acque del Golfo.
E forse i missili apparsi nei cieli di Abu Dhabi in questi giorni non rappresentano soltanto l’inizio di una nuova fase del conflitto regionale, ma la fine di un’illusione durata decenni: l’idea che la sicurezza possa essere acquistata come una merce.
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Mancanza di profondità strategica va intesa in senso totale, non solo geografico. Per esempio in senso demografico: le monarchie del Golfo tutte insieme al massimo possono mettere insieme un paio di divisioni. Il resto, come ora, è fornito da mercenari, piaccia o meno il termine anche attualizzandolo con contractors.