

Da circa una settimana Roccaraso è la località sciistica più citata nell’infosfera italiana. La polemica che tutti già conoscono, parte da alcune immagini social che hanno mostrato delle zone del sito turistico invase dai rifiuti, subito dopo il passaggio di un’ingente quantità di visitatori, in gran parte provenienti dall’area napoletana, nel weekend 25-26 gennaio.
Stando ai resoconti, in quel fine settimana migliaia di persone, a bordo di circa duecento pullman turistici, hanno raggiunto Roccaraso, per trascorrere una giornata sulla neve, attirati dai prezzi popolari (su questo aggettivo torneremo dopo). Forse – si dice – ha pesato anche la réclame di alcuni noti tiktoker partenopei, che avevano consigliato la visita del luogo. Non mi dilungo su ciò.
Se è vero che il turismo napoletano a Roccaraso e dintorni è un fatto ordinario, al punto tale che tra noi napoletani – chi scrive è cresciuto all’ombra del Vesuvio – talvolta si utilizza “Roccaraso” in battute o motti che riguardano il freddo e la neve, probabilmente questa volta si è trattato di un caso eccezionale, cui le storie instagram di turisti accampati su di un prato di neve mentre esibivano panini e bevande gassate hanno dato grande risalto mediatico. Per prevenire ulteriori disagi, alcuni comuni interessati dal turismo invernale, con Roccaraso in testa, hanno deciso di contingentare l’ingresso dei bus turistici sul proprio territorio, per evitare l’effetto invasione.
Quando ho visto quelle immagini, mi è subito venuto in mente un brano de “La ribellione delle masse” di José Ortega y Gasset, pubblicato nel 1929, saggio ricco di passaggi fulminanti e attuali. Il filosofo spagnolo scrive: “Le città sono piene di gente. Le case, piene d’inquilini. Gli alberghi, pieni di ospiti. I treni, pieni di viaggiatori. I caffè, pieni di consumatori. Le strade, piene di passanti. Le anticamere dei medici più noti, piene d’ammalati. Gli spettacoli, appena non siano molto estemporanei, pieni di spettatori. Le spiagge, piene di bagnanti. Quello che prima non soleva essere un problema, incomincia ad esserlo quasi a ogni momento: trovar posto”.
In quel testo, Ortega analizza il cambiamento sociale e culturale vissuto dall’Europa all’inizio del XX secolo, causato dall’avvento della società di massa. Questa ha portato con sé la crescita della democrazia e l’accesso all’educazione per una classe sociale più ampia: si tratta di indubbie conquiste. Tuttavia, tale trasformazione epocale porta con sé un contraccolpo: l’emergere della “massa” ha avuto un impatto negativo sulle strutture sociali, politiche e culturali.
La mancanza di un vero spirito critico e di un interesse per la cultura superiore insita nell’uomo massificato, secondo Ortega, ha portato a una standardizzazione dei gusti, una perdita di qualità nelle scelte politiche e sociali, e una sorta di appiattimento delle capacità individuali. Nel corso dei decenni, le critiche più frequenti a questa visione sono state quella di “elitismo”, “disprezzo per la massa”, “conservatorismo nostalgico”. Questi elementi non sono del tutto assenti dal discorso di Ortega, ma spesso sono stati utilizzati solo in chiave polemica, perdendo per strada alcune provocazioni preziose.
Una di queste è racchiusa in quest’altro brano del saggio: “La perfezione stessa con cui il secolo XIX ha dato un’organizzazione a certi ordini della vita, è la prima causa per cui le masse che ne beneficiano non siano disposte a considerarla come un’organizzazione, ma come «natura». In tal modo si spiega e si definisce l’assurdo stato d’animo che queste masse rivelano; non sono preoccupate se non del loro benessere, e, nello stesso tempo, non si sentono solidali con le cause di questo benessere. Siccome non vedono nei vantaggi della civiltà una scoperta e una costruzione prodigiosa, che soltanto si possono mantenere a costo di grandi sforzi e cautele, credono che la propria funzione si riduca a esigerli perentoriamente, come se fossero diritti nativi.
Nelle sommosse che la carestia provoca, le masse popolari cercano di procurarsi il pane, e il mezzo a cui ricorrono suole essere quello di distruggere i panifici. Questo può servire come simbolo del comportamento che, in più vaste e sottili proporzioni, usano le masse attuali di fronte alla civiltà che le nutre”. L’uomo della massa, allora, non è per forza il membro delle classi meno abbienti, ma l’individuo medio omologato, che può benissimo trovarsi anche nei ceti agiati, e che oggi esige per diritto un certo stock di “esperienze”.
Tra queste c’è una determinata soglia di comfort quotidiano, al di sotto della quale non si deve andare, ovviamente le vacanze invernali, quelle estive, cenare fuori, la chirurgia estetica, una certa varietà nell’abbigliamento, poter dire la propria opinione senza che un qualche “esperto” si permetta di contraddirmi, perché l’uomo-massa si proclama kantiano e dice di pensare con la propria testa.
