
Il 17 novembre, per cechi e slovacchi, non è un anniversario come gli altri: è la data che definisce chi sono oggi. È il giorno in cui, nel 1989, una manifestazione studentesca si trasformò nella scintilla della Rivoluzione di Velluto e aprì la strada alla fine del regime comunista. Trentasei anni dopo, quella memoria è tornata al centro della vita pubblica. In Slovacchia e in Cechia piazze e strade si sono riempite di nuovo: non per una commemorazione rituale, ma per una presa di posizione collettiva. E se in Slovacchia sono stati ancora una volta gli studenti a dare il via alla mobilitazione, in entrambi i Paesi migliaia di cittadini sono scesi in strada per ricordare che la democrazia vive solo finché qualcuno la difende.
Il filo degli studenti: radici storiche e mobilitazione attuale
Le proteste del 1989 iniziarono come una manifestazione studentesca: il 17 novembre era, ed è, la giornata internazionale degli studenti, nata in memoria della repressione nazista nella Praga del 1939 che portò alla deportazione di oltre 1.200 tra studenti e docenti universitari e a nove esecuzioni sommarie.
In Slovacchia gli studenti sono tornati protagonisti quest’anno. Il premier Fico aveva programmato un incontro per il 7 novembre alla scuola Dominik Tatarka di Poprad, poi spostato dopo che alcuni studenti avevano lasciato scritte di protesta davanti all’ingresso. Il suo no-show ha ispirato giovani di molte città slovacche, dando vita a quella che è stata subito ribattezzata “rivoluzione di gesso”: messaggi di protesta creativi e ironici hanno iniziato a comparire ovunque.
La tensione si è accentuata il 14 novembre, giorno dell’incontro riprogrammato con Fico (non più alla scuola, ma nel palazzo dell’amministrazione distrettuale): gli studenti hanno abbandonato in massa la sala agitando le chiavi, come nel 1989, suscitando la reazione scomposta di Fico (“Andate in Ucraina a combattere!”). Una contestazione pubblica che ha messo a nudo la distanza crescente tra i vertici politici del Paese e la società civile.
Slovacchia: 50 mila persone in piazza a Bratislava, mentre il premier si chiude in un padiglione fieristico
A Bratislava circa 50 mila persone si sono radunate nonostante freddo e pioggia, scandendo lo slogan “Dos? bolo Fica!” (“Basta con Fico!”). Manifestazioni si sono tenute anche in tutte le altre principali città del Paese. Un discorso televisivo del premier per la prima serata di domenica 16 novembre è stato cancellato la mattina stessa, adducendo come motivazione problemi di salute a cui pochi hanno realmente creduto.
Tra i motivi scatenanti della protesta studentesca c’è la decisione del governo di togliere proprio alla ricorrenza del 17 novembre lo status di “giorno festivo”. E mentre la società civile si ritrovava ieri nelle piazze, Fico e il suo partito organizzavano un evento al chiuso all’Agrokomplex di Nitra dal titolo «Giornata del rispetto dell’opinione altrui». Rispetto che, tuttavia, non prevedeva ingresso libero: la partecipazione era solo su invito.
Per comprendere l’operazione basta ricordare che il sindacato dei pensionati aveva invitato i propri iscritti a un concerto gratuito — trasporto in autobus gran turismo incluso — previsto esattamente nello stesso luogo e allo stesso orario dell’evento di SMER. Inutile dire che quello dei pensionati è il bacino elettorale su cui Fico conta maggiormente.
Serve altro per descrivere la spaccatura ormai totale tra la società civile (con l’eccezione di quei pensionati pro-Fico) e le forze di governo? Da una parte le piazze fredde e battute dalla pioggia, unite nella memoria nonostante differenze sociali, religiose e politiche anche rilevanti; dall’altra un premier che parla di rispetto per gli altri durante un incontro non aperto al pubblico, mentre tenta di cancellare una ricorrenza centrale nella memoria storica della sua nazione e si ritrova sempre più isolato.
A Bratislava sono intervenuti, tra gli altri, il leader dell’opposizione Michal Šime?ka (Progresívne Slovensko), l’ex premier Iveta Radi?ová e l’ex dissidente cattolico František Mikloško. Il giovane attivista Michal “Muro” Murár, iniziatore della rivoluzione di gesso, ha portato sul palco lo spirito studentesco della protesta: ha cantato un brano accompagnandosi alla chitarra. Non l’highlight artistico della serata, certo, ma un momento di emozione genuina.
Gli attivisti dell’associazione civica Mier Ukrajine (“Pace per l’Ucraina”) hanno poi letto il manifesto della protesta: difesa della democrazia e delle istituzioni indipendenti, denuncia della propaganda filorussa, riconoscimento del coraggio degli studenti di Poprad e richiamo alla necessità di sostenere l’Ucraina, ricordando che la libertà europea passa anche dalla sua frontiera orientale. La serata si è chiusa in modo solenne: prima l’Inno alla Gioia (inno dell’UE), poi l’inno slovacco cantato coralmente con palpabile emozione dalla piazza.
Cechia: memoria, Ucraina e solidarietà con gli slovacchi
In Cechia, la giornata del 17 novembre è stata segnata da celebrazioni ma anche da proteste che riflettono le tensioni politiche del momento. A Praga e in altre città la partecipazione è stata molto alta. Il presidente della Camera, Tomio Okamura, ha scelto di non partecipare alla tradizionale commemorazione di Národní t?ída. Nei giorni precedenti, il 6 novembre, aveva ordinato la rimozione della bandiera ucraina dalla facciata del Parlamento. In risposta, alcuni manifestanti hanno affisso più bandiere ucraine sul cancello della sua casa a Praga-B?evnov, un gesto simbolico e diretto.
Andrej Babiš, fresco vincitore delle elezioni, è stato accolto dai fischi, così come Filip Turek, leader del partito degli “automobilisti per sé”, noto per le sue simpatie neonaziste. Contestazioni, seppur leggere, hanno toccato anche il presidente della Repubblica, Petr Pavel.
In molte piazze sono comparse scritte sui marciapiedi in sostegno ai “fratelli slovacchi”, una solidarietà che va oltre il legame storico tra i due Paesi. Molti cechi percepiscono che, con Babiš al governo, la Cechia potrebbe rischiare una deriva autoritaria simile a quella che osservano oggi nella Slovacchia di Fico. La forza del ricordo del 17 novembre non sembra affievolirsi. Una delle scritte a gesso più potenti è stata sicuramente “Mi manca Havel”.
Due piazze, uno spirito condiviso
È vero, le due mobilitazioni hanno tratti diversi. Ma ciò che colpisce è quello che condividono: la centralità della memoria democratica, il ruolo trainante degli studenti (in questo caso slovacchi), la riaffermazione dell’appartenenza europea come bussola politica e identitaria. È un impegno civile che nasce dal passato ma vive, concretamente, nel presente.
A 36 anni dalla svolta del 1989, Slovacchia e Cechia non si limitano a ricordare un evento di liberazione: lo vivono e lo ricontestualizzano, insieme.
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