


Il 7 luglio 2005 quattro jihadisti britannici colpirono Londra nel cuore della sua quotidianità: tre esplosioni nella metropolitana e una su un autobus. Cinquantadue morti e oltre settecento feriti: una strage compiuta in nome dell’ideologia jihadista e poi spesso rimossa da una società incapace di guardare fino in fondo dentro quell’abisso.
È la mattina del 7 luglio 2005. Londra sta ancora celebrando la vittoria per le Olimpiadi del 2012 quando quattro jihadisti islamici britannici si mettono in marcia per portare l’inferno nella capitale.
Mohammad Sidique Khan, 30 anni, di origine pakistana, barba corta, sguardo serio e determinato, è il capo della cellula. Seguono Shehzad Tanweer, 22 anni, fisico atletico, espressione fredda; Germaine Lindsay, 19 anni, convertito all’islam nato in Giamaica, berretto scuro calcato sulla testa; e Hasib Hussain, 18 anni, viso ancora acerbo ma già segnato dai pensieri tenebrosi di un terrorista.
Nelle prime ore del mattino lasciano Leeds a bordo di una Nissan Micra azzurra. Nel bagagliaio, cinque zaini neri carichi di morte: esplosivi artigianali fatti con perossido di idrogeno concentrato e pepe, mescolati in una vasca da bagno nell’appartamento di Alexandra Grove, a Leeds, trasformato in fabbrica di bombe per la jihad.
Le telecamere li riprendono al distributore di Woodall, sulla M1: comprano snack come normali ragazzi in gita. Ma quegli zaini pesano troppo. Arrivano a Luton poco dopo le 6.50. Lindsay li aspetta.
Alle 7.15 entrano insieme nella stazione. Le telecamere di sorveglianza li immortalano esattamente alle 7.21: quattro figure dall’aspetto ordinario — jeans, magliette, scarpe da ginnastica — ma con zaini enormi che contengono la distruzione. Khan con il berretto chiaro, Lindsay con quello scuro. Sembrano diretti in campeggio. Nessuno li ferma.
Salgono sul Thameslink per King’s Cross. Durante il viaggio pregano in silenzio, chiedendo ad Allah di accogliere il loro sacrificio come martiri della jihad. Arrivano alle 8.23 circa. Le telecamere li riprendono sulla banchina: si abbracciano stretti, euforici, felici. Sanno che non si rivedranno più in questa vita. Poi si separano, ognuno con il proprio zaino mortale, diretto verso il bersaglio.
Khan sale sulla Circle Line ovest verso Edgware Road.
Tanweer prende la Circle Line est verso Aldgate.
Lindsay scende sulla Piccadilly Line sud, il treno più affollato.
Hussain esita, vaga per King’s Cross, entra in un Boots alle 9.00, poi sale sull’autobus 30.
Sono le 8.49-8.50. Tre esplosioni quasi simultanee squarciano la metropolitana. Sul treno di Tanweer, tra Liverpool Street e Aldgate, un lampo bianco accecante, un boato devastante. L’esplosivo si espande in una sfera di fuoco e schegge. Il corpo di Tanweer viene fatto a pezzi. Otto passeggeri muoiono all’istante.
Il vagone diventa un mattatoio: arti staccati che volano, sangue che schizza sulle pareti, fumo denso, odore insopportabile di carne bruciata ed esplosivo. I sopravvissuti urlano nel buio del tunnel. Una testimone racconta di aver visto «solo fumo, corpi a terra, gente che gemeva agonizzando». Qualcuno striscia tra pezzi di carne umana per cercare una via d’uscita.
Pochi secondi dopo, sul treno di Khan verso Edgware Road, si ripete lo stesso orrore. Sei passeggeri muoiono sul colpo, oltre al jihadista. Il pavimento si squarcia, i sedili volano, i corpi vengono sbalzati violentemente. I sopravvissuti descrivono facce nere di fuliggine e sangue, gambe e braccia staccate, l’odore della morte che riempie l’aria irrespirabile. Le urla dei morenti echeggiano nel tunnel come un lamento infernale.
Il più letale è l’attentato di Lindsay sulla Piccadilly Line, tra King’s Cross e Russell Square. Muoiono ventisette persone, compreso il kamikaze. Il tunnel profondo concentra tutta la forza dell’esplosione: il vagone si deforma, il pavimento cede, i corpi vengono dilaniati in modo ancora più brutale.
I sopravvissuti parlano di «un lampo arancione, poi buio totale, urla che non finiscono mai». Una donna perde entrambe le gambe. Un uomo vede il proprio piede girato all’indietro. Intorno, «braccia, gambe, pezzi di corpi sparsi ovunque, sangue che scorre come un fiume». La gente prega, chiama aiuto, muore tra sofferenze atroci nel buio pesto e nel fumo tossico.
Intanto Hussain sale sull’autobus numero 30 in Tavistock Square alle 9.47. L’esplosione sul piano superiore strappa via il tetto come fosse carta, sbriciola la parte posteriore, fa volare pezzi dell’autobus e carte ovunque. Il corpo del diciottenne jihadista viene visto letteralmente esplodere. Tredici passeggeri muoiono sul colpo, oltre al kamikaze. I corpi vengono sbalzati fuori dal veicolo, mutilati e carbonizzati.
Il numero esatto delle vittime viene annunciato con ritardo proprio perché, all’inizio, molti corpi sono così danneggiati da risultare irriconoscibili.
