

Oggi, 16 ottobre, in occasione dell’ 82° anniversario della razzia degli ebrei romani ad opera delle SS di Herbert Kappler, pubblichiamo un estratto del libro epistolare scritto dai cugini Claudio Bondì e Stefano Piperno, Perché ci siamo salvati, che rievoca gli avvenimenti di un gruppo famigliare che, per una serie di circostanze e molta fortuna, riuscì a salvarsi da un tragico destino.
Il 16 ottobre 1943 era un sabato. All’alba, Roma fu destata dal rumore dei passi pesanti, dei colpi alle porte, delle urla in tedesco.
Nel giro di poche ore, più di milleduecento ebrei furono strappati alle loro case, alle famiglie, alla vita di ogni giorno.
Rinchiusi al Collegio Militare di via della Lungara, attesero per due giorni un destino che li avrebbe condotti ad Auschwitz-Birkenau.
Quando la guerra finì, di quel convoglio tornarono in sedici.
Questo è un omaggio alla memoria di chi quel giorno partì e non fece più ritorno.

Già dopo l’occupazione tedesca di Roma il 9 settembre, ma segnatamente dopo l’episodio dell’oro, in famiglia si decide che è l’ora di lasciare le abitazioni (ho ricordato che i Piperno abitano dirimpetto al Tempio Maggiore), trovare dei ricoveri e possibilmente dotarsi di documenti falsi, soprattutto perché si era sparsa la voce che i tedeschi fossero in possesso degli elenchi dei recapiti degli ebrei, notizia poi rivelatasi drammaticamente vera.
Immagino che non fu semplice assumere le decisioni necessarie per la sopravvivenza, certamente ci furono divergenze e contrasti, di cui però a noi non è giunta alcuna eco; di sicuro ci saranno stati contatti con le famiglie del parentado, per verificare quale fosse il partito migliore.
Nella tragicità della situazione è in un certo senso comico il modo in cui mio padre acquisisce la sua falsa identità. Bisogna risalire alla prima guerra mondiale quando Ugo, il fratello di nonno Pio, torna a Roma dopo anni passati al fronte, digiuno di sesso. Insomma, mette incinta la cameriera, che si chiama Francesca Tassi, detta Checchina, la quale rifiuta di abortire e partorisce un bel maschietto battezzato Ugo, come suo padre che non lo riconosce, per cui prenderà il cognome Tassi della madre.
La famiglia si farà carico di allevare il bimbo fino all’età scolare e oltre. Sarà Pio a trovargli lavoro presso una libreria, punto di partenza di una brillante carriera che lo porterà a diventare, nel dopoguerra, concessionario per Roma del settore scolastico della Fratelli Fabbri Editori.
Essendo sostanzialmente cugini, Franco e Ugo si somigliano molto, specie dopo che Franco si è fatto crescere i baffi come Ugo, il quale non deve far altro che denunciare lo smarrimento di carta d’identità e tessera annonaria, e chiederne il duplicato, passando i vecchi documenti a Franco. Il gioco è fatto: da quel momento a Roma circolano due Ugo Tassi, uno vero e uno falso.
Per di più Ugo è in possesso del congedo illimitato dall’aviazione militare per motivi di salute, e anche questo documento viene passato a mio padre, che così ha un’arma in più per difendersi nel caso incappi in una retata.
Nonno Pio si dota a caro prezzo di un documento che lo qualifica Pio Giardini, mentre Clelia prende il cognome di sua madre: Sant’Agata coniugata Giardini. A casa Funaro, grazie al solito compiacente amico, alto funzionario della prefettura, il cognome Funaro sui documenti si trasforma in Fumaroli, per cui mia madre diviene Maria Fumaroli coniugata Tassi.
Io stesso, quando vengo al mondo il 5 aprile del 1944, sarò denunciato all’anagrafe col nome di Stefano Tassi, come risulta dal mio certificato di nascita che reca la correzione in Stefano Piperno, apportata dopo la Liberazione e l’abolizione delle leggi razziali.
Oltre a questa precauzione inizia un vorticoso giro di alberghetti di periferia e abitazioni che mi è impossibile ricostruire, salvo alcune notizie derivanti dai racconti dei protagonisti. Tutti si sparpagliano per la città, con la conseguenza che in qualche caso si dividono anche i nuclei familiari.
Come risulta dal diario di tuo padre, inizialmente Franco si nasconde a Valle Marciano insieme alla famiglia Bondì, ma dopo le due incursioni dei tedeschi fanno tutti ritorno a Roma, dove pensano sia più facile nascondersi.
Mio padre, tramite il commediografo Aldo De Benedetti, amico di famiglia, era entrato in contatto con il drammaturgo Diego Fabbri, che lo assume come collaboratore per dei documentari di carattere religioso che sta girando in Vaticano. Cambia spesso dimora: per pochi giorni condivide con tuo zio Massimo un appartamentino in via della Vite, a due passi da piazza di Spagna, ma il portiere è sospettoso e quindi i due lo lasciano.