Quanto i social abbiamo rinforzato questa dinamica lo si può solo intuire: attraverso il meccanismo mimetico che struttura nel profondo i nostri desideri, vedere il flusso costante sui nostri smartphone delle vacanze esclusive di quel tale o la settimana bianca di quell’altro, molto probabilmente ha intensificato la voglia di essere dentro quella vita cui assisto da spettatore e che però mi sembra così a portata di mano, anzi che deve essere tale, perché è un mio diritto. L’uomo-massa crede che determinate prestazioni della civiltà in cui vive siano “naturali”, avendo perso il contatto con lo sforzo artificiale e precario che le ha prodotte.
Pazienza, perciò, se quelle prestazioni la società me le dà in una versione da discount. Pazienza se le vacanze estive si fanno a debito (secondo IlSole24Ore, fino a ferragosto, i prestiti erogati agli italiani per le vacanze ammontavano a 250 milioni di euro). Pazienza se per avere il matrimonio o la comunione da favola consumo i risparmi degli ultimi dieci anni.
Pazienza se per avere un armadio vario acquistiamo capi di abbigliamento che costano troppo poco per non sospettare che i diritti di qualcuno, lungo la filiera, non siano stati rispettati. Pazienza se non abbiamo un’opinione pubblica all’altezza delle sfide odierne perché abbiamo incoraggiato lo spirito critico dimenticando che prima di avere un’opinione bisognerebbe faticare per farsene una con qualche lettura in più di due titoli, e che acconsentire al parere di chi ne sa più di te non è una ricaduta nel dogmatismo ma un atto interno al pensare. Pazienza se la giornata sulla neve è praticamente una sorta di domenica in un centro commerciale, da cui però hanno scoperchiato il tetto, con la stessa calca e la stessa frenesia.
Dicendo queste cose, probabilmente mi colloco tra i destinatari dell’accusa di classismo, lanciata da uno scrittore e comico napoletano in un video sui social, a quanti hanno espresso perplessità sullo sciame di turisti napoletani a Roccaraso e sul loro lascito di disordine e sporcizia. Tale comico si è spinto a dire che quelle persone stese sulla neve a banchettare erano “la meraviglia” e che quanti ne parlavano male erano invidiosi. Non è stato il solo a parlare di classismo.
Per tentare di difendere me stesso potrei citare le mie origini tutt’altro che nobili; potrei far riferimento al mio status economico assai normale. Non sarebbe del tutto corretto, perché si può essere classisti anche da poveri. Anzitutto, dico che le persone che per 20€ vanno a fare la gita in montagna meritano tutto il rispetto di questo mondo. Nessuno deve permettersi di denigrare qualcun altro in ragione del reddito. Nessuno deve inoltre permettersi di associare il basso reddito alla cultura, come se le persone con mezzi economici inferiori fossero anche di per sé più rozze.
Pensare questo è incivile. Detto ciò, è anche vero che probabilmente la forma più alta di classismo è la mitologizzazione del popolo compiuta attraverso l’utilizzo dell’insidiosissimo aggettivo “popolare”. Lo è perché consacrando come “meraviglioso”, “genuino”, “autentico”, ogni espressione “popolare” si imbastisce in fondo una narrazione conservatrice nel senso peggiore del termine.
Se è così meravigliosa e genuina la domenica sulla neve a 20 euro colazione inclusa, perché interrogarsi su come mai decine di migliaia di persone possono permettersi al massimo questo, al punto da intasare una montagna? Perché interrogarsi su cosa non funzioni in un territorio in cui migliaia di famiglie ad agosto si indebitano per andare al mare? Perché chiedersi come mai tante famiglie devono rinunciare a un po’ di decoro pur di passare una domenica diversa? Perché chiedersi chi guadagna e chi viene evidentemente sfruttato – forse inconsapevole dei propri stessi diritti – in una macchina organizzativa che riesce a offrire prezzi così stracciati? Perché domandarsi se un sistema economico in questo stato, sia davvero un’occasione per il popolo e non la sua eterna trappola?
Non sono queste domande che in fondo valgono per il nostro Paese, impigliato in una spirale di impoverimento da cui non riesce a uscire anche perché, anziché riformare il sistema, i governi erogano mancette per consentire a tutti di accedere alle esperienze che spettano di “diritto” all’uomo-massa? Ma no, lasciamo tutto così com’è, perché se no siamo classisti.
Qui non si tratta dell’episodio di Roccaraso. Questa è solo l’occasione per pensare al nostro rapporto con ciò che è “popolare” e a come, a volte in buona fede, a volte no, in realtà il classismo si nasconda negli amici del popolo, che lo amano così tanto che lo vorrebbero sempre immobile, felice nelle nostre piccole e sporche spiagge pubbliche, mentre nel costoso stabilimento accanto si sta comodissimi sui lettini.
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