
Oggi, 8 marzo, un sondaggio internazionale ha portato alla luce un dato che merita attenzione.
La ricerca, realizzata da Ipsos insieme al Global Institute for Women’s Leadership del King’s College London, ha coinvolto circa 23 mila intervistati in 29 paesi e misura le opinioni sull’uguaglianza di genere nelle diverse generazioni.
Il risultato che ha attirato maggiore attenzione è questo: il 31 per cento degli uomini appartenenti alla cosiddetta Generazione Z (più o meno tra i 15 e i 30 anni) concorda con l’affermazione secondo cui una moglie dovrebbe sempre obbedire al marito. Un dato simile emerge anche su un’altra domanda: il 33 per cento ritiene che, nelle decisioni importanti della famiglia, l’ultima parola debba spettare all’uomo.
Prima di discutere il significato culturale di questi numeri conviene però guardare al modo in cui sono stati raccolti. Si tratta di un’indagine di opinione online realizzata attraverso la piattaforma Ipsos Global Advisor. I campioni nazionali sono composti in genere da circa mille persone per paese.
Come ha osservato il biologo Enrico Bucci sul Foglio del 6 marzo, nei paesi ad alto reddito — come Stati Uniti, Regno Unito o Australia — questi campioni sono progettati per essere rappresentativi della popolazione adulta. Nei paesi a reddito medio o basso, invece, la situazione è diversa: il sondaggio rappresenta soprattutto la parte della popolazione che ha accesso a internet e livelli di istruzione medio-alti, la popolazione “connessa”.
È un limite metodologico che va segnalato perché aiuta a comprendere meglio l’esito del sondaggio. In questi contesti i risultati non descrivono l’intera società ma soprattutto i segmenti più urbanizzati, istruiti e digitalmente integrati.
Questo limite, però, non riduce necessariamente la portata del dato; anzi potrebbe suggerire il contrario. In molti paesi le fasce urbane e istruite tendono ad avere opinioni più egualitarie rispetto alla media nazionale. Se anche all’interno di questi gruppi una quota significativa di giovani uomini accetta l’idea di una gerarchia coniugale, è plausibile che nella popolazione complessiva tali atteggiamenti siano ancora più diffusi.
Una volta considerati questi aspetti, emerge il vero elemento sorprendente della ricerca: il confronto tra generazioni. Gli uomini cresciuti negli anni cinquanta e sessanta — quando molte conquiste dell’uguaglianza erano ancora incomplete — oggi esprimono livelli molto più bassi di adesione all’idea di obbedienza coniugale. Tra i baby boomer la percentuale scende a circa il 13 per cento.
Il paradosso è evidente. I ventenni di oggi sono cresciuti in società che proclamano l’uguaglianza tra uomini e donne come principio fondamentale dell’ordine democratico. La parità di genere è diventata una norma istituzionale, un linguaggio pubblico, una presenza costante nel discorso politico e culturale. Eppure proprio tra questi giovani sembra riemergere con maggiore frequenza una visione gerarchica dei rapporti tra i sessi.
Fenomeni analoghi si osservano anche in altri ambiti. Diversi sondaggi internazionali mostrano che tra i giovani occidentali il sostegno alla democrazia è un po’ meno solido di quello dei loro genitori.
Un’indagine YouGov realizzata nel 2025 per la TUI Foundation, su oltre seimila giovani europei tra i 16 e i 26 anni, mostra che il 57 per cento considera la democrazia la forma di governo preferibile. Tuttavia il 21 per cento dichiara che, in determinate circostanze, sarebbe disposto ad accettare un regime autoritario.
Come sembrano indicare anche altri studi, nelle società occidentali le generazioni più giovani, pur mantenendo nel complesso una preferenza quantitativamente marcata per la democrazia, mostrano livelli leggermente inferiori di attaccamento normativo ad essa, una sfiducia nelle istituzioni che la incarnano e una maggiore tolleranza verso soluzioni politiche autoritarie.
Pure sul piano politico emergono segnali che vanno nella stessa direzione. In diversi paesi europei, negli ultimi anni, i partiti della destra radicale hanno migliorato i loro risultati tra gli elettori più giovani. Certo è falso e rozzo concluderne che le nuove generazioni siano di estrema destra: la maggioranza dei giovani continua a non sostenere queste formazioni.
