


Il paradosso delle mobilitazioni occidentali per Gaza è tutto nell’assenza di una domanda: perché nessuno immagina una marcia per i diritti civili proprio nei territori e nei Paesi in cui quei diritti sono negati?
Dopo le navi della “Freedom Flotilla”, le tende universitarie e le piazze occidentali strabordanti di slogan, ci si stupisce. Correttamente. E si nota l’assenza di iniziative per i diritti civili in quei territori. Sui social ci si interroga.
La gente mormora. Un interrogativo legittimo che, se non ci si pone, ci si dovrebbe imporre: arriverà mai un giorno — un futuro, si spera, non troppo remoto — in cui qualcuno ci spiegherà la ragione oggettiva per cui un Gay Pride non venga organizzato, almeno una volta, in quei territori per cui in Occidente ci si straccia le vesti? Sarebbe un gesto di altissima solidarietà.
E se proprio oggi, magari a Gaza, fosse logisticamente impossibile, perché non optare per la Giordania? O perché non organizzare una marcia per i diritti civili in Cisgiordania, o perfino direttamente a Teheran? Potremmo anche intuire la scena: bandiere e rivendicazioni di genere sotto lo sguardo benevolo dei Guardiani della Rivoluzione.
Eppure, in questo dibattito si omette sistematicamente un dato giuridico e politico fondamentale: l’approccio di molti Paesi arabi e a maggioranza islamica alla Carta internazionale dei diritti umani nella sua formulazione universale, la Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU del 1948, rispetto alla quale nazioni come l’Arabia Saudita si astennero proprio per incompatibilità con i propri principi religiosi.
La loro dichiarazione dei diritti alternativa, ovvero la Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell’Islam, adottata nel 1990 dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica, accoglie ancora in pieno i dettami della Sharia, e la loro intera giurisprudenza si basa su di essa.
Nello specifico, gli articoli 24 e 25 della Dichiarazione del Cairo stabiliscono esplicitamente che tutti i diritti e le libertà sono soggetti alla legge islamica, rendendo la Sharia l’unica fonte di riferimento per l’interpretazione del documento.
Questo comporta la codificazione di tutte le subordinazioni legali e sociali verso la donna e l’applicazione di un sistema che, in Occidente, definiremmo senza esitazione “patriarcato” e aperta “violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e della donna”.
Le esecuzioni e le persecuzioni nella Repubblica islamica non sono un malinteso culturale, ma la prassi di un ordinamento teologico che non prevede l’uguaglianza dei generi o la libertà di orientamento sessuale.
E allora sorge spontanea la domanda: perché le organizzazioni umanitarie, i collettivi e i politici nostrani non si mobilitano per condannare queste violazioni strutturali con la stessa veemenza con cui difendono la causa palestinese?
La risposta è il vero elefante nella stanza. È infinitamente più comodo e sicuro sfilare per i propri diritti a Milano, Roma o Parigi, protetti dalle stesse istituzioni democratiche che spesso si mettono in discussione. Esigere diritti dove i diritti sono garantiti è un innocuo esercizio di stile; sventolare una bandiera arcobaleno a Gaza o a Teheran richiederebbe un coraggio che questa solidarietà a senso unico non possiede.
Accettare che l’applicazione letterale della Sharia sia strutturalmente incompatibile con i diritti civili occidentali significherebbe frantumare l’intero castello di carte dell’ipocrisia contemporanea. Ma fino a quel giorno di epifania, continueremo ad aspettare l’improbabile annuncio del primo “Gaza Pride”.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Anche nei Paesi guida baluardi nella lotta contro l’Occidente secondo certa sinistra “progressista” come Cina e Russia, non si segnalano disponibilità a tollerare certi eventi e certe pretese di diritti non appartenenti alla tradizione.
Ricordo quell’esilarante dibattito tra Rula Jebreal e Bill Maher: Can I be gay in Gaza? – Yes! – And live? – Yes! — Serissima e convinta mentre lo studio veniva giù dalle risate.