Nel frattempo è entrato segretamente nella Resistenza romana, che gli trova una mansarda in piazza Salerno, nel quartiere Trieste; lui la occupa di notte, mentre il giorno vi dorme un capitano dell’esercito entrato in clandestinità, anch’egli nella Resistenza. Dopo qualche giorno di permanenza, per caso mio padre scopre sotto il letto una pistola carica e varie bombe a mano nascoste dall’ufficiale, decide quindi di lasciare il ricovero.
Cambierà molti altri letti, sfuggendo anche a una retata in via Merulana, mentre è con la troupe a girare dentro il teatro Brancaccio; si rifugerà con mia madre, che era andata a trovarlo, nel sottotetto sopra il palcoscenico.
Pio e Clelia, lasciata l’abitazione di via Catalana, subito occupata da sfollati che ruberanno tutto il trasportabile, passano molto tempo in una pensione. Poi nonno ha un attacco di appendicite e si ricovera nella clinica Santa Elisabetta in via dell’Olmata, nel rione Monti, dove verrà assistito da amorevoli suore, che nel dopoguerra saranno spesso ospiti a pranzo.
Questi inviti sono tra i primi miei ricordi d’infanzia: le suore erano molto gentili e sorridenti, affezionatissime al nonno, che regalava loro dei campioni di stoffa dell’ufficio. Andando via abbracciavano e baciavano tutti con grande affettuosità: un bellissimo ricordo.
I nonni Funaro, coi nomi falsi e il coinquilino funzionario della prefettura che vigilava, restarono in casa finché fu possibile, poi trovarono riparo in un convento dalle parti di San Giovanni in Laterano, mentre le figlie erano separate: Adriana occupava una stanzetta nei paraggi del cimitero a piazzale del Verano, Maria era in via Bissolati a casa dell’industriale Ferdinando Innocenti e di sua moglie Anita, cugina del padre, di cui ho adombrato il ruolo in una precedente e-mail.
In questo contesto si svolge la vicenda del 16 ottobre che coinvolse mia madre, la quale non ha ancora ventitré anni, è sposata con Franco da giugno ed è incinta di tre mesi.
La mattina del 15 ottobre Anita Innocenti la informa che non può più ospitarla, a causa del marito, uomo molto in vista, per cui la casa è controllata dalla polizia per motivi di sicurezza. Maria non può raggiungere il marito in Vaticano e non si fida di telefonare ai genitori in convento per timore di farli scoprire. Inoltre non ha contatti con la sorella; perciò prende la valigetta con le sue poche cose e raggiunge a piedi la stazione Termini, poco lontana, commettendo una grave imprudenza, perché la stazione – dirimpettaia della caserma Macao – è uno dei luoghi più frequentati dai militari tedeschi.
Indecisa sul da farsi, sale su un filobus dove rimane per ore girando per la città, finché non trova di meglio che andare a passare la notte in casa dei genitori in via Filippo Casini, alle pendici di Monteverde, dove giunge prima del coprifuoco.
Purtroppo non ha le chiavi dell’appartamento, ma sa che il padre le ha lasciate a un vicino di pianerottolo, il dottor Attilio Pellegrini, titolare della farmacia omonima in piazza San Cosimato; però è presto e i Pellegrini non sono ancora rientrati. Suona allora al terzo appartamento del pianerottolo, dove abitano Mario ed Elena Mastronardi, fratello e sorella: lui è funzionario delle Assicurazioni Generali a piazza Venezia, lei vicepreside della scuola Regina Elena in via San Francesco a Ripa in Trastevere. Fortunatamente sono a casa e la accolgono in attesa dell’arrivo degli altri vicini, che giungono poco dopo.
La signora Pellegrini, consegnando le chiavi, invita mamma a cena perché la casa dei nonni è chiusa da tempo e non c’è nulla da mangiare. Verso le 22, esauriti i vari vicendevoli racconti con i Mastronardi, che si sono aggiunti alla compagnia, tutti vanno a dormire.
La mattina seguente, 16 ottobre, la signora Pellegrini come al solito si sveglia molto presto ed esce per acquistare il latte, una copia del quotidiano Il Messaggero e le sigarette per il dottor Attilio.
Il condominio di via Filippo Casini è formato da tre palazzi posti a ferro di cavallo con al centro un cortile in pendio pavimentato a mattoni rossi: uscendo dal portone la signora vede un camion militare tedesco che ostruisce l’accesso al cortile e delle SS armate che stanno scendendo dal cassone telonato.
Poiché nel condominio abitano molte famiglie di ebrei, intuisce il motivo della presenza dei militari e come una forsennata, risalendo i gradini due a due, raggiunge l’appartamento dove mia madre dorme, suona il campanello, ma bussando contemporaneamente col pugno.