Londra precipita nel terrore. Metropolitana bloccata, stazioni evacuate nel caos, ospedali invasi da feriti con amputazioni, ustioni gravissime, traumi. I soccorritori lavorano tra urla, sangue e odore di morte.
Le indagini partono subito. Le telecamere di sorveglianza sono decisive. In pochi giorni la polizia risale a Luton, poi a Leeds. Il 13 luglio identifica i quattro: Khan, Tanweer, Lindsay e Hussain.
Il DNA conferma che i corpi fatti a pezzi nelle esplosioni sono proprio loro. Gli investigatori scoprono l’appartamento di Alexandra Grove: la vasca ancora sporca dei residui degli esplosivi a base di perossido di idrogeno e pepe. Trovano componenti di bombe, tracce di radicalizzazione islamica. Tutti e quattro erano “cleanskins”, sconosciuti ai servizi di sicurezza.
Poi emergono i videotape di martirio, diffusi da Al Jazeera e collegati alla propaganda di al-Qaeda.
Nel primo, Mohammad Sidique Khan, con la barba, la kefiah a scacchi e lo sguardo intenso e fanatico, dichiara testualmente:
«Io e migliaia come me stiamo rinunciando a tutto per ciò in cui crediamo. La nostra spinta e motivazione non provengono da beni tangibili che questo mondo ha da offrire. La nostra religione è l’Islam, obbedienza all’unico vero Dio e seguire le orme dell’ultimo profeta messaggero. I vostri governi eletti democraticamente perpetrano continuamente atrocità contro il mio popolo in tutto il mondo. E il vostro sostegno a loro vi rende direttamente responsabili, proprio come io sono direttamente responsabile per proteggere e vendicare i miei fratelli e sorelle musulmani. Fino a quando non sentiremo sicurezza, voi sarete i nostri bersagli e, fino a quando non fermerete il bombardamento, l’avvelenamento con gas, l’imprigionamento e la tortura del mio popolo, non fermeremo questa lotta. Siamo in guerra e io sono un soldato. Ora anche voi assaggerete la realtà di questa situazione.»
Poi aggiunge, pregando:
«…Io stesso, io stesso, faccio dua (prego) ad Allah… di innalzarmi fra coloro che amo come i profeti, i messaggeri, i martiri e gli eroi di oggi, come il nostro amato sceicco Osama bin Laden, il dottor Ayman al-Zawahiri e Abu Musab al-Zarqawi, e tutti gli altri fratelli e sorelle che combattono in questa causa.»
Un anno dopo, il 6 luglio 2006, viene diffuso il videotape di Shehzad Tanweer:
«Il vostro governo ha sostenuto apertamente il genocidio di oltre 150.000 musulmani innocenti a Falluja… Avete offerto sostegno finanziario e militare agli Stati Uniti e a Israele nel massacro dei nostri bambini in Palestina. Siete direttamente responsabili dei problemi in Palestina, Afghanistan e Iraq fino a oggi. Avete dichiarato apertamente guerra all’Islam e siete i precursori della crociata contro i musulmani… Quello che avete visto ora è solo l’inizio di una serie di attentati che continueranno e diventeranno più forti finché non ritirerete le vostre forze dall’Afghanistan e dall’Iraq. E finché non fermerete il vostro sostegno finanziario e militare all’America e a Israele.»
Tanweer sostiene che i non musulmani in Gran Bretagna meritano questi attacchi perché hanno votato per un governo che «continua a opprimere le nostre madri, i nostri figli, i nostri fratelli e le nostre sorelle in Palestina, Afghanistan, Iraq e Cecenia».
Sono dichiarazioni di guerra santa islamica, jihad contro gli infedeli, glorificazione del martirio e del terrore in nome di Allah. Khan definisce sé stesso “soldato” e indica come eroi bin Laden, Zawahiri e Zarqawi. I quattro jihadisti si consideravano martiri che vendicavano i “fratelli musulmani” con il sangue degli innocenti.
Le indagini confermarono i legami con la rete jihadista globale: viaggi in Pakistan per addestramento, contatti con figure di al-Qaeda. I processi successivi contro complici e associati portarono a condanne per reati terroristici. Ma i quattro esecutori erano già morti, fatti a pezzi dalle loro stesse bombe nel nome dell’islam radicale e della jihad.
Quella mattina del 7 luglio 2005, quattro giovani uomini dall’aspetto del tutto ordinario — ripresi chiaramente dalle telecamere con i loro zaini pesanti, i berretti e le facce comuni — hanno trasformato la metropolitana e un autobus di Londra in camere di tortura e morte.
Hanno agito spinti dall’ideologia jihadista islamica che predica l’odio verso gli infedeli, la glorificazione della morte in nome di Allah e la legittimità di massacrare civili per vendetta religiosa. L’orrore è durato pochi secondi per le vittime, ma le immagini dei corpi dilaniati, del sangue ovunque, delle urla dei morenti e dell’odore insopportabile della morte restano impresse per sempre.
Cinquantadue morti e più di settecento feriti in nome di Allah. Un brutale attacco che getterà la capitale, e poi tutto il Regno Unito, prima nel terrore e poi nella negazione: meccanismo di difesa psicologico di fronte a un problema che, evidentemente, non si ha la forza e l’onestà di affrontare.
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1 ha pensato a “7 luglio 2005. Quattro kamikaze a Londra e 56 morti in nome della Jihad”