Tuttavia il fenomeno indica che una parte di essi appare più disponibile ad ascoltare retoriche che si presentano come una sfida all’ordine politico liberaldemocratico, magari non necessariamente perché tali proposte risultino particolarmente convincenti sul piano teorico, ma perché offrono l’impressione di rompere un linguaggio pubblico percepito da alcuni come eccessivamente rituale o prescrittivo.
Anche il rapporto con la memoria storica — in particolare quella della Shoah e delle dittature del Novecento — appare spesso più fragile e superficiale di quanto si immagini. Non si tratta necessariamente di revisionismo consapevole, ma piuttosto di distanza, di indifferenza, talvolta di incomprensione.
Un sondaggio realizzato nel 2020 dalla Claims Conference sugli americani tra i 18 e i 39 anni ha mostrato che il 63 per cento non sa che sei milioni di ebrei furono uccisi nella Shoah e quasi la metà non è in grado di nominare un solo campo di concentramento.
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I risultati non indicano necessariamente negazionismo, ma segnalano perlomeno una conoscenza storica approssimativa, che lascia margini per la manipolazione del passato ai propagandisti di oggi.
Anche altre indagini europee riportano risultati analoghi: un sondaggio commissionato dalla CNN americana a ComRes, effettuato nel 2018 su un campione rappresentativo di 7 mila persone di 7 paesi (Austria, Francia, Germania, Inghilterra, Ungheria, Polonia e Svezia), rivelò che un terzo dei cittadini europei sapeva poco o niente dell’Olocausto.
Un vero paradosso, dal momento che la Shoah è probabilmente l’evento più commemorato della storia europea negli ultimi decenni.
È possibile che questi fenomeni abbiano una radice comune? A mio avviso possiamo avanzare questa ipotesi, che non pretende di spiegare tutto ma di affiancarsi ad altre concause.
Negli ultimi decenni le società occidentali hanno progressivamente trasformato alcuni dei loro valori fondamentali — l’uguaglianza tra i sessi, l’antifascismo, la memoria delle persecuzioni, i diritti civili — in una sorta di grammatica morale obbligatoria e vuota.
Sono diventati principi che si celebrano, si commemorano, si affermano pubblicamente con grande sicurezza. Ma proprio questa trasformazione rischia di averne indebolito la forza culturale: a furia di celebrare abbiamo smesso di studiare.
Studiare significa riflettere, contraddire, approfondire, cercare le ambiguità, abitare le sfumature, sopportare i tentativi di confutazione anche delle verità più sacre.
Un’idea, quando non è più contendibile ma solo celebrata, smette di essere interessante e di essere percepita come essenziale.
Questo non significa, naturalmente, che valori come l’uguaglianza tra uomini e donne, la democrazia o la lotta all’antisemitismo debbano essere rimessi in discussione nel loro principio.
Significa piuttosto che, quando tali valori vengono sviluppati in prassi puramente celebrative o peggio autocelebrative, in brand etici buoni per posizionarsi tra i virtuosi nel dibattito pubblico o per esercitare una pressione critica verso chi sembra non conformarsi fin nei dettagli al codice normativo rigidamente sorvegliato, il dibattito si sposta dal merito delle idee alla correttezza delle formule.
Da qui segue spesso che i principi suddetti vengano legati a un insieme di posizioni ulteriori, spesso più controverse, e presentati come un pacchetto indivisibile.
In questo modo il dissenso su singole questioni — per esempio sul modo in cui gestire spazi separati per sesso, o su alcune politiche legate all’identità di genere — rischia di essere interpretato come un rifiuto del principio in sé.
Ma quando il disaccordo su problemi specifici viene trattato come una colpa morale, il risultato può essere paradossale: invece di rafforzare una causa, la si espone al rischio di essere respinta insieme alle sue appendici più contestate.
Si discute meno delle ragioni storiche e politiche dell’uguaglianza e di più della conformità a un determinato gergo e a una determinata prassi: dall’uso di certe forme grammaticali inclusive alla legittimità di determinate espressioni o categorie.
In questi casi il dissenso non appare come una posizione da confutare, ma come una deviazione da correggere.
Le idee che sostengono le democrazie liberali non sono nate come slogan morali. Sono il risultato di processi storici complessi, di conflitti politici, di tragedie e di elaborazioni intellettuali profonde.