Dopo dei secondi che a lei paiono eterni, mentre sente da basso il vociare concitato dei militari e il calpestio degli stivali, finalmente vede mia madre assonnata e in camicia da notte aprirle la porta.
Contemporaneamente i Mastronardi, attirati dal trambusto, escono sul pianerottolo, e d’impulso decidono di portare tutti insieme Maria sul terrazzo, dove ci sono il locale dei cassoni dell’acqua, il lavatoio e i fili per stendere i panni. Rimangono lì nascosti e tremanti per più di un’ora, mentre le SS sciamano nei tre palazzi, bussando col calcio dei fucili alle porte delle famiglie ebree.
Ridiscendono solo quando dal terrazzo vedono il camion allontanarsi, fortunatamente senza che sia stato catturato nessuno, perché tutti i condomini ebrei si sono eclissati da tempo.
Mamma mi ha sempre detto di essersi sentita morire e di aver continuato a battere i denti per molte ore dopo l’evento. Mario Mastronardi attende che Maria si vesta e poi le propone di portarla con sé in ufficio a piazza Venezia, in attesa di poter prendere contatto con qualcuno dei suoi.
Verso le 9.30 i due, sottobraccio, come una giovane coppia di sposi, si dirigono verso viale del Re (oggi viale Trastevere) in direzione ponte Garibaldi, ma passando davanti al Palazzo degli esami scorgono nell’adiacente via Carlo Tavolacci alcune persone con delle valigie e delle SS davanti al portone del palazzo dove abitano le due sorelle di nonna Clelia con le rispettive famiglie, di cui hai narrato le vicende nella tua ultima lettera.
Decidono allora di cambiare direzione incamminandosi verso la stazione di Trastevere, dove prendono un tram su cui rimangono alcune ore a girare senza meta. Dai finestrini del tram sferragliante assistono al grande andirivieni di camion tedeschi e muti si scambiano preoccupati sguardi d’intesa, mentre gli altri passeggeri si interrogano vicendevolmente sui motivi di tanto traffico; la parola “retata” rimbalza più volte, senza però che la parola “ebrei” emerga; ancora si pensa agli uomini validi e al lavoro coatto.
A metà giornata per mamma e il suo accompagnatore si aprono le porte del convento dove sono rifugiati Rina e Pacifico; lei può riabbracciare i genitori, e Mario, dopo essere stato a lungo ringraziato con accenti commossi, può tornare a casa, felice di aver salvato la giovane amica.
Per concludere faccio seguire alcuni commenti a questo evento che definirei centrale ed emblematico, insieme al fortunoso scampato pericolo di tuo nonno Enzo e di zia Bice con la sua famiglia.
Per mia madre l’intervallo tra la salvezza e la morte fu di due-tre minuti, il tempo di raggiungere il terrazzo. La presenza di spirito della signora Pellegrini fu enorme: infatti non poteva supporre che i tedeschi avrebbero deportato anche donne e bambini; ricordiamo che fino ad allora si temeva solo per gli uomini abili al lavoro.
L’idea di andare a piazza Venezia passando per ponte Garibaldi e via Arenula, adiacente al ghetto e zona di massima concentrazione ebraica, era una follia.
I miei genitori ruppero per sempre i rapporti con la cugina di nonno Pacifico e suo marito, che si erano liberati di Maria a cuor leggero, mentre nonno fu meno drastico e continuò a frequentarli, anche se meno assiduamente.
Gli attimi di terrore vissuti dalla mamma non sono stati senza conseguenze: il 5 aprile 1944 sono nato io, capelli candidi, occhi azzurrissimi e pelle chiarissima, a farla breve parzialmente albino. Gli esami compiuti molti anni dopo all’Istituto Mendel hanno comprovato che la mia anomalia non è di natura genetica, bensì traumatica, come si era sempre sospettato.
Così, caro Claudio, tu e io abbiamo rischiato di non venire al mondo: tu capriolando nella pancia di zia Gianna sotto le bombe che colpirono la clinica Villa Bianca, dove zia si trovava a partorire; io, ancora in embrione, esposto al rischio di venir ucciso dal gas in un campo di concentramento insieme a mia madre.
Siamo stati molto fortunati.
© 2020 by Marsilio Editori® s.p.a. in Venezia
In ricordo di Claudio Bondì (1944-2021)

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Commovente e allo stesso tempo drammatico!!
Un racconto moto intenso e commovente, grazie,
Per fortuna, grazie a un Giusto che lo convinse e lo aiutò, nonno Giuseppe Alberto Manasse se ne era andato da Roma pochi giorni prima con tutta la famiglia. Altrimenti non ci saremmo.
Nonn
Grazie di cuore, magnifico tremendo racconto
Grazie a te Alfredo
Grazie.