di Federica Matteoni, Berlino
Il silenzio di gran parte del femminismo occidentale sulle violenze subite da donne israeliane durante il massacro del 7 ottobre non è solo moralmente scandaloso, ma anche estremamente pericoloso, per tutte le donne.
Non è un 8 marzo come tutti gli altri, quello che si celebra oggi. Come tutti gli anni anche oggi molte persone scenderanno in piazza oggi, nella Giornata Internazionale della Donna, in tutto il mondo.
Ci verrà ricordato, giustamente, che ci troviamo in tempi di guerra e come le guerre si combattono anche sui corpi delle donne, di come gli stupri siano da considerare a crimini di guerra a tutti gli effetti.
Sono verità purtroppo non nuove, ma quest’anno qualcosa di nuovo c’è. Il caso in questione riguarda Israele e le donne israeliane vittime di brutali violenze sessuali durante il massacro compiuto dai terroristi Hamas il 7 ottobre 2023. Alcune di loro sono sopravvissute, molte altre no. Altre ancora si trovano tuttora nelle mani dei loro aguzzini e continuano a subire abusi sessuali, come dimostrano i numerosi resoconti delle donne rapite che nel frattempo sono state liberate.
Una spaccatura attraversa il femminismo occidentale dal 7 ottobre 2023. È iniziata nei giorni immediatamente successivi al massacro con numerose dichiarazioni di “progressisti” sui social media in cui il mortale attacco terroristico veniva celebrato come un “atto di resistenza” dei palestinesi contro la “potenza coloniale” israeliana, non solo dagli apologeti radicali di Hamas.
Domenica scorsa è stata persino la filosofa Judith Butler, icona del femminismo queer, a parlare di “rivolta” in relazione al 7 ottobre, durante evento organizzato dal gruppo post-coloniale “Paroles d’Honneur” alla periferia di Parigi. Secondo Butler si possono avere opinioni diverse su Hamas, ma “la rivolta del 7 ottobre è stata un atto di resistenza armata. Non un attacco terroristico e non un attacco antisemita”, ha detto la filosofa, concedendo poi, di sfuggita di “non aver gradito” l’attacco di Hamas.
Il tono non è molto diverso da quello di molti commenti di di molti gruppi e persone di sinistra nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre 2023, nei quali veniva sfoggiato un evidente un atteggiamento di indifferenza e assenza totale di empatia nei confronti delle vittime israeliane. Questo atteggiamento si è fatto sempre più chiaro dopo l’inizio dell’offensiva militare dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza in risposta all’attacco terroristico e con il conseguente peggioramento della situazione umanitaria a Gaza. Dopo il 7 ottobre a Israele non è stato permesso di rimanere vittima nemmeno per un secondo: è tornato immediatamente a essere carnefice.
Il modo in cui molti gruppi femministi occidentali hanno reagito al massacro di Hamas ha reso dolorosamente evidente che il consenso femminista sul fatto che lo stupro sia un crimine di guerra, indipendentemente da chi venga perpetrato e su chi lo subisca, è finito con il pogrom del 7 ottobre. Come altro interpretare i commenti di attiviste e sedicenti femministe che hanno dichiarato “non credibili” le prime denunce di violenza sessuale del 7 ottobre o hanno chiesto “prove” di queste violenze. Anche Judith Butler ha ripetuto domenica scorsa la richiesta di prove dello stupro delle donne israeliane: “Se ci sono o meno prove per le accuse di stupro delle donne israeliane? Ok, se ci sono prove, allora ce ne rammarichiamo, ma vogliamo vedere quelle prove”.
Dov´è la campagna internazionale delle attiviste per i diritti delle donne?
“Perché le femministe tacciono su stupri e omicidi?”. Se lo chiede anche la giornalista statunitense Bari Weiss. In un video ricorda come 10 anni fa un atto di estrema violenza contro giovani donne abbia scatenato una campagna mondiale che coinvolse note personalità della politica, della cultura e dello spettacolo. Era l’aprile 2014 e il mondo inorridiva di fronte al rapimento e agli abusi subiti da 276 ragazze vittime della milizia islamista nigeriana Boko Haram. Dall’allora First Lady Michelle Obama a Oprah Winfrey e Malala Yousafzai, da Kim Kardashian a Angelina Jolie: nel giro di pochi giorni, molte donne influenti in tutto il mondo espressero con forza il loro sdegno per questo atto di brutale violenza, chiedendo la liberazione delle ragazze attraverso l’hashtag “Bring back our girls”. Quelle donne, dice Weiss, “sapevano di avere un pubblico, una piattaforma (…) sapevano di poter raggiungere un gran numero di persone e attirare l’attenzione mondiale su questo crimine”.
