


La crisi di Ceuta non richiede regie occulte per essere spiegata. Dietro l’apertura del confine ci sono la rivalità tra Marocco e Algeria, il dossier del Sahara Occidentale e la vulnerabilità di un’Unione europea che affida a paesi terzi il controllo dei propri confini senza disporre di una politica estera comune.
Il 30 luglio 2026, in meno di ventiquattro ore, tra i 49.000 e i 60.000 migranti hanno attraversato il confine tra il Marocco e Ceuta, enclave spagnola in territorio africano e suolo dell’Unione europea a tutti gli effetti giuridici. Almeno 34 morti accertati nella traversata a nuoto. Il centro di permanenza temporanea sovraffollato al 2.400 per cento. L’esercito spagnolo mobilitato.
Chi in queste ore sta inseguendo i soliti complotti – Trump, Israele, la Palestina – dovrebbe prima informarsi sui precedenti utilizzi della frontiera marocchina ai danni della Spagna e dell’Unione europea. Il 2021 non è lontanissimo. E la sequenza degli eventi che ha preceduto la crisi del 30 luglio è documentata, verificabile e non richiede alcuna regia occulta per essere spiegata.
Le cause sono geopolitiche, economiche e strutturali. Vanno cercate ad Algeri, a Rabat e a Bruxelles, non a Washington o a Tel Aviv.
Le cause: Algeria, Marocco e il Fronte Polisario
Per capire cosa è successo a Ceuta bisogna guardare a quello che è successo dieci giorni prima, non a Washington o a Tel Aviv.
Il 20 luglio 2026, il premier spagnolo Pedro Sánchez si è recato ad Algeri per rilanciare i rapporti bilaterali con l’Algeria. I due paesi hanno annunciato una nuova fase delle relazioni, la riattivazione di un trattato di amicizia e un incremento delle importazioni di gas naturale attraverso il gasdotto Medgaz, che collega la città algerina di Béni Saf ad Almería, nel sud della Spagna.
L’Algeria è il primo fornitore di gas della Spagna: nell’ultimo anno ha fornito circa 107.000 gigawattora, pari al 34,1 per cento delle importazioni complessive spagnole. Un rapporto energetico che Madrid non può permettersi di perdere e che Sánchez stava evidentemente cercando di consolidare.
Per il Marocco, quella visita era un segnale inequivocabile. Algeria e Marocco sono rivali storici e il nodo centrale della loro rivalità è il Sahara Occidentale: Rabat rivendica la sovranità su quel territorio, Algeri sostiene il Fronte Polisario e il suo diritto all’autodeterminazione.
Il gasdotto Maghreb-Europa, che portava il gas algerino in Spagna attraverso il territorio marocchino, è chiuso dal 2021 proprio per la rottura tra i due paesi, con il Marocco che ha perso le relative royalties di transito. Ogni riavvicinamento spagnolo ad Algeri viene letto a Rabat come una minaccia diretta ai propri interessi strategici ed economici.
Tre giorni dopo la visita di Sánchez ad Algeri, la Commissione Giustizia del Congresso spagnolo ha approvato una proposta di legge che apre la strada alla concessione della cittadinanza ai sahrawi nati durante il periodo dell’amministrazione coloniale spagnola del Sahara Occidentale. Un secondo segnale, altrettanto difficile da equivocare per Rabat. Dieci giorni dopo, il confine di Ceuta era aperto.
Il meccanismo del ricatto: un copione già visto
Quello che è successo a Ceuta il 30 luglio non è una crisi improvvisa. È l’attivazione di un meccanismo che il Marocco conosce e pratica con precisione e che l’Unione europea conosce altrettanto bene senza aver trovato il modo di neutralizzarlo.
Nel maggio 2021, in risposta alla decisione della Spagna di ospitare Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, Rabat lasciò attraversare il confine di Ceuta a oltre 8.000 persone in due giorni. Il messaggio era chiaro: se ci contrariate sul Sahara Occidentale, vi mandiamo le persone che abbiamo a disposizione.
Madrid cedette, cambiò posizione sul dossier diplomatico e il confine si richiuse. Il Marocco ottenne quello che voleva senza dover formalizzare alcuna minaccia, senza dover firmare alcun documento, senza dover rispondere di alcunché davanti a nessun tribunale internazionale.