L’uguaglianza tra uomini e donne, per esempio, non è un semplice principio astratto: è il prodotto di lotte sociali, mutamenti economici, trasformazioni del diritto di famiglia, dibattiti filosofici e culturali che attraversano due secoli di storia europea.
Quando queste radici vengono dimenticate, il principio rimane ma perde spessore. Diventa una formula giusta, ma non più necessariamente compresa.
Può arrivare ad essere percepito persino come opprimente, se delle vestali della “moralità antifascista” lo sequestrano, mettendo i sigilli al libro delle interpretazioni.
È qui che entra in gioco quella che potremmo chiamare la tentazione del progressismo assertivo.
Invece di spiegare e discutere le ragioni storiche e filosofiche dei valori democratici, spesso ci si è limitati ad affermarli come evidenze morali indiscutibili.
Chi li mette in dubbio o, per essere precisi, tenta di discutere la forma della loro pubblica proclamazione, viene percepito non come un interlocutore da convincere o un critico col quale fare i conti, ma come qualcuno da correggere o da sanzionare simbolicamente.
Il progressismo ortopedico ha trasformato molte buone cause in una dottrina da imparare, senza poter separare il bambino dall’acqua sporca, il grano dal loglio.
Tale progressismo ortopedico, tanto intellettualmente poco produttivo quanto molto attivo sul piano del movimentismo culturale, non ha mai capito che la fatica di fondare ciò che si dice è la vera forza di ogni battaglia culturale.
Il risultato di tale atteggiamento è stato un linguaggio sempre più rituale. Le parole restano, ma il loro contenuto si impoverisce.
I valori diventano formule da ripetere correttamente, non idee da comprendere e difendere, perché il dibattito ai margini è impedito oppure ostacolato.
Ed è ai margini del dibattito legittimo che finiscono spesso coloro che condividono il principio ma non tutte le sue formulazioni rituali, troppo radicali, caricaturali.
In questo processo nasce inevitabilmente una sorta di clero laico: una piccola élite culturale incaricata di custodire il linguaggio legittimo e di sorvegliare i confini del discorso pubblico.
Come accade in ogni catechismo, il problema principale non è tanto ciò che si crede, ma il modo corretto di dirlo.
Ma i catechismi hanno sempre prodotto anche il loro contrario.
Quando le idee vengono percepite come dogmi imposti dall’alto, la reazione più facile non è lo studio critico ma la provocazione. Il gesto di negazione diventa una forma di ribellione culturale.
In questo clima la retorica reazionaria trova uno spazio inatteso: non perché sia particolarmente convincente, ma perché appare come l’unica voce che sfida un sistema di formule obbligatorie.
È possibile che una parte della regressione culturale osservata tra i giovani nasca anche da questa dinamica.
Non necessariamente da una convinta adesione al patriarcato o all’autoritarismo, ma dalla percezione che il discorso progressista contemporaneo sia diventato un frasario rituale, separato dalla complessità della storia e della realtà.
Se questa ipotesi contiene almeno una parte di verità, allora il problema non si risolve con un aumento delle celebrazioni o con un ulteriore irrigidimento moralistico. La risposta dovrebbe essere esattamente opposta.
Forse aiuterebbe tornare allo studio. Alla storia delle idee. Alla comprensione delle ragioni profonde per cui le società democratiche hanno costruito nel tempo istituzioni fondate sull’uguaglianza e sulla libertà.
Certi valori non sopravvivono perché vengono proclamati, ma perché qualcuno continua a capirli.
E per capirli devi rischiare di perderli: a dispetto di ciò che sembra, il grande santo e il grande eretico sono molto vicini, perché l’uno e l’altro lottano con tutta la forza che hanno per capire, vivere ed esporre ciò che vedono sia la verità. In mezzo c’è la mediocrità dell’abitudine che si lascia trascinare.
Per questo possiamo parlare del fascismo a scuola e poi i giovanissimi possono dirsi favorevoli a momentanee sospensioni della democrazia; possiamo parlare dell’uguaglianza di genere e avere ragazzi più retrogradi dei loro padri; parlare di antisemitismo e poi avere studenti che replicano slogan che inneggiano alla cancellazione di Israele, senza rendersi conto di cosa gridano.
Quando smettiamo di disputare, restano solo le formule. E le formule, prima o poi, smettono di convincere.
Avere ragione non basta: bisogna dare ragione, per poi, forse, poterla ricevere.

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