Quasi dieci anni dopo, Israele, 7 ottobre 2023. Anche qui un gruppo militante islamista ha abusato, rapito e ucciso decine di donne – ma dov’era la campagna internazionale delle attiviste per i diritti delle donne? Nessun hashtag di tendenza, solo silenzio, osserva Weiss. Silenzio nel migliore dei casi, si potrebbe aggiungere. Perché dopo la pubblicazione dei primi rapporti dettagliati che documentavano le violenze sessuali perpetrate da Hamas sulla base dei racconti delle sopravvissute, ci sono state numerose dichiarazioni da parte della comunità progressista e femminista che mettevano in discussione queste violenze, diffamandole come “propaganda della potenza coloniale israeliana”. Ma non solo: ci si è spinti anche a prendersi gioco di donne israeliane che dopo essere state liberate da Hamas hanno il coraggio di raccontare ai media di cosa avessero subito in settimane di prigionia.
Non molto meglio del silenzio, dei dubbi e della messa in ridicolo è stata la reazione al rallentatore delle Nazioni Unite, che hanno impiegato ben 55 giorni prima di condannare per la prima volte le violenze sessuali contro le donne israeliane. La scorsa settimana, quasi cinque mesi dopo il massacro, l´Onu ha dichiarato in un rapporto gli stupri da parte di Hamas quantomeno “probabili”.
Il silenzio assordante del movimento MeeToo sulle donne israeliane
L’8 marzo 2024 non è una Festa della Donna come le altre. È un giorno in cui, dopo molti dibattiti, ci rendiamo conto che alcune donne vittime di crimini orribili non vengono riconosciute come tali, proprio da parte di quella comunità che ha usato per anni lo slogan “believe all women” (credete a tutte le donne). Dopo che film, ricerche giornalistiche e rapporti hanno documentato la violenza degli uomini di Hamas nel giorno del massacro, le donne israeliane vengono credute solo con riserva. Poiché sono israeliane, ed ebree, sono viste principalmente come simboli dello Stato di Israele e non più come individui. Questa proiezione è una disumanizzazione che non è meno ripugnante degli atti di violenza che queste donne hanno dovuto subire. Il relativismo degli amici della Palestina, accecati dall´ideologia non è solo moralmente scandaloso, ma anche estremamente pericoloso. Perché dimostra come parte dei movimenti “progressisti” occidentali oggi non sia in grado di riconoscere l’islamismo per l’ideologia misogina che è – un’ideologia che minaccia la vita di molte donne in tutto il mondo.
Il silenzio assordante del movimento MeToo dopo il 7 ottobre passerà alla storia come uno scandalo nel femminismo occidentale. C´è da sperarlo, perché forse le generazioni future impareranno qualcosa da questo:. E cioè che i diritti umani sono universali e non si applicano solo a coloro che gruppetti di studenti occidentali allergici ai pronomi hanno dichiarato essere una minoranza etnica “colonizzata”.
In molti scenderanno in piazza l´8 marzo per chiedere la fine del “genocidio” e del cessate il fuoco a Gaza. E´ la pace di chi ha celebrato il 7 ottobre come una “rivolta”, anche di fronte alle orribili immagini di ragazze e donne abusate, violentate, uccise e rapite? E allora non puó essere una pace “femminista”. Un femminismo che ha abbandonato il suo approccio universalistico e distingue tra vittime “buone” e “cattive” per ragioni ideologiche, un femminismo con due pesi e due misure, è una vergogna.
“Sciopero transfemminista” con la bandiera della Palestina: quando la violenza patriarcale diventa ideologia
Oggi questo sedicente femminismo, rappresentato dal gruppo “non una di meno” si autocelebra con uno “sciopero transfemminista contro la violenza patriarcale”. Sul manifesto, la bandiera palestinese. Come se la violenza patriarcale fosse un problema solo per le donne palestinesi. Come se a esercitarla fosse solo, di nuovo, Israele. Questo femminismo selettivo è una deliberata presa in giro non solo delle vittime del 7 ottobre, ma anche e di tutte le donne vittime dell´odio misogino fanatico religioso e nemico della libertà – che siano a Gaza, in Iran, in Afghanistan o in alcuni quartieri delle metropoli europee.
Oggi, quest’articolo è stato pubblicato in tedesco sul Berliner Zeitung
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???questo articolo ha espresso appieno ciò che penso e ciò che sento. Per me è stato un 8 marzo molto triste. Grazie
Purtroppo anche i movimenti femministi sono diventati casse di risonanza politicizzate, antioccidentali ma soprattutto antisemite! Si potrebbe dire che non c’è limite al peggio ma la speranza è sempre l’ultima a morire, lo dimostra questo articolo, scritto da una donna, una giornalista che dice ciò che è giusto e tira una legnata sui denti a chi di dovere!! Grazie di esserci