Nel luglio 2026, lo schema si ripete con numeri senza precedenti e con una precisione che rivela quanto il meccanismo sia stato affinato nel tempo. Le reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani – e plausibilmente gli apparati di sicurezza marocchini – erano a conoscenza di una sentenza della Corte Suprema spagnola pronunciata all’inizio di luglio, che stabiliva che i migranti che raggiungono Ceuta o Melilla via mare non possono essere immediatamente rimpatriati, ma devono essere accolti e avere la propria situazione individualmente valutata.
Migliaia di persone sono state spinte in acqua simultaneamente, sfruttando il fatto che il superamento del confine via mare attivava automaticamente le tutele previste dalla sentenza. Il confine fisico e quello giuridico sono stati usati come leve coordinate.
La ricattabilità strutturale dell’Unione europea
Il punto non è la coincidenza temporale tra la visita di Sánchez ad Algeri e l’apertura del confine. È il meccanismo strutturale che quella coincidenza rivela: la ricattabilità dell’Unione europea da parte dei paesi che presidiano le sue frontiere esterne.
Il Marocco e la Turchia allentano o restringono il controllo dei flussi migratori a seconda dei propri interessi, usando la frontiera come leva negoziale ogni volta che arriva il momento di una rinegoziazione o quando accade qualcosa che non gradiscono. Non è una teoria: è un meccanismo documentato, che si ripete con una regolarità che dovrebbe imbarazzare chi ancora si sorprende.
Mario Draghi definì Erdo?an un “dittatore necessario” proprio in virtù di questa dipendenza strutturale: l’Unione europea paga profumatamente Ankara e Rabat per tenere le frontiere sotto controllo e quegli stessi pagamenti diventano lo strumento del ricatto nel momento in cui le condizioni cambiano.
L’accordo con la Turchia del 2016 prevedeva 6 miliardi di euro in cambio della cooperazione nel controllo dei flussi migratori. Gli accordi con il Marocco nell’ambito del partenariato euromediterraneo superano i 5 miliardi di euro nel periodo 2021-2027.
In ciascuno di questi casi, l’Europa ha pagato per ottenere cooperazione senza costruire nessun meccanismo credibile per farla rispettare quando l’interlocutore decide di smettere di cooperare. Il risultato è un sistema in cui i paesi di confine dispongono di una leva permanente, sempre disponibile, sempre efficace.
Chi ha chiuso il confine
Chi loda la gestione spagnola della crisi dimentica un dettaglio non secondario. Non è stata Madrid a far rientrare i migranti. È stato il Marocco. Rabat ha aperto il rubinetto e lo ha richiuso quando ha ottenuto quello che voleva: quelle immagini di Ceuta in preda al panico erano il messaggio. La Spagna era il destinatario. L’Unione europea era il pubblico.
Sánchez ha dichiarato lo stato di emergenza, mandato l’esercito, parlato di “attacco alla sovranità territoriale della Spagna”. Ha convocato l’ambasciatore italiano per protestare contro la dichiarazione di Roma su Schengen. Ha pubblicato sui propri canali social i dati Frontex sugli ingressi irregolari in Europa per paese di transito, cercando di spostare l’attenzione sul fatto che attraverso l’Italia ne passano il doppio rispetto alla Spagna, dando però occasione ai propri avversari di ricordargli la sanatoria di quasi un milione di irregolari fatta di recente.
Poi, mentre Ceuta era ancora in stato di emergenza, ha pubblicato un video sorridente da Lanzarote con la sua playlist musicale estiva. Il messaggio implicito era chiaro: “A Ceuta ho risolto, torniamo alla normalità”. La playlist era un maldestro tentativo di chiudere la crisi del racconto: esattamente il tipo di operazione che funziona finché il Marocco non decide di riaprire il rubinetto.
Nessuna di queste mosse ha cambiato un fatto elementare: il confine si è richiuso quando Rabat ha deciso che si richiudesse, non quando Madrid ha deciso che la crisi era gestita.
La conferma più eloquente non viene dalle dichiarazioni dei governi, ma dai comportamenti dei migranti stessi. Decine di migliaia di persone avevano sfondato una frontiera europea affrontando il mare a nuoto e, nel giro di quarantotto ore, una parte consistente di loro si è tranquillamente avviata verso il rientro.
