Sono avverso, per natura e formazione, al massimalismo. E continuo a pensare che annunciare una controffensiva vittoriosa, capace di liberare i territori ucraini dagli invasori russi sia stato un terribile errore dettato da un approccio “massimalista”. Un errore militare ma soprattutto di Comunicazione. Il fallimento, per molti versi prevedibile, ha ridato ai russi un vantaggio in termini di morale e di fanfara propagandistica. L’errore più imperdonabile, da entusiasmo massimalista, è stato quello di modificare gli obiettivi della guerra fissando come opzione vittoriosa, non più il contenimento ed il respingimento del “secondo esercito più potente del mondo” – che intendeva arrivare a Kiev in tre giorni per decapitare il legittimo governo ucraino e ridurre l’Ucraina ad uno stato vassallo di Mosca – ma la sua sconfitta totale sul campo di battaglia. Respinta la controffensiva ucraina, i russi, da umiliati e perdenti si sono ritrovati nella condizione di poter rivendicare una vittoria (che tale non è rispetto ai reali obiettivi di Putin). E dunque un disastro in termini di Comunicazione, se si pensa al nefasto impatto sugli alleati occidentali che avevano scommesso sull’opzione vittoriosa degli ucraini. È innegabile che la “stanchezza” circa gli aiuti militari all’Ucraina sconti, in larga misura, proprio quella delusione ovvero l’idea che la guerra potesse terminare in tempi ragionevoli con la sconfitta militare della Russia. Non a caso, come hanno scritto Emma Ashford e Kelly A. Grieco su Foreign Affairs, “gran parte degli aiuti all’Ucraina negli ultimi due anni si sono concentrati sulle capacità offensive – carri armati occidentali avanzati, attrezzature per lo sminamento e missili a lungo raggio – nel tentativo di respingere la Russia”. Ecco perché mi convince molto l’analisi di queste due studiose quando scrivono che “la vittoria di Kiev e dei suoi partner occidentali non richiede necessariamente la riconquista di porzioni specifiche di territorio. Richiede semplicemente che al presidente russo Vladimir Putin venga negato il suo obiettivo di sottomettere l’Ucraina”. “Naturalmente – scrivono la Ashford e la Grieco – una strategia difensiva richiede che Kiev abbandoni i suoi obiettivi massimalisti di riconquista di tutto il territorio perso a favore della Russia”. Un sacrificio certamente doloroso ed impopolare, che consegnerebbe molti ucraini al dominio russo, ma reso necessario dalle scarse prospettive di riconquistare quei territori. D’altra parte, “se eseguita bene, una strategia politica e militare difensiva potrebbe essere in grado di persuadere Putin che non ha prospettive di ulteriore conquista in Ucraina, creando uno sbocco per i negoziati. E anche se questa nuova strategia non mettesse fine alla guerra, eviterà gli esiti più catastrofici, sosterrà la capacità di combattimento dell’Ucraina e potrebbe produrre un equilibrio stabile che consenta a un’Ucraina in gran parte intatta di svilupparsi economicamente e integrarsi con l’Europa. Per i politici occidentali che si sentono bloccati tra i vincoli interni e la prospettiva di una sconfitta dell’Ucraina, ciò dovrebbe valere come una vittoria”. (Credits: Foreign Affairs. How Ukraine Can Win Through Defense – A New Strategy Can Protect Kyiv and Stop Moscow From Winning By Emma Ashford and Kelly A. Grieco)
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