Il motivo è presto detto: Rabat aveva allentato i controlli facendo circolare la falsa voce che il confine fosse aperto. Quando i migranti hanno verificato sul posto che il passaggio verso l’Europa interna restava sigillato e che non vi era alcun supporto logistico, si sono ritirati. Il messaggio era stato recapitato.
Sostanzialmente, il flusso si è mosso in base agli impulsi informativi gestiti dal Marocco, non in base alle decisioni di Madrid.
La risposta italiana e il patto securitario che si logora
La risposta del governo italiano – la sospensione dello spazio Schengen con la Spagna nei collegamenti marittimi e aerei – è tecnicamente limitata, visto che Italia e Spagna non condividono confini terrestri. Ma è politicamente scaltra e i numeri lo confermano: ha raccolto il consenso di altri ventidue paesi dell’Unione, che hanno sottoscritto una lettera congiunta chiedendo la convocazione urgente di un vertice straordinario dei ministri dell’Interno.
Quando ventidue governi su ventisette si allineano in meno di quarantotto ore, la discussione su chi considera il problema migratorio una semplice percezione si chiude da sola.
La percezione, d’altra parte, non è un elemento secondario della politica. È il terreno su cui le democrazie perdono o guadagnano consenso. Ogni Stato democratico regge su un patto implicito con i propri cittadini: in cambio del rispetto delle leggi e del pagamento delle tasse, lo Stato garantisce sicurezza, ordine e controllo del territorio.
Quando quello Stato, o l’entità sovranazionale di cui fa parte, dimostra sistematicamente di non saper controllare i propri confini, di cedere ai ricatti di paesi terzi, di non avere strumenti efficaci per gestire flussi migratori di questa scala, quel patto si logora. Non si rompe in un giorno: si consuma progressivamente e le conseguenze politiche di quel logoramento sono già visibili in tutta Europa.
L’unica risposta possibile
La vera discussione che questo paese fatica ad aprire riguarda i mezzi necessari affinché l’UE smetta di essere lo zerbino delle superpotenze e dei loro satelliti di frontiera. La risposta ha un nome preciso: una politica estera unitaria.
Finché i ventisette Stati membri negozieranno separatamente con Rabat, Ankara e Tripoli, ciascuno con i propri interessi e le proprie vulnerabilità, il ricatto continuerà a funzionare. Perché funziona sempre, quando chi lo subisce non ha una risposta comune da opporre.
L’accordo con la Turchia del 2016 vale 6 miliardi di euro. Gli accordi con il Marocco superano i 5 miliardi nel periodo 2021-2027. In ciascun caso, l’Europa ha pagato per ottenere cooperazione senza costruire nessun meccanismo credibile per farla rispettare quando l’interlocutore decide di smettere di cooperare.
Il risultato è un sistema in cui i paesi di confine dispongono di una leva permanente, sempre disponibile, sempre efficace. Finché l’Europa continuerà a negoziare da ventisette posizioni diverse invece che da una sola, casi come Ceuta saranno all’ordine del giorno.
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Il parallelo Marocco – Turchia è perfetto: d’Andrea ha ricordato l’accordo Turchia – UE del 2016, consegurnza di una scellerata iniziativa della Merkel, che in pochissimi giorni riuscì ad imporlo non solo alla UE, ma anche alla NATO. Quest’ultima avviò una quanto mai improvvida e soprattutto inutile operazione navale impiegando la SNMG2 dinanzinalle coste dell’Anatolia; oprrazione navale che non entrò mai in fase completa, limitata dai veti turchi, guarda caso nelle aree prospircienti le coste turche, da cui partivano i flussi migratori. In un colpo solo, grazie alla Merkel sotto ricatto finirono contemporaneamente la UE e la NATO, per un interesse politico tedesco di tenersi buona la numerosissima comunità turca. E ricordo benissimo, per averla vissuta in prima persona, anche la minaccia di Erdogan “attenti, altrimenti apro e chiudo il rubinetto!”.
Una considerazione ulteriore potrebbe però essere fatta e concerne la tanto auspicata politica estera comune: dal dire al fare ne passa. In altri termini, la debolezza intrinseca dell’Europa consegue direttamente da una congerie di diversità, esigenze, interessi che discendono purtroppo da secoli di storia, sin troppo spesso sanguinosa. E sebbene non abbia alcun dubbio che a ciò si debba tendere, superare gli ostacoli sarà secondo me estremamente difficile, in primis per la grave mancanza di statisti, ovvero di politici